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La destra al bivio dopo la vittoria

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 03/10/2022

La destra al bivio dopo la vittoria La destra al bivio dopo la vittoria Ezio Mauro, Repubblica
Su Repubblica Ezio Mauro si chiede se il governo di Giorgia Meloni sarà reazionario o conservatore. “La leader di Fratelli d’Italia rischia di arrivare alla guida del Paese senza avere a portata di mano una tradizione riconoscibile e commerciabile politicamente. Prima premier donna, Meloni segna con questo primato un’indubbia innovazione di sistema, ma legata e limitata alla sua persona, mentre denuncia la mancanza di riferimento a un’esperienza comune in cui si riconosca gran parte del Paese. La complicazione – spiega Mauro - nasce dal fatto che l’Italia non ha mai avuto una moderna cultura conservatrice, di stampo europeo. Naturalmente c’è sempre la possibilità di pescare nella parte più conservatrice del bazar culturale democristiano, ma questa scelta suggerirebbe di guardare al Ppe come approdo europeo, scelta a tutt’oggi contronatura per una protagonista estrema e irregolare della scena politica come Meloni. Se invece Fdi decidesse di imporre una curvatura reazionaria alla sua leadership l’armamento culturale si indirizzerebbe contro i diritti, penalizzando dal punto di vista civile i soggetti e le categorie direttamente interessate, ma facendo retrocedere l’intera società perché i diritti aumentano la cifra della qualità democratica dell’intero Paese. Questa scelta pare oggi improbabile, perché dividendo il Paese rischia di sollevare forti tensioni sociali e soprattutto perché risponde più al populismo cristianista di Salvini che al nazionalismo sovrano di Fratelli d’Italia. Più probabile che Meloni peschi giorno per giorno nel conflitto di costumi, credenze e abitudini quegli elementi d’italianità che vuole difendere, costruendo sul campo una tradizione. Tra l’ipotesi conservatrice e quella reazionaria, Meloni potrebbe cioè scegliere una terza via, con un cambio di sistema. Il populismo si alimenta di semplificazioni e contraddizioni: ma si può essere conservatori e rivoluzionari al tempo stesso?”.
 
Veronica De Romanis, La Stampa
“Tra le sfide che dovrà affrontare il prossimo governo, quella con Bruxelles è senza dubbio una delle più importanti”. Ne parla sulla Stampa Veronica De Romanis riferendosi in particolar modo al tema del debito pubblico. “Con le istituzioni comunitarie – scrive De Romanis - andranno tessute relazioni credibili e alleanze forti. Per fare ciò, gli alleati di centrodestra dovranno essere disposti a cambiare metodo. Radicalmente. Invece di sollecitare all’Europa aiuti e interventi, dovrebbero provare a mettere in atto ciò che l’Europa chiede agli Stati nazionali. Ossia stabilità e convergenza, elementi necessari per far crescere e prosperare l’intera area. Nelle prossime settimane la Commissione avanzerà una proposta di riforma delle regole di bilancio comunitarie. Successivamente, la parola passerà ai leader nazionali. La posizione del centrodestra e, in particolare, di Giorgia Meloni, non è ancora chiara ma una cosa è certa: il futuro governo dovrà procedere in modo cauto: un alto indebitamento come il nostro può essere fonte di instabilità per gli altri. Inevitabilmente, i negoziati sulla riforma delle regole europee di bilancio si trasformeranno in un importante banco di prova. Impostare i negoziati chiedendo meno vincoli (leggi più spesa a debito) non sarebbe una strategia efficace. Peraltro, vale la pena ricordare che in assenza di regole ci penserebbero i mercati a sanzionare chi non ha i conti in ordine. Il secondo principio che i Paesi dell’Unione dovrebbero perseguire è quello della convergenza, l’auspicio che chi è indietro possa convergere verso chi registra le performance migliori. A tal fine, sono stati creati diversi fondi”. In quest’ottica “attuare il Pnrr nei tempi e nei modi stabiliti è fondamentale: rafforza l’Italia e l’Unione nel suo insieme. Chiedere di rivederlo è possibile ma non è una felice idea. Difficilmente si potranno ottenere nuove risorse; probabilmente si perderà del tempo”.
 
Vittorio E. Parsi, Il Messaggero
Sul Messaggero Vittorio E. Parsi parla della “farsesca” narrazione russa del conflitto in Ucraina. “Di fronte all’irrompere della realtà, Putin ha costruito la gigantesca messinscena dei referendum ed annessione, proclamato a chiacchiere quello che i fatti clamorosamente smentiscono, perché, per occultare un enorme fallimento, era necessaria una gigantesca bugia. Se questo può ancora funzionare sul piano interno, in un Paese ottenebrato e intontito da oltre vent’anni di propaganda e menzogne, le cose stanno ben diversamente sul piano internazionale, dove lo show mediatico non poteva certo nascondere la constatazione che i territori che si pretendeva di annettere non erano neppure sotto controllo dell’esercito occupante. E così abbiamo assistito all’ennesimo rilancio, quello totale, ultimo: la minaccia dell’uso dell’arma nucleare, l’arma definitiva impiegata per capovolgere la realtà del campo, per impaurire gli ucraini, l’Occidente e il mondo. A questa minaccia la sola risposta che è possibile opporre è quella della fermezza. Si tratta dell’unico atteggiamento in grado di mantenere funzionante la deterrenza, di costringere un Putin totalmente staccato dalla realtà a prendere atto che l’impiego armi nucleari in Ucraina esporrebbe la Russia a una durissima ritorsione. Cedere ora – sottolinea Parsi - significherebbe cedere per sempre ai successivi ricatti che lo ‘zar nudo’ non potrà che continuare ad attuare nel tentativo di preservare il suo potere. Seppure non abbiamo nessuna certezza che chi dovesse succedere a Putin sarebbe portatore di una cultura politica e un’etica diverse e migliori, possiamo solo sperare in una rimozione di Putin ad opera dei suoi accoliti e, nel frattempo, confidare che nell’apparato delle forze armate e della struttura statale russa ci sia ancora abbastanza intelligenza e decenza da non mettere in atto ordini che si configurerebbero come un crimine contro l’umanità. Non è molto, ma è tutto quello che abbiamo”.
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