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Le tecnologie al centro dei programmi elettorali

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 02/08/2022

Le tecnologie al centro dei programmi elettorali Le tecnologie al centro dei programmi elettorali Francesco Grillo, Il Messaggero
Sul Messaggero Francesco Grillo sottolinea come le tecnologie debbano essere non solo uno dei temi di un programma elettorale, bensì la leva capace di cambiare tutto (diseguaglianze, lavoro, sicurezza...); di farci vincere la missione difficile di spendere velocemente le risorse del PNRR e di invertire un declino che dura da trent’anni. Ma dall’ultimo rapporto della Commissione Europea sull’avanzamento dell’economia digitale nei diversi Paesi europei (DESI) dice che in Italia avanzano dovunque i computer, ma il valore che riusciamