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La fine della finzione

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 22/09/2022

La fine della finzione La fine della finzione Paolo Valentino, Corriere della Sera
Paolo Valentino commenta sul Corriere della Sera la mobilitazione parziale delle forze militari russe ordinata dal Cremlino. “La finzione è finita: Vladimir Putin – scrive Valentino - smaschera suo malgrado la grande bugia dell’’operazione speciale’ e definisce in termini esistenziali la posta in gioco. Anche se non usa la parola, la guerra ha raggiunto la Russia. Non si tratta più di «liberare e denazificare» l'Ucraina, ma di difendere la nazione dall'Occidente collettivo, che vuole «indebolire, dividere e distruggere la Russia». Putin torna perfino a evocare, senza menzionarlo esplicitamente, l'eventuale uso di armi nucleari, una minaccia velata ma apocalittica, con cui vorrebbe costringere Kiev e i suoi alleati occidentali ad accettare le conquiste territoriali fin qui ottenute dalle truppe russe e ora in bilico. Con la frettolosa convocazione dei referendum per annettere le aree del Donbass, Putin traccia una linea rossa che nelle sue intenzioni dovrebbe scoraggiare nuovi attacchi contro quello che, dopo i plebisciti dall'esito scontato, Mosca considererà territorio russo a tutti gli effetti”. Per l’editorialista del Corriere “quella di Putin è una scommessa ad alto rischio, che ne svela i ridotti margini di manovra, sia sul terreno, dove le forze ucraine hanno rovesciato il conflitto riconquistando ampie zone, sia all'interno della Russia, dove è sempre più difficile per lo Zar tenere a bada uno scontento diffuso. Che l'azzardo di Putin paghi in termini militari è tutto da verificare. Ci vorrà tempo prima che i 300 mila nuovi soldati siano schierati e operativi. Ciononostante, non bisogna sottovalutare il leader russo, soprattutto ora che è nell'angolo. Tenere il punto della fermezza e allo stesso tempo evitare provocazioni – conclude -, sono due facce della stessa medaglia”.
 
Nathalie Tocci, La Stampa
Sulla Stampa Nathalie Tocci analizza le reazioni dei russi alla mobilitazione parziale decisa da Putin. “Se la mobilitazione è così impopolare perché allora questa mossa azzardata da parte di Putin? Se è vero che l’esercito russo ha perso solamente 6mila unità delle 200mila al fronte, che bisogno c’è di addestrarne e mobilitarne immediatamente altre 300mila? I conti non tornano. E non tornano perché le perdite di soldati e di armamenti sono in realtà enormi: la Russia sta perdendo la guerra. Putin sa che la sconfitta significa, prima o poi, la sua caduta; e la caduta di un dittatore è raramente aggraziata. Da qui deriva un’altra domanda: una mobilitazione può cambiare l’esito della guerra? Militarmente la risposta è probabilmente no, o perlomeno non subito. Ci vorranno mesi finché i riservisti vengano addestrati e mandati al fronte, ma la liberazione dei territori ucraini è in atto ora. E’ proprio perché la mobilitazione è tanto impopolare politicamente quanto militarmente dubbia che Putin ha resistito fino a ieri. La sua è una mossa di disperazione”. Secondo Tocci il senso della mobilitazione “è dunque politico ed ha a che fare con noi, con le democrazie che sostengono l’Ucraina. Putin, disperato, parla a noi. Ci sta dicendo che ha scelto l’escalation e che dovremmo temerla e lasciare l’Ucraina alla sua sorte. Un’escalation che prevede l’uso di ogni strumento per difendere la madre patria, anche dell’arma nucleare. Per rimarcare, pateticamente, che questa volta fa sul serio, Putin ammonisce che non sta bluffando, una sottolineatura che forse serve a convincere non solo noi e tutti quei finti alleati che iniziano a voltargli le spalle, ma anche sé stesso. Ma poco importa. Quel che conta è che non ci abbindoli. E’ proprio ora che la liberazione procede e che la mobilitazione russa tarderà a materializzarsi che bisogna premere sull’acceleratore di una strategia europea e occidentale che sta dimostrando tutta la sua efficacia”.
 
Gianni Riotta, Repubblica
“La sfida di Putin era far cadere Zelensky, rendere l’Ucraina vassallo, spaventare gli europei con il ricatto del gas, vantarsi poi del blitz con Xi e far apparire Biden imbelle. Ha fallito”. Su Repubblica Gianni Riotta parla della disfatta politica di Putin, certificata anche dalle reazioni cinesi al recente summit di Samarcanda. “Zelensky è all’attacco, l’Ucraina è divenuta cara all’Unione Europea, che avrà un difficile inverno ma si disintossica dal lungo doping energetico russo, Xi è imbarazzato da Vladimir Capitan Fracassa, il dollaro torna valuta di riferimento classica. Tutto ciò, secondo Biden nel discorso di ieri all’Onu, rende però Putin più, non meno pericoloso. Come documenta lo studioso Michael Kofman, il vero fronte per Putin non è lungo il fiume Dnipro, ma in patria. Il suo patto sociale è crollato. Con la coscrizione militare e l’economia minata dalle sanzioni, tanti cittadini si chiedono dove li stia trascinando il presidente. Putin cita spesso il suo incubo da ragazzo, il ratto che vide stretto in un angolo, feroce, deciso a tutto. Così si sente oggi, solo, senza amici, le bombe atomiche chiave tragica per farsi ascoltare. Può usarle sul Mar Nero, sul fronte, su Kiev e ha già lanciato missili ipersonici Kinzhal contro le dighe nemiche, armati di cariche convenzionali, predisposti per le atomiche. Chi esclude che Putin possa rompere la pace nucleare si illude, come già chi escluse l’invasione. Usa ed Europa ne sono consapevoli, Cina e India cominciano a temere l’apocalisse russa. Da lunedì la guida politica italiana muterà: chiunque succeda a Mario Draghi – conclude Riotta - ha il dovere di non disertare dall’impegno democratico internazionale contro una guerra totalitaria, che rimette la paura nucleare nella nostra vita quotidiana, cancellando pace e giustizia dalle frontiere europee”.
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