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Altro parere

Il Covid che scuote la Cina

Redazione InPiù 29/11/2022

Altro parere Altro parere Corriere della Sera, Guido Santevecchi
La mobilitazione simultanea degli studenti in decine di campus universitari durante il fine settimana rappresentano una sfida alle restrizioni sanitarie, che sono una scelta politica di Xi, scrive Santevecchi sul Corriere della Sera. Non si può più dire che siano «manifestazioni senza precedenti per la Cina», perché già in primavera Shanghai era stata segnata da proteste e tafferugli, con la gente esasperata per due mesi consecutivi di lockdown. Mentre il resto del mondo si era già riaperto e aveva deciso di «convivere» con gli strascichi della pandemia, soprattutto grazie ai vaccini. L'altra notte però - spiega l'editorialista -  a Shanghai centinaia di persone hanno cominciato a scandire «Abbasso il Partito comunista», «Xi Jinping dimissioni», «Basta tamponi, vogliamo lavoro e diritti». Le forme di contestazione si rinnovano giorno dopo giorno, con la creatività degli studenti che ora sui social mettono post vuoti o con poche parole di scherno e sfida: «Tutto bene, inutile spiegare, tanto tutti sanno». E poi ci sono quei fogli bianchi sventolati davanti a funzionari di Partito e poliziotti, per dire che anche cancellare la verità non cambia la realtà. La linea Covid Zero non funziona più, la gente è tanto esasperata da scendere in strada (e ci vuole molto coraggio a Pechino). Pechino ha perso troppo tempo e troppe risorse senza costruire una strategia di uscita dalla gabbia delle restrizioni sanitarie. Al momento i contagi sono limitati a circa 40 mila al giorno. Ma se la Cina riaprisse ora, con i suoi vaccini meno efficaci e meno diffusi di quelli occidentali, con i suoi ospedali meno preparati, nei prossimi sei mesi si registrerebbero 363 milioni di contagi e 62o mila morti. Dopo tre anni di sofferenze per i lockdown - conclude - neanche Xi potrebbe spiegare ai cinesi la gravità del fallimento, ammettendo che il Partito-Stato funziona peggio delle democrazie occidentali.
 
Sole24Ore, Alberto Quadrio Curzio
Dopo mesi di trattative è stato nominato il nuovo managing director del Mes. Succede a Klaus Regling (dominus del Mes dal 2012) Pierre Gramegna, già ministro delle Finanze del Lussemburgo dal 2013 al 2022. È una notizia che - spiega Alberto Quadro Curzio sul Sole24Ore - dovrebbe richiamare a una nuova riflessione sul Mes per farlo uscire dall'attuale sottoutilizzazione. Il Mes è un caso prima di successo innovativo della Uem che nella crisi finanziaria ha creato in pochi giorni un Fondo privatistico (Efsf) al quale è subentrato il Mes come Fondo intergovernativo tra i Paesi della Uem. Ha vissuto almeno tre stagioni. La prima è stata l'assistenza finanziaria a Stati della Uem in crisi (Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo, Cipro) con prestiti condizionali e vigilati a riforme. La seconda stagione è quella dei tentativi di assistere gli Stati durante la pandemia, concedendo prestiti che non sono stati usati perché gli Stati più deboli temevano una `vigilanza coattiva modello greco". La terza stagione è quella della riforma in corso ma non ancora ratificata da Germania e Italia per finalizzarlo alla unificazione del mercato dei capitali e alla creazione di una rete di protezione per la risoluzione delle crisi bancarie. Adesso - prosegue Alberto Quadrio Curzio -  ci vorrebbe un Comitato misto di soggetti istituzionali europei e di esperti di cui facciano parte anche personalità che hanno avuto ruoli apicali nella Uem e nella Ue nella crisi del passato decennio. Ovvio è pensare a quanto fecero Mario Draghi e Jean-Claude Juncker la cui autorevolezza innovativa è stata dimostrata nei fatti. Perché Draghi come presidente della Bce (20u-2019) con il suo whatever it takes fu addirittura deferito dalla Corte costituzionale tedesca alla Corte europea di giustizia che gli diede ragione. Perché Juncker come presidente della Commissione europea (2014-2019) varò un grande piano che ha portato a un aumento di investimenti nella Ue di almeno 400 miliardi.  
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