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Altro parere

Chi vuole rappresentare davvero questo Pd?

Redazione InPiù 04/10/2022

Altro parere Altro parere Carlo Triglia, Domani
“C’è un equivoco di fondo che grava sulla ‘questione Pd'. È l'idea che si debba decidere tra due prospettive: quella ‘riformista’, orientata a un liberalismo aperto alle istanze sociali, e quella ‘massimalista’, spinta verso l'assistenzialismo”. Carlo Triglia su Domani prova a fare chiarezza e spiega che “in realtà le cose non stanno così. La vera scelta che il Pd ha davanti - scrive il sociologo - è quella tra il recupero della capacità di rappresentanza dei gruppi sociali più disagiati, che ha quasi del tutto perso (più di altri partiti di sinistra europei) con il grande esodo verso le formazioni di protesta e populiste, e invece il proseguimento dell'illusione del partito dei ceti medi che come mostrano i dati, ignorati nel dibattito continuano a preferire l'offerta originale del centrodestra a quella succedanea del Pd. Il primo corollario che ne discende è che si può essere di sinistra, nel senso di cercare la rappresentanza dei gruppi più disagiati, senza essere necessariamente assistenzialistico antisistema. E oggi possibile – sottolinea l’editorialista - costruire un'alleanza estesa tra gruppi più disagiati e ampi settori dei ceti medi più aperti a una redistribuzione responsabile e sostenibile. Questa strada si basa su un riassetto coraggioso del welfare, della tassazione, delle relazioni industriali e delle politiche per l'innovazione che non frena ma sostiene lo sviluppo, ed è sperimentata da alcuni partiti di sinistra a forte tradizione socialdemocratica (paesi nordici e Germania dopo Schröder), nel quadro di una democrazia negoziale. Secondo corollario. Lo schema riformisti-massimalisti suggerisce in pratica al Pd di insistere su una prospettiva di Terza Via che si è dimostrata fallimentare per la sinistra, ma anche per le democrazie, con la crescita del populismo. Ma è impossibile che un partito di sinistra possa risollevarsi e recuperare il suo elettorato popolare con una prospettiva di questo tipo. Cioè senza porsi non solo come partito dei diritti, o all'americana come catalizzatore dei movimenti della società civile, ma anche e soprattutto come partito di contrasto delle disuguaglianze crescenti. Resta da verificare, possibilmente in un congresso costituente con una discussione vera, e magari valendosi di una sorta di libro bianco da affidare a competenze scientifiche, la praticabilità di questa strada e solo allora – conclude - decidere se il Pd debba continuare o sciogliersi”.
 
 
Fulvio Scaglione, Avvenire
“Nel volgere di poche ore e da voci di altissimo livello spirituale e politico, Papa Francesco e il presidente Mattarella è stata riproposta la parola ‘pace’, da troppo tempo, e in modo assurdo e autolesionista, ridotta quasi a sinonimo di resa, sconfitta, tradimento”. Fulvio Scaglione su Avvenire torna a perorare la causa delle trattative e parla di “tsunami da fermare”: “È superfluo ricordarlo – scrive l’editorialista - ma proprio il Papa e il nostro Presidente hanno dimostrato che parlare di pace non significa disconoscere la realtà o, peggio, mettere sullo stesso piano l’aggredito e l’aggressore. La pace, per essere tale, deve anche essere giusta, nessuno ignora questo principio. Troppe paci ingiuste, in passato, hanno aperto la strada a guerre ancor più devastanti e crudeli. Ma allora perché parlare di pace è diventato così difficile? L’alternativa, lo dicono tutti, non solo papa Francesco e il presidente Mattarella, è il rischio della catastrofe economica mondiale, della carestia in vaste parti del mondo, persino dello scontro atomico in Europa. Tanto più che la lunga guerra in Ucraina, dopo l’invasione russa del 24 febbraio, non ha fatto che degenerare.  È comprensibile che i Paesi in guerra perdano la testa, sconvolti dal sangue versato e presi dalla follia della conquista o dalla sete di rivincita. Ma gli altri? L’Europa, gli Stati Uniti? Davvero crediamo – sottolinea Scaglione - che basti ripetersi che la colpa di tutto è di Vladimir Putin e che tutto finirà quando lui lascerà il potere e la Russia sarà sconfitta? E se non accadesse? E se accadesse solo dopo molti anni di una guerra come quella cresciuta terribilmente d’intensità negli ultimi otto mesi, con tensioni sociali altissime in un’Europa impoverita e parti di mondo in subbuglio per la scarsità di cibo a prezzi sopportabili? Al netto di tutte le retoriche e delle propagande, produrre un serio piano di pace, e lavorare per spingere i contendenti a farne parte, dovrebbe essere oggi l’impegno prioritario di tutti i Paesi. Stupisce che nessun leader europeo, con la parziale eccezione del francese Macron, sia disposto a percorrere questa strada. A quanto pare, nessuno si rende conto che lo smembramento dell’Ucraina sarebbe una tragedia e che il collasso della Russia sarebbe uno tsunami. Se vuoi la pace – conclude - prepara la pace”.
 
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