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La svolta al Nord

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 27/09/2022

In edicola In edicola Venanzio Postiglione, Corriere della Sera
La svolta elettorale e nord e le esigenze del Sud. Ne parla Venanzio Postiglione che firma l’editoriale odierno sul Corriere della Sera: “Coincidenze. Lunedì mattina. Mezzo Mondo a interrogarsi sul Paese di Giorgia Meloni. Se sarà aperto o chiuso o una via intermedia. Mezzo mondo per le strade di Milano, ultime ore di settimana della moda, un intreccio di lingue, look e invenzioni: il made in Italy non è la riserva di cento creativi ma la (vera) linfa nazionale. Lo specchio del rapporto con l’Europa, e non solo, la rete che unisce le regioni, soprattutto al Nord, la vocazione stessa di un Paese che deve immaginare, fabbricare, esportare. O spegnersi. È successo qualcosa di inedito. Dal Piemonte al Friuli. Lungo l’autostrada A4 che trasporta il Pil italiano. Per quasi trent’anni – scrive Postiglione - da quel ’94 che cambiò la politica, la dinamica del voto settentrionale è apparsa cristallizzata: da una parte l’asse Berlusconi-Lega, quasi sempre vincente, dall’altra la sinistra, spesso in minoranza nelle regioni e più forte nelle città. Ma adesso? Un Pd in crisi, salvo Milano e poche eccezioni. E un centrodestra con un volto nuovo. La vincitrice unica, anche qui, è Giorgia Meloni, che nel Nord Est è arrivata al 27,3 per cento, mentre i leghisti si sono fermati a quota 11, nella terra di Zaia e di Fedriga. Ma non è solo una questione di leadership.  Per anni abbiamo raccontato la base sociale del binomio Berlusconi-Lega e, quindi, le imprese piccole e medie, gli artigiani e i commercianti, le partite Iva, un universo intero che ha fiducia in sé prima che sfiducia nello Stato. Dov’è finito quel mondo? Ha scelto Meloni e il partito nazionale? Sì, anche. Per il valore generale delle elezioni e le incertezze del Carroccio. Ma soprattutto – osserva l’editorialista - perché il voto d’opinione prevale ormai sul voto «per categorie»: come gli operai hanno lasciato la sinistra, così i negozianti possono abbandonare la Lega. E si torna al punto di sempre. Come conciliare le richieste delle imprese del Nord e l’ansia di protezione di una fetta del Sud sarà difficile e allo stesso tempo imprescindibile. Liberare e sospingere le energie del Nord senza perdersi, ancora una volta, lo sviluppo possibile del Sud. Chiusa l’analisi del voto, ci vorranno le risorse europee del Pnrr ma anche una ventata di idee e di innovazione per ricucire l’Italia”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Stefano Folli su Repubblica esamina quella che sarà la delicata transizione tra Draghi e Meloni: “Negli Stati Uniti la transizione tra un presidente uscente e il suo successore dura circa due mesi e mezzo. È un periodo delicato, definito da regole precise e gestito da persone competenti. Viceversa in Italia, sia per le caratteristiche del nostro sistema sia per una storia politica peculiare, non sempre il risultato elettorale ha scandito passaggi memorabili. Eppure stavolta è diverso. In primo luogo – spiega Folli - perché si passa da un governo ‘tecnico’ di alto profilo, che di fatto conclude una stagione di esecutivi almeno in parte extra-politici nati in vari momenti su iniziativa del presidente della Repubblica, a un ministero fondato su un mandato popolare. Un mandato che ovviamente divide il Paese e scatena passioni, ma questo è un bene. E c’è dell’altro. La vittoria della destra, secondo modalità e proporzioni sconosciute in passato, segna un salto di notevoli proporzioni per la vita pubblica. Una giovane figlia di una cultura politica opposta a quelle dominanti negli anni della Repubblica finisce — è inevitabile — sotto esame. Sul piano interno e internazionale. Deve scansare ostacoli di ogni genere, ma soprattutto è chiamata a dar prova di quel «senso di responsabilità» da lei stessa evocato nelle ultime ore. Ecco allora che la parola “transizione” acquista un significato nuovo, avvicinando l’esperienza italiana a quella americana. In un arco di tempo di circa un mese – osserva Folli - gli aiutanti della futura premier e lei stessa dovranno impadronirsi di tutti i “dossier” essenziali per cominciare col piede giusto. In testa ci sono i temi economici, i dati del bilancio dello Stato, la gestione del Pnrr (e anche gli eventuali ritocchi da negoziare con l’Ue). Si capisce che il sentiero è tortuoso: vi si incrociano, da un lato, la tutela dei conti pubblici, la politica fiscale, le prime scelte economiche e dall’altro il rapporto con un’Europa dubbiosa e diffidente. È transizione, certo, ma al tempo stesso è già confronto acceso. Basti pensare che la legge di bilancio dovrebbe essere presentata all’Unione il 16 ottobre, quando il governo ancora non sarà formato. Quel che conta è il clima politico nel quale si compirà questa transizione. Dipende un po’ da tutti, ma in prima battuta dalla vincitrice del 25 settembre. È prioritaria – conclude Folli - la sua capacità di darsi un profilo istituzionale, magari ascoltando i consigli di Mattarella e Draghi”.
 
