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Altro parere

Chiudere il Pd per salvare la sinistra

Redazione InPiù 30/09/2022

Altro parere Altro parere Stefano Feltri, Domani
Per salvare la sinistra, scrive sul Domani il direttore Stefano Feltri, bisogna sciogliere il Pd, dichiarare l’esperimento fallito e lasciare che altri soggetti riempiano quello spazio. Non si tratta di cambiare segretario, nome o facce, ma di archiviare un progetto politico: quello di uno schieramento progressista costruito intorno a un grande partito tradizionale. Il Pd non riesce più a parlare ai suoi elettori, men che meno a quelli degli altri. Tutti conosciamo persone che hanno sempre votato a sinistra ma che questa volta non hanno votato il Pd. E non lo voteranno mai più, perché è diventato “respingente” per troppi pezzi del suo elettorato potenziale, per i ceti più popolari, che lo vedono come il partito della classe media, per le élite progressiste, che lo considerano un partito della conservazione e dello status quo più che del cambiamento, per chi non ha appartenenza ideologica e, chiusa la stagione renziana, ha sempre visto leader preoccupati soltanto di preservare una tradizione in disfacimento. Attualmente si vedono in campo due approcci, che cercano rispettivamente di preservare quello che è rimasto: gli amministratori (da Stefano Bonaccini e Vincenzo De Luca) spingerebbero il Pd in una direzione più decentrata e territoriale, i laburisti (da Andrea Orlando a Peppe Provenzano) verso un ideale socialdemocratico che però non funziona più. E soprattutto non è più credibile. Resta l’ipotesi del partito-movimento con Elly Schlein: ma anche questa è bruciata e decotta. Il Pd, conclude Feltri, poteva essere un grande aggregatore di tutte le energie a sinistra dello schieramento politico, ma avrebbe dovuto essere democratico davvero, scalabile, capace di tollerare al suo interno punti di vista e priorità diverse. Invece è stato soltanto spartizione di un potere sempre più piccolo tra due oligarchie, gli ex Ds e l’ex Margherita, che sono ancora ben distinte e riconoscibili nelle filiere di riferimento. Meglio allora che lasci spazio ad altro.
 
Davide Tabarelli, Il Sole 24 Ore
La Commissione Ue – rileva sul Sole 24 Ore Davide Tabarelli – ha detto no al tetto al prezzo a tutto il mercato, mentre vuole metterlo solo sulla Russia. Scelta politica, ritorsione, che poco ha a che fare con l’economia, perché non riduce i prezzi delle bollette, visto che dalla Russia ormai non importiamo più nulla. Così, dopo un anno dalla prima proposta dell’Italia, nulla è cambiato. Aveva un senso allora, perché, per quanto difficile, il tentativo avrebbe avuto più possibilità di successo. Il prezzo va sempre accettato anche dai venditori, altrimenti si finisce in contenzioso, dove i compratori possono facilmente trovarsi a pagare penali dell’ordine di decine di miliardi di dollari. Chi impone il prezzo deve essere in condizione di forza, ma ora l’Europa è il compratore più debole mai visto al mondo. Un anno fa i prezzi erano a 80 euro/MWh e i venditori, anche loro sbalorditi da valori quattro volte superiori al normale, avrebbero potuto accettare un tetto a 80, addirittura a 100, ma oggi? Dopo che abbiamo toccato i 346 euro il 26 agosto e mentre viaggia in questi giorni a 180-200? Allora potevamo fare leva su due principi da sempre condivisi nell’industria del gas. Il primo che il prezzo deve sempre riflettere il valore per i consumatori finali e questo, in condizione di guerra, non può essere misurato. Il secondo è che non è nell’interesse di chi vende che il compratore sia strozzato. Oggi, i venditori, nel caso, avrebbero troppi problemi a spiegare ai propri Stati perché accettino un tetto mettiamo a 100, o a 200, quando è stato oltre i 300, per di più imposto dall’Europa, il compratore che si vanta di dire che il gas non è sostenibile e che deve essere abbandonato. La Commissione, invischiata nella regolazione, non vuole, non può abbandonare la fede nel dio mercato che, invece, contagiato dalla follia della guerra, non fa altro che esprimere quotazioni assurde.
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