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Cosa manca all'opposizione

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani italiani

Redazione InPiù 28/11/2022

Cosa manca all'opposizione Cosa manca all'opposizione Ezio Mauro, La Repubblica
Qualcuno dovrà avvertire la sinistra italiana che la campagna elettorale è finita - scrive Ezio Mauro sulla Repubblica -  e teoricamente è incominciato il tempo dell'opposizione. Dunque si è chiusa la fase in cui ogni partito si muove da solo e pensa per sé, puntando esclusivamente a massimizzare il consenso: l'ha conclusa Giorgia Meloni - prosegue Mauro - riportando un chiaro successo contro lo schieramento opposto (diviso e anzi lacerato al suo interno) e anche nei confronti dei suoi alleati concorrenti. Il risultato è l'insediamento al governo della destra più estrema della storia repubblicana, che non cerca di mimetizzarsi omologandosi al centro ma ritiene maturo il tempo per dispiegare la sua identità alternativa: non solo per occupare il potere ed esercitare il comando, ma per lanciare un'offensiva culturale basata sul nuovo pensiero di destra. E la sinistra che fa? Intanto - continua - non è chiaro cos'è la sinistra italiana oggi. Di incertezza in incertezza, si arriva al Pd, un'pposizione che ancora non si vede, e dove il dibattito non riesce ad aprire una vera fase costituente, nello sbando tra ipotesi di cambio del nome e velleità di scioglimento, senza accorgersi che la questione del destino si sta riducendo burocraticamente a un problema neppure di leadership, ma di governance. Sia pure in minoranza, c'è spazio per una moderna sinistra di governo europea, occidentale, risolta, non ideologica, che punti sul lavoro come leva sociale, sulla democrazia liberale come orizzonte culturale, sull'alleanza tra emancipazione e innovazione come energia di riferimento. E c'è - conclude l'editorilaista - un popolo disperso che nonostante tutto custodisce nell'animo e nella volontà un sentimento di appartenenza e di condivisione con la presenza storica della sinistra, con le sue ragioni. Il problema è che quel popolo rappresenta sempre più la somma di presenze individuali, con motivazioni singole e storie separate che faticano a sommarsi in una causa comune: uomini e donne che in realtà oggi votano per se stessi, per confermare una fedeltà.
 
 
Paolo Mieli, Corriere della Sera 
 
La strategia del Cremlino di «colpire le infrastrutture energetiche », ha sostenuto il vescovo latino di Kiev Krivitsky, «dice che l'aggressione russa non ha tanto obiettivi militari, quanto la nostra gente: si vuole ucciderla ricorrendo ai missili e al gelo». Oppure «costringerla a fuggire per svuotare il Paese». Parole assai impegnative, soprattutto se si considera che in parte dell'Europa ancor oggi non è pacifico che la carestia del 1932-33 sia stata «voluta dall'alto». Milioni di ucraini - spiega Paolo Mieli sul Corriere della Sera -  morirono di inedia e di stenti perché così aveva deciso il Partito comunista dell'Unione sovietica. Il tutto per stroncare definitivamente le tentazioni autonomistiche che si erano diffuse anche tra i comunisti ucraini. Secondo la testimonianza dello scrittore Vasilij Grossman, nel corso di questa catastrofe umanitaria si erano verificati persino casi di cannibalismo: «facevano a pezzi i morti e li cuocevano, uccidevano i propri figli eli mangiavano». Le prove di quell'agghiacciante strage perpetrata dai russi all'inizio degli anni Trenta - prosegue Mieli -  erano già disponibili nel dopoguerra ed erano fondamentali sotto il profilo storiografico perché utili a spiegare (anche se non a giustificare) i comportamenti filonazisti di gran parte della popolazione ucraina nel corso della successiva guerra mondiale. Ma dovettero trascorrere oltre cinquant'anni perché, con un libro pubblicato da Robert Conquest nel 1986 («Raccolto di dolore»), la comunità degli storici occidentali prendesse in seria considerazione l'Holodomor. Successivamente, uno studioso italiano, Andrea Graziosi, ha coraggiosamente ammesso che quel libro di Conquest costrinse «una professione riluttante ad occuparsi di un problema fondamentale»: quello del popolo ucraino affamato e deliberatamente sterminato dai russi. Ma se per la comunità degli storici le responsabilità sovietiche in quel gigantesco crimine sono da tempo un dato acquisito, in Russia non lo sono affatto. E l'Europa politica — per la pressione di forti correnti favorevoli all'appeasement con Putin — ha fatto molta fatica prima di riconoscere quantomeno parzialmente la natura di quel delitto di novant'anni fa. 
 
 
 
Claudio Cerasa, Il Foglio
Mettetevi per un attimo nei panni del Pd e provateci voi a fare opposizione a Giorgia Meloni, scrive nel suo editoriale Caudio Cerasa. Provateci voi a dire a Meloni, dopo aver detto per molti anni che la politica ha bisogno di più donne, che la prima donna presidente del Consiglio non offre sufficiente spazio alle donne. Provateci voi a dire - continua il direttore dalle colonne del Foglio -, dopo aver detto per molti mesi che l'elemento più pericoloso della destra di governo era la sua ambiguità sulla Russia, che la destra di governo, che mercoledì scorso ha votato in massa una risoluzione al Parlamento europeo che condanna la Russia di Putin definendola uno stato terrorista e che chiede all'Europa di continuare con la politica delle sanzioni contro la Russia e di non mollare di un centimetro nell'invio di armi all'Ucraina, è ambigua sulla Russia, quando sono gli alleati potenziali del Pd, oggi, ad aver mostrato ambiguità sul putinismo (il M5s non ha votato a favore della risoluzione in Europa e alcuni dei potenziali leader del Pd, come Elly Schlein, le armi in Ucraina, fosse per loro, smetterebbero di inviarle). Volevano l'agenda Draghi? Eccola. Volevano una premier atlantista? Eccola. Volevano una donna premier? Eccola. Volevano una giovane premier? Eccola. Volevano un volto delle periferie? Eccolo. Fare opposizione, oggi, per l'opposizione, è un mestiere complicato, perché - spiega Cerasa - Meloni ha costretto i propri avversari a fare i conti con la realtà di una maggioranza che è molto diversa rispetto a come gli avversari l'avevano descritta in campagna elettorale, così diversa che anche il Terzo polo è diviso rispetto alle valutazioni sul futuro della maggioranza, e mentre Carlo Calenda continua a sostenere che il governo "durerà sei mesi" Matteo Renzi è convinto che il governo "arriverà almeno fino alle elezioni del 2024". Dopo un mese di governo si può dire senza paura di essere smentiti che il governo si capisce cosa vuole, nel bene e nel male, mentre per l'opposizione non si può dire lo stesso. La strada è lunga - conclude Cerasa -  il tempo c'è ma per costruire lentamente un'alternativa, oltre ad avere delle leadership toste, carismatiche e riconoscibili, il Pd e le opposizioni dovrebbero riconoscere che, di fronte a un sovranismo che cambia, un'opposizione che non riesce a cambiare è un pericolo non solo per il futuro dell'opposizione ma anche per il futuro dell'Italia
 
 
 
 
 
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