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Un bilancio a due facce

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 23/11/2022

Un bilancio a due facce Un bilancio a due facce Sabino Cassese, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Sabino Cassese traccia un bilancio del primo mese di attività del governo Meloni. Un bilancio a due facce. Il governo ha infatti smentito la versione autarchica del sovranismo, così come la smentisce la dichiarata continuità della politica estera e di difesa. Un altro fattore di continuità – questo di segno negativo – è costituito dal ricorso ai decreti-legge: ne sono stati approvati già tre nel corso del primo mese. Il governo ha forse voluto mettere troppa carne al fuoco, e l’ha fatto in qualche caso frettolosamente, anche per far capire che tiene saldamente le briglie. Hanno colpito, in particolare, il rinvio di una parte della riforma della giustizia, gli interventi sull’immigrazione e quelli relativi ai «rave party». In questo mese il governo ha avuto tre fattori a suo favore. Il primo è la luna di miele che accompagna l’avvio di qualunque governo che debba la sua nascita all’elezione. Il secondo è costituito dalla prudenza con cui l’esecutivo si è mosso nel settore economico. Il terzo fattore positivo per il governo è, paradossalmente, nella straordinaria capacità delle forze non di governo di dare una mano all’azione dell’esecutivo. Questo avviene non soltanto per le divisioni tra le tre principali forze che non appoggiano il governo, ma anche per la risonanza che un’opposizione che non distingue e si preoccupa di posizionarsi piuttosto che di progettare, riesce a dare all’azione dell’esecutivo, rafforzando nell’opinione pubblica l’immagine di un «governo che governa». Ma il governo Meloni, conclude Cassese, che pure merita un giudizio per ora positivo, soffre in realtà della stessa insufficienza programmatica di altri governi, insufficienza che deriva dal modo in cui si presentano le forze politiche all’elettorato, con temi più diretti a definire la propria identità che a progettare politiche e con attenzione più alla presenza quotidiana che al futuro dell’Italia.
 
Gianfranco Viesti, Il Mattino
Gianfranco Viesti sul Mattino torna sulla questione dell’autonomia regionale differenziata, discussa pochi giorni fa in una riunione tra il presidente del Consiglio e alcuni ministri. Stando alle dichiarazioni rilasciate al termine, osserva Viesti, si sarebbe definito un per- corso attuativo più diluito nel tempo, e legato, fra l’altro, anche al tema dei poteri per Ro- ma Capitale. Sul fronte dell’autonomia regionale differenziata, come questo giornale ha ampiamente documentato, il ministro Roberto Calderoli è partito con grande rapidità e con una proposta estrema, che disegna un percorso attuativo ottimale per Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna che da tempo hanno chiesto di poter disporre di poteri e competenze molto più ampi di quelli attuali. Bene, quindi, che si sia deciso di approfondire. Va sempre ricordato che se e Regioni possono chiedere nuove competenze (e le regioni hanno chiesto praticamente tutte quelle possibili, tutte insieme), sta a governo e Parlamento, alla luce dell’interesse nazionale, concederle o meno. Come valutare queste richieste? Sono almeno tre i profili di merito da esaminare. Il primo è l’opportunità in sé di decentrare ad alcune Regioni ulteriori competenze in grandi ambiti di rilevanza nazionale come istruzione, sanità, infrastrutture, energia, ambiente. Vi sono evidenti motivi che consigliano di evitarlo. Il secondo profilo attiene alle caratteristiche della regione che giustificano l’attribuzione di una determinata competenza ad essa e non alle altre.  Deve esserci un legame, una specifica motivazione: altrimenti tutte le regioni a statuto ordinario potrebbero richiedere ed ottenere tutte le competenze possibili. Il terzo profilo attiene alle conseguenze di questa eventuale concessione sia sui cittadini della regione richiedente sia, soprattutto, sugli altri italiani. Spezzettare le competenze in alcune materie può inficiare l’efficienza dell’azione pubblica.
 
Walter Galbiati, la Repubblica
Una manovra nel solco di Draghi su energia e cuneo, ma che oggi forse – scrive Walter Galbiati su Repubblica – Draghi non avrebbe firmato. Il che suona un po’ paradossale per una premier, come Giorgia Meloni, che ha vinto le elezioni grazie alla sua linea di opposizione contro il precedente governo. Partiamo dalla principale misura di questa legge di bilancio, quella che impiega più soldi di tutti, ovvero il sostegno a famiglie e industria contro il caro energia, da tutti considerato sacro e santo, ma che necessita di qualche distinguo. Sono 22 miliardi che verranno finanziati a deficit, andando a incrementare il debito italiano che gi ammonta alla cifra record di 2.700 miliardi. Il rischio è che questo nuovo debito possa diventare cattivo, cioè che non aiuti la crescita pur in un contesto di forte inflazione in cui serve un sostegno a famiglie e imprese. Sappiamo poi tutti che quei 22 miliardi bastano solo per la prima parte dell’anno e lasciano scoperti i restanti mesi del 2023, aprendo così una scommessa sul come trovare le risorse aggiuntive. Forse era preferibile tenere gli altri 13 miliardi della manovra a disposizione, invece di disperderli in mille e inutili rivoli per dare a pochi privilegiati un contentino su quanto promesso in campagna elettorale.  Si poteva allora forse rischiare di introdurre un cuneo fiscale maggiore, quasi pari a quello da 16 miliardi urlato ai quattro venti dal presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Ma anche su quei 13 miliardi rimanenti, nonostante le rassicurazioni del governo, pesa l’incognita delle fonti di finanziamento.  Il governo ha predisposto una manovra restrittiva rispetto alla precedente, ma per far quadrare i conti nella Nadef ha già ipotizzato una riduzione degli stipendi della Pubblica amministrazione dello 0,6% in valore assoluto e degli acquisti della Pa dello 0,8% in valore assoluto. Obiettivi impossibili da raggiungere senza una arcigna spending review.
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