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Doha, Iran e i tormenti delle democrazie

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 21/11/2022

Doha, Iran e i tormenti delle democrazie Doha, Iran e i tormenti delle democrazie Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Angelo Panebianco riflette sull’atteggiamento delle democrazie di fronte ai regimi dittatoriali, alla luce di due vicende diverse – scrive – che hanno tanto in comune. Prima vicenda: proteste di molti in Occidente contro la Fifa e, in definitiva, contro i propri governi, per avere consentito che i mondiali di calcio si svolgessero nell’emirato del Qatar. Seconda vicenda: il Dipartimento di Stato americano ha consigliato al giudice federale competente di garantire l’impunità al principe Bin Salman, primo ministro dell’Arabia Saudita, per l’assassinio del giornalista Khashoggi. Ciò ha suscitato proteste contro l’amministrazione Biden. Che cosa accomuna queste due vicende? Il fatto che le democrazie sono sempre alle prese con un dilemma quando devono fare i conti con i tanti regimi non-democratici (di ogni genere) che popolano la scena internazionale. Per i loro critici tali situazioni ne svelano l’ipocrisia, il fatto che esse usino due pesi e due misure: inflessibili con i regimi non democratici con cui sono in conflitto, accomodanti con quelli con cui non lo sono. Le democrazie – spiega Panebianco – sono regimi perennemente insoddisfatti di sé. L’insoddisfazione si manifesta alla luce del sole, liberamente. E dipende dal divario che tutti vedono fra le «promesse» della democrazia (libertà per tutti, uguaglianza, governo della legge, eccetera) e le realizzazioni pratiche: le democrazie, come tutte le istituzioni umane, sono assai imperfette. Ma invece di lamentare il fatto di non vivere in un mondo perfetto, gli insoddisfatti per i comportamenti, spesso contraddittori, delle democrazie, dovrebbero chiedersi: quel mondo sarebbe migliore se le nostre democrazie perdessero posizioni e potere a favore di potenze autoritarie? Pax americana e club delle democrazie hanno tanti difetti. Ma meno di quanti ne avrebbero una pax russa o cinese.
 
Angelo De Mattia, Il Messaggero
La legge di Bilancio – commenta sul Messaggero Angelo De Mattia – quest’anno più che mai si configura come di transizione, per la ristrettezza ei tempi nella sua predisposizione, la limitatezza delle risorse, le problematiche europee riguardanti in particolare il prezzo del gas. È una manovra che oggettivamente non può essere considerata la carta d’identità dell’intera maggioranza di destra-centro. Per il momento è confermato che due terzi circa delle misure proposte dal governo, per un ammontare complessivo della manovra di 30-33 miliardi, che oggi conosceremo nella veste definitiva, riguardano gli interventi ineludibili contro i rincari dell’energia. Il restante terzo è costituito da un insieme di misure che prevalentemente riflettono “bandierine” dei partiti che compongono la maggioranza.  Pur conoscendo la storia delle leggi di Bilancio e la spinta che deriva dalla componente “bandierine”, ci si deve chiedere se invece non sia ancora possibile, per ragioni di efficacia e di chiarezza strategica, una loro concentrazione, assumendo come linee-guida il lavoro, impresa, i redditi bassi e la povertà. Nel contempo bisognerebbe predisporre, ad eccezione delle decisioni improcrastinabili, un programma impegnativo per il governo sulle altre misure prevalentemente collegate a interventi di struttura. Poiché l’iter di formazione della manovra di bilancio può comportare anche interventi “de damno vitando”, è apprezzabile che sia stata espunta, per un intervento diretto del premier Giorgia Meloni, la “voluntary disclosure” per l’emersione di capitali nascosti al fisco. È da metà degli anni ‘70 del Novecento che i condoni per i rimpatri dei capitali si susseguono. È bene precisare che le sanatorie indeboliscono la fiducia nella certezza del diritto creano disparità tra i cittadini e influiscono sul gettito perché negli anni successivi l’attesa di un nuovo ormai immancabile condono, incita a non fare emergere i capitali nascosti.
 
Chiara Saraceno, la Reppublica
Togliere il Reddito di Cittadinanza agli “occupabili”, cioè a chi è adulto, non è ammalato, non ha, se donna, figli sotto i tre anni, perciò già ora è tenuto a firmare un patto per il lavoro presso il centro per l’impiego della sua città. Questa – commenta su Repubblica Chiara Saraceno – sembra essere la linea sostenuta dal governo e in particolare dalla presidente Meloni. Non ho dubbi che il governo procederà in questa direzione, ma allora dovrà risolvere alcuni problemi di cui non sembra abbia consapevolezza. Il primo riguarda il fatto che tra i percettori di RdC ci sono persone già occupate, a volte anche con contratti a tempo indeterminato. Non sempre, infatti, un reddito da lavoro è sufficiente a mantenere la propria famiglia. Una situazione destinata a peggiorare, dato che l’inflazione e i costi energetici gravano di più sui bilanci famigliari più modesti. Che cosa succederà a queste persone e alle loro famiglie? La seconda questione riguarda che cosa si intenda effettivamente per “occupabile” e di quante persone si tratti. Il terzo problema riguarda il nesso, il passaggio, tra essere occupabili ed essere effettivamente occupati. Come mostrano i dati del programma Gol (garanzia di occupabilità lavorativa), la politica attiva del lavoro messa in campo dal ministro Orlando alla fine della precedente legislatura nel quadro del Pnrr, su 300 mila persone prese in carico finora coinvolte corsi di formazione, tirocini, consulenza, solo poco più di 9 mila hanno trovato lavoro, nonostante più della metà fosse stata valutata come “vicina al mercato del lavoro”. Nel migliore dei casi, quindi, anche con politiche attive, i tempi per trovare un’occupazione possono essere lunghi. E deve esserci una domanda di lavoro adeguata e accessibile. Nel frattempo, come mangeranno, pagheranno l’affitto, manterranno i figli se ne hanno coloro che perderanno il RdC?
 
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