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Le tante anomalie d'Italia

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 20/09/2022

In edicola In edicola Paolo Mieli, Corriere della Sera
“La storia della Seconda Repubblica è iniziata ventinove anni fa con un evento assai particolare: la convocazione al Quirinale dell’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, «spostato» a Palazzo Chigi per dar vita ad un governo d’emergenza”. Paolo Mieli sul Corriere della Sera fa un excursus storico per sottolineare le tante anomalie italiane: “Curiosamente – scrive - questa fase di storia dell’Italia repubblicana si chiude (non sappiamo se in via definitiva) con l’uscita dallo stesso edificio, Palazzo Chigi, di Mario Draghi, un personaggio dalle caratteristiche assai rassomiglianti a quelle dell’illustre predecessore” passando per Dini e Monti”. Inoltre, aggiunge l’editorialista, “Nessun politologo si è fermato a riflettere sull’effetto che queste esperienze (ripetiamo: ben quattro nell’arco di un trentennio) possono avere avuto sul sistema politico. Le prime due radicalmente. Dopo l’esperienza Monti, il centrodestra—ancorché travolto dai marosi provocati da guai giudiziari di Berlusconi — non ha rinunciato all’idea di presentarsi al proprio elettorato nella sua versione ormai trentennale. Il centrosinistra, no. Intimidito forse dalla qualità dei tecnici che evidentemente considerava superiore alla propria, da più di dieci anni ha scelto di non offrire al Paese né una coalizione né un leader per il governo. Neanche questa volta. Il Partito democratico si è specializzato nell’arte di giostrarsi nel caos parlamentare, contribuire alla nascita di coalizioni emergenziali e far poi durare la legislatura fino alla fine naturale facendo leva sull’attaccamento degli eletti al posto precedentemente conquistato. Questo metodo porta con sé in dubbi vantaggi: presenza assicurata nel governo e nel sottogoverno, totale deresponsabilizzazione a fronte delle scelte più impegnative, irrilevanza di eventuali insuccessi elettorali. Ma, ora che è finita la campagna elettorale, sorge il dubbio che questo modo di prospettare il proprio futuro—facciamoci eleggere, poi sistemeremo le cose in Parlamento, contando sull’immediato tracollo degli avversari e, nel caso, chiamando a Palazzo Chigi un nuovo supertecnico — possa garantire una qualche affidabilità. Né ci sembra – conclude - che una prospettiva del genere possa costituire per Mario Draghi un richiamo irresistibile”.
 
Francesco Bei, la Repubblica
Francesco Bei su Repubblica firma l’editoriale che parla di “estremismi in competizione”: “È iniziato l’assalto finale. A quattro giorni dal voto, al termine di una campagna elettorale opaca, senza un confronto tra programmi, le due destre si presentano agli elettori senza più la maschera di un falso moderatismo. Matteo Salvini, liberato dalle catene del ‘giorgettismo’ è ormai in polemica quotidiana con Mario Draghi e ne contesta apertamente ogni mossa. Come se non avesse governato per un anno e mezzo con Pd, Renzi e Cinque Stelle, il leader della Lega è impegnato allo spasimo per far dimenticare la stagione della responsabilità e strapparsi la camicia di forza dell’unità nazionale. L’antagonismo con il presidente del Consiglio - osserva l'editorialista - è aumentato giorno dopo giorno. Fino ad arrivare all’attacco diretto dopo le parole di Draghi sui «pupazzi prezzolati» da Mosca. Ma la torsione ha interessato anche Giorgia Meloni. Una metamorfosi ancora più sorprendente, giacché la leader di Fratelli d’Italia aveva lavorato molto per costruire un’immagine diversa del suo partito, provando a cucirsi addosso l’abito di conservatrice moderata, più Liz Truss che Viktor Orbán. Un patrimonio che Meloni sta dissipando in queste ultime settimane per una ragione molto semplice, che non riguarda tanto il tributo dovuto all’Internazionale nera del sovranismo europeo, quanto i rapporti interni all’alleanza di centrodestra. Per comprendere la strambata a 180 gradi di Meloni, che passa dallo schierarsi con ‘l’autocrazia elettorale’ ungherese al Parlamento europeo, lo stillicidio polemico contro Francia e Germania, fino all’augurio che il clerico-franchista Santiago Abascal prenda il posto del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez – spiega Bei - bisogna guardare alla rivalità sempre più accesa con Matteo Salvini. Ormai arrivata quasi alle minacce personali. Questa rincorsa a perdifiato verso il fondo del pozzo, che le destre stanno conducendo per stabilire la supremazia interna alla coalizione, per l’Italia può finire però molto male. Il premier Draghi ha avvertito i partiti di scegliersi bene, come alleati in Europa, quelli che possono favorire l’interesse nazionale italiano. L’idea di mettersi contro Parigi, Berlino e Madrid, ossia le nazioni guida dell’Unione, prima ancora di aver vinto le elezioni, non sembra andare in questa direzione”.
 
Stefano Stefanini, La Stampa
“Anziché incontrare il mondo Vladimir Putin lo sfida da lontano. Non si presenta sulla passerella delle Nazioni Unite. Invece di parlare all’Assemblea Generale parlava ieri alla nazione russa”. Stefano Stefanini sulla Stampa descrive “Putin in trincea” rispetto al resto del mondo: “Al Palazzo di Vetro ha spedito il fido Sergei Lavrov, professionista, veterano dell’Onu, al quale è di nuovo richiesto di giustificare l’inammissibile: uso della forza diametralmente opposto alla Carta; crimini di guerra commessi dalle truppe regolari russe; e, adesso, anche l’annessione dei territori occupati in Ucraina. Trincerato al Cremlino, il Presidente russo ha infatti annunciato il referendum per l’annessione della parte del Donbass controllata militarmente dalla Russia. Deve affrettarsi prima che gli ucraini liberino altri territori; le urne sembrano previste il prossimo weekend, battendo ogni record. La progettata annessione – osserva l’editorialista - oltre che uno schiaffo in faccia all’Onu e al diritto internazionale, è anche la risposta, aggressiva, ai recenti successi militari di Kiev. Putin non ha alcuna intenzione di sedersi al tavolo e negoziare se non la pace, almeno un cessate il fuoco. Passa invece all’escalation, militare e politica. L’annessione ne è tassello critico. Innanzitutto, Putin fa appello ai sentimenti nazionali e slavofili sia della grande maggioranza dei russi, finora al riparo dalle conseguenze della guerra – McDonald ha chiuso, pazienza – sia degli abitanti delle aree belliche, nei territori occupati e in Russia. Secondo, incorporando rapidamente il Donbass nella ‘sacra’ Russia, qualsiasi mezzo militare, convenzionale e non, diventa lecito per difenderne la neonata integrità territoriale. Terzo, crea le premesse per chiamare la mobilitazione generale – ultima ratio che equivarrebbe a riconoscere che la favola dell’operazione speciale non basta più. Vladimir Putin sta giocando il tutto per tutto. I russi cominciano a domandarsi dove li porti la follia di questa guerra. Ma il leader si è isolato dal resto del mondo – conclude - in un Cremlino che comincia ad assomigliare a un bunker. E questo lo rende quanto mai pericoloso”.
 
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