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Salvini, il Viminale e il bivio populisti

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 04/08/2022

Salvini, il Viminale e il bivio populisti Salvini, il Viminale e il bivio populisti Montesquieu, La Stampa
Sulla Stampa Montesquieu commenta la proposta di Salvini di comunicare prima del voto i nomi dei titolari di alcuni ministeri preminenti, che ricorda il vincolo addirittura legislativo, voluto da Berlusconi nei suoi tempi d’oro, di corredare la lista elettorale del nome del candidato alla guida del governo. “Anche allora – scrive l'editorialista anonimo - il primo impatto fu quello di un avvicinamento agli elettori. Un’utile informazione, che però il nostro sistema parlamentare non poteva prevedere perché non rispettosa delle prerogative del nostro capo dello Stato nella formazione dei governi. La proposta di Salvini sembra muovere nella stessa direzione, limitatamente ad alcuni ministri, mentre trascura il diritto degli elettori di conoscere preventivamente il nominativo della guida del governo. Del quale indica, per incertezza sopravvenuta con i nuovi rapporti di forza, il solo meccanismo di individuazione ma sempre comunque depotenziando il Capo dello Stato del suo ruolo di principale protagonista e formatore del nuovo governo. Il leader leghista in realtà non sconfessa il suo tradizionale, culturale disinteresse per i meccanismi istituzionali e conferma il suo pragmatismo politico, in questo caso unendolo a un preciso interesse personale. Dando per improbabile un esito elettorale che proietti la sua persona a guidare l’esecutivo, sposta la propria aspirazione verso una nuova esperienza di ministro dell’Interno. Lo si desume dalla basica astuzia di non inserire quell’incarico tra quelli ritenuti fondamentali. Probabilmente, attraverso un ingenuo intento di condizionare la prerogativa del capo dello Stato, vincolandolo addirittura nell’individuazione dei ministri predesignati. In realtà, proprio per l’ingenuità del proponimento, la manovra sposta l’attenzione sul ruolo del capo dello Stato nel procedimento costituzionale di formazione della compagine di governo”.
 
Paolo Mieli, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Paolo Mieli parla del Pd e del suo tormentato rapporto con il M5S in vista delle elezioni. “Da quando è segretario del Pd, Letta ha gestito in modo impeccabile il rapporto con i grillini lasciatogli in eredità da Zingaretti e Bettini. Ha sempre trattato i 5S come partner privilegiati, fingendo di non notare quando inciampavano nelle loro contraddizioni. Ma nell’ora della verità ha tagliato con loro in maniera così netta da provocare qualche trasalimento oltre che in Zingaretti e Bettini, anche in Bersani e Speranza, appena rientrati nel partito. Il capo del Pd si trova a dover gareggiare in una prova elettorale le cui condizioni di partenza sono pessime. Tre anni fa sarebbe stato giustificato che gli avversari di Salvini si fossero uniti per rispondere assieme alla sfida del leader leghista. Adesso la costruzione di un fronte disomogeneo contro una destra in compagnia della quale si è stati fino a ieri al governo, esporrebbe il centrosinistra a considerazioni ironiche. Se Letta avesse voluto fare il furbo, come gli consigliavano alcuni suoi collaboratori, avrebbe spalancato le porte a chiunque si fosse dichiarato disponibile ad allearsi con lui. Conte si sarebbe fatto vivo in un battibaleno e ne sarebbe uscito un aggregato forte solo in apparenza. Poi, però, Letta avrebbe potuto dire di aver fatto «tutto il possibile» per «vincere» e questa verità solo apparente sarebbe stata un’assicurazione per il dopo. Non lo ha fatto e gliene va dato atto. Adesso i conoscitori della storia del suo partito asseriscono di aver già individuato nome per nome coloro che, in caso di fiasco, sono pronti a disarcionarlo. Si tratta più o meno degli stessi che la fecero pagare a Veltroni dopo l’insuccesso del 2008. Anche allora – ricorda Mieli - la sconfitta (peraltro onorevole) fu oggetto di singolari recriminazioni da parte di chi aveva fin lì condiviso ogni scelta”.
 
Gianni Vernetti, Repubblica
“La missione di Nancy Pelosi a Taiwan non è stato un gesto avventato. La delegazione bipartisan aveva un obiettivo chiaro: «Onorare l’impegno Usa per la democrazia e per affermare che la libertà di Taiwan, e di tutti i paesi democratici del mondo, vanno rispettate, rafforzate e sostenute»”. Lo scrive su Repubblica Gianni Vernetti, secondo il quale la forzatura di Pelosi ricalca perfettamente quanto scritto da Joe Biden su Foreign Affairs poco prima di essere eletto presidente: «Il trionfo delle democrazie liberali su fascismo e autocrazie ha creato il mondo libero. Ma tutto ciò non ha definito soltanto il nostro passato, determinerà anche il nostro futuro». Taiwan – sottolinea l’editorialista di Repubblica - fa paura a Pechino perché la sua stessa esistenza contribuisce a indebolire la narrazione relativista dell’eccezionalità non democratica cinese, secondo la quale il gigante asiatico non è pronto ad una avventura democratica di stampo liberale, avendo attraversato in tutta la sua storia plurimillenaria solo modelli di governance di tipo assolutistico, tanto nella versione imperiale, quanto in quella del partito unico da Mao Tse Tung in poi. Com’è accaduto nel caso dell’Ucraina, dove la vera paura per Putin non era la minaccia militare dell’esercito di Kiev o l’espansione della Nato, bensì il rischio del ‘contagio democratico’; così per Xi-Jinping Taiwan rappresenta il male assoluto: la possibilità che possa esistere una Cina libera, democratica e con stato di diritto. Salvaguardare l’originale democrazia di Taiwan è dunque un imperativo per tutto il mondo libero, come ha confermato Pelosi incontrando la presidente Tsai ing-Wen e ricordando l’inaffidabilità di Pechino: il tradimento di Hong Kong con la cancellazione unilaterale del patto sino-britannico, gli arresti arbitrari; il genocidio in corso della minoranza uigura nello Xinjiang; la cancellazione di lingua, cultura, religione del popolo tibetano e la repressione di ogni forma di dissenso”.
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