Lucio Caracciolo, La Stampa
“Il problema dell’Italia è che vale molto più di quanto conti. In tempo di guerra questo sbilancio fa tutta la differenza. Perché è l’ora della verità”. Lucio Caracciolo sulla Stampa descrive il timore delle Eurocrazie per la nuova Italia post elezioni: “Le narrazioni lasciano il fumo che trovano. Contano i rapporti di forza basati sui duri fatti, sulla capacità di interpretarli e di comunicarli strategicamente. Misto di hard e soft power, con le brevi pause e le accelerazioni brusche delle montagne russe. Il nostro paese, che per quasi otto decenni ha goduto dei formidabili vantaggi della sovranità limitata nel contesto euroatlantico, è molto meno attrezzato di altri ad affrontare l’emergenza. Oggi sia il protettore di ultima istanza (America) sia i soci del sistema europeo - allestimento da bel tempo che si sfarina quando comincia a piovere forte - hanno priorità diverse dall’Italia. Si occupano della stretta tutela dei propri immediati interessi, meno del sistema internazionale di riferimento. Oggi – scrive l’editorialista - il Belpaese è preda troppo attraente per non suscitare appetiti in amici e nemici che scrutano le ‘eccellenze’ - tradotto: gli oggetti di valore che ornano il nostro open space - e studiano come appropriarsene. O impedire che lo facciano i rivali. Il tema del momento è se il governo di centrodestra ci rende più deboli in ambito comunitario e atlantico. Temiamo di sì mentre speriamo di no (qualcuno spera di sì, forse perché domiciliato altrove). Dopo 67 governi repubblicani dovremmo aver colto che il nostro destino è largamente indipendente da chi siede a Palazzo Chigi e dall’esecutivo che presiede. E che il glorioso vincolo esterno, non concesso fosse un’idea geniale, nel mondo del ciascun per sé nessun per tutti è contraddizione in termini. Sarà pure gioco degli specchi, ma così è se vi pare. Motivo per cui temiamo che la differenza fra Draghi e Meloni dovremo scontarla. La buona notizia è che ai vertici della Repubblica e del governo attuale ci sono personalità esperte, ben edotte dei pericoli che corriamo. Mattarella e Draghi, con stile diverso – conclude Caracciolo - si sono spesi e continueranno a farlo dentro e soprattutto fuori i nostri confini per assicurare a Meloni una rete di protezione almeno nella fase di rodaggio. Forse non basterà”.
 
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