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Lo smarrimento del Pd e le scelte della sinistra

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 24/11/2022

Lo smarrimento del Pd e le scelte della sinistra Lo smarrimento del Pd e le scelte della sinistra Paolo Mieli, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Paolo Mieli suggerisce al Pd di compiere una scelta netta. Il Pd è il più consistente partito della sinistra, uscito sconfitto nelle ultime elezioni, ma secondo Mieli è in uno stato di salute migliore di quanto attesti l’autopercezione. L’esistenza alla propria sinistra, di un movimento in espansione e corroborato da una quinta colonna interna allo stesso Pd (il M5S di Conte), sta provocando tuttavia nel maggior partito dell’opposizione una sorta di smarrimento. Smarrimento – osserva Mieli – che rischia di produrre danni d’immagine di cui il gruppo dirigente non sembra rendersi conto. Per questo, continua Mieli, il Pd farebbe bene a fare quello che non fa da anni: una scelta. Netta, per una volta. Vale a dire riallacciare un rapporto organico con i Cinque Stelle, stipulare con Conte un patto affidabile, ed eventualmente guardare poi al terzo polo. E – anche qui, se lo ritengono utile – contrattare con esso, assieme a Conte beninteso, una seconda, ulteriore, alleanza. Ovviamente potrebbero fare una scelta analoga a parti invertite (prima la tessitura di un rapporto con i calendiani, poi, in un secondo tempo, con i seguaci di Conte). Ma questa seconda opzione appare meno praticabile per la ben nota difficoltà ereditata dal Pci a tollerare nemici a sinistra. E per la pregiudiziale antirenziana che nel Pd sembra avere una portata analoga all’idiosincrasia comunista nei confronti di Bettino Craxi. Idiosincrasia che rese assai problematico ogni dialogo a sinistra lungo gli Ottanta e nei primi anni Novanta. Un patto con il partito alla propria sinistra è meglio dell’indeterminatezza e delle non scelte. Un patto beninteso nel quale il Pd (si spera) provi a salvare qualcosa del patrimonio accumulato nell’ultimo decennio, quello della cosiddetta «agenda Draghi» nel cui nome il partito di Letta si è battuto alle ultime elezioni.
 
Marco Bentivogli, la Repubblica
Su Repubblica Marco Bentivogli afferma che il reddito di cittadinanza non va abolito ma va modificato perché sia efficace contro le povertà e non consideri tale condizione una condanna a vita. La Caritas, ricorda Bentivogli, nell’ultimo rapporto sostiene che solo il 47% dei poveri lo riceve. Perché? È stato costruito male perché guidato una fortissima finalizzazione elettoralistica. E dal 2005 i poveri sono triplicati. Nel nostro Paese le politiche attive del lavoro danno lavoro agli esperti di politiche attive del lavoro. Perché la politica o non ci crede, o non ha il coraggio di scomodare nessuno perché tali misure abbiano un impatto reale e portino ad un diritto esigibile. Chi vanta risultati nel breve periodo generalmente “mente”, il lavoro merita investimenti veri con politiche serie e con ampi orizzonti. Gli italiani – continua Bentivogli – hanno un motivo in più per ringraziare l’Unione Europea perché tutte le volte che utilizziamo i fondi comunitari, contengono l’obbligo di misurare i risultati e l’impatto delle politiche. Storicamente misurati in Italia da propaganda, demagogia e autocertificazione. Il Pnrr su lavoro e industria non ha dato il meglio di sé. Serve un approccio oggettivo, senza il timore di scontentare nessuno. E senza la propaganda della solita partigianeria faziosa. Appunto guardando i dati. Se le cose non funzionano, metterci tanti soldi non sistema le cose. Esattamente quanto accaduto con i Centri per l’impiego. Il governo Meloni propone il superamento del reddito di cittadinanza dal 2024. Un aumento delle condizioni per poterlo ricevere nella fase transitoria e un solo fatto positivo: la formazione obbligatoria di 6 mesi per i beneficiari dai 18 ai 59 anni. Ma chi si occuperà della formazione, della sua qualità e della sua “adattività”. È un mistero.
 
Eugenia Tognotti, La Stampa
Che la Sanità non fosse precisamente una priorità per il nuovo governo – commenta Eugenia Tognotti sulla Stampa – era già apparso chiaro dalla sua assenza nel discorso programmatico della presidente del Consiglio. Ma ora, il nessun rilievo dato al Servizio sanitario nazionale nella conferenza stampa che ha illustrato la legge di bilancio 2023 ha, oggettivamente, dell’incredibile. Soprattutto se si considera la non breve durata: cosa che deve aver richiesto – c’è da credere – un considerevole sforzo per riuscire a non toccare uno dei gangli della sicurezza di un Paese, a tutela della salute, dopo gli anni brutali della pandemia globale di Covid di cui gli italiani stanno pagando ancora i costi (non solo sanitari), con un Ssn già provato dall’erosione della spesa sanitaria, dal sottofinanziamento e dall’aumento delle aspettative e dalle domande di cura di una popolazione che invecchia. Ora: possono le difficoltà della manovra, la crisi energetica e l’emergenza bollette giustificare il ruolo di Cenerentola, assegnato alla Sanità? No che non possono. Perché dietro c’è la carne viva del Paese e la realtà – che riguarda tutti –  dell’arretrato delle cure, lasciate indietro a causa del Covid, delle liste d’attesa, della crisi strutturale dei pronto soccorso, del calo del morale dei medici di medicina generale, dei problemi della salute mentale, dell’approfondirsi delle disuguaglianze nell’accesso alle cure, dello sgomento per una politica che disinveste nei servizi pubblici e nell’assistenza a vecchi, disabili e settori della popolazione che risentono degli effetti della pandemia. Si tratta di una sfida la cui entità sembra sfuggire al governo e alle forze politiche della maggioranza. Che pure continuano a denunciare la scarsa performance internazionale dell’Italia per quanto riguarda la mortalità correlata al Covid, dovuta a molti fattori, tra cui, appunto, quello dei tagli alla spesa pubblica.
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