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Altro parere

I cattivi maestri

Redazione InPiù 03/10/2022

Altro parere Altro parere Marco Travaglio, Fatto Quotidiano
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano cerca di fare chiarezza sulle ragioni della rottura tra M5s e Pd: “Chi finge di non capire la distanza siderale che oggi divide i 5Stelle e questo Pd dovrebbe ripassare la storia degli ultimi tre mesi e mezzo. A partire dal 19 giugno – scrive il direttore - quando Luigi Di Maio, ministro 5S degli Esteri, accusò il suo capo Giuseppe Conte di “disallineare l’Italia da Nato e Ue ” e di “mettere a rischio la sicurezza nazionale” citando una falsa risoluzione 5Stelle contro l’ennesimo invio di armi a Kiev. Né il premier Draghi né i ministri Pd difesero Conte e il partito di maggioranza relativa. Il Nazareno già sapeva dell’imminente scissione di Di Maio&C., che da settimane reclutava segretamente truppe grilline e cercava pretesti per andarsene. Ne erano informati alcuni consiglieri del Colle, con cui Di Maio ha sempre concordato ogni mossa. Senza il loro avallo e quello dello staff draghiano, ma soprattutto senza la promessa di collegi dal Pd in caso di voto anticipato, mai un calcolatore come lui avrebbe fatto il salto nel buio. Pensava di rafforzare Draghi e dunque se stesso, ma anche di acquisire altri meriti presso Usa, Nato e Ue vampirizzando il M5S, che chiedeva di discutere in Parlamento di armi e negoziati e invocava misure contro lo tsunami sociale. La scissione – ricorda Travaglio - fu annunciata da Di Maio il 21 giugno sera. Draghi sostiene di averla appresa quel mattino: ma anche chi gli crede sa che sarebbe bastato un suo cenno per fermarla. Invece non fece nulla. Anzi provocò i 5S infilando nel dl Aiuti la norma Pd sull’inceneritore di Roma e altre contro il Rdc e il Superbonus, e ci impose pure la fiducia. Non solo. Grillo raccontò a Conte che in quei giorni il premier non si limitava - come suo solito - a chiedergli di scaricarlo: gli suggeriva pure di portare a Di Maio i grillini rimasti per isolarlo. Il 15 luglio il M5S non votò la fiducia in Senato per l’inceneritore e Draghi si dimise pur avendola ottenuta: il Pd sperava in una seconda scissione nel M5S e promise altri seggi ai draghiani rimasti, da D’Incà a Crippa. Mattarella rinviò il governo alle Camere e il 20 luglio Draghi fece l’harakiri-bis: attaccò Lega, FI e M5S per farsi sfiduciare, sempreché i governisti grillini e leghisti non mollassero Conte e Salvini. Se Conte avesse fatto al Pd ciò che il Pd ha fatto a lui – conclude Travaglio - oggi qualcuno si domanderebbe perché non tornano insieme a tarallucci e vino?”.
 
Francesco Maria Del Vigo, il Giornale
“A poco più di una settimana dalle elezioni, c’è stata una sorta di epifania collettiva. Improvvisamente tutti, ma proprio tutti, hanno scoperto che in Italia c’è un problema grosso come una casa e ha un nome orribile: la povertà”. Francesco Maria Del Vigo sul Giornale mette in guardia dai nuovi ‘cattivi maestri’: “Gli stipendi si restringono, il potere d’acquisto diminuisce, gli affitti si impennano e, come raccontiamo tutti i giorni, le bollette decuplicano. I segnali – lo dicono, tra i tanti, anche i dati dell’Istat – erano già ben evidenti nel 2021. Ecco, questo è il punto: se il problema era già sotto gli occhi di tutti, perché solo oggi scatta l’allarme povertà? Siamo malpensanti e ci viene il dubbio che forse, Draghi regnante, nessuno avesse interesse a far suonare le sirene della crisi, a farci vedere il baratro che attendeva tutti noi poco più in là. E, adesso, chi prima faceva professione di ottimismo e predicava responsabilità, soffia sul fuoco. Anzi sul gas. Dai grillini alla sinistra. E persino Confindustria, che di numeri ne capisce qualcosa, ha deciso repentinamente che flat tax e prepensionamenti non si possono fare, mettendo una zeppa sulla strada del governo. E poi c’è la piazza. Legittimo protestare contro il caro energia – scrive Del Vigo - ma fare casino no. Hanno iniziato gli studenti di Milano - occupando le scuole contro una vittoria democratica alle elezioni, caso unico al mondo - e li seguiranno, con un motivo qualunque, le frange più radicali dei sindacati e tutti quei cespugli antagonisti che sbucano oltre la sinistra parlamentare. A chi protesterà per la crisi si sommeranno quelli che non vorranno le riforme. I cattivi maestri grillini ne sanno qualcosa: prima delle elezioni Conte aveva minacciato la guerra civile se qualcuno avesse osato toccare il sussidio pentastellato, ieri Grillo, con la pacatezza che lo contraddistingue, ha parlato di «brigate di cittadinanza». Truppe pacifiche di percettori del reddito che, improvvisamente, dopo tre anni a grattarsi sul divano, iniziano a lavorare. Ma il messaggio e il lessico raccontano una voglia mai sopita di alimentare le tensioni sociali. Rischiamo di rimanere al freddo in quello che – conclude l’editorialista - si preannuncia come un inverno caldo, stupidamente arroventato da proteste strumentali”.
 
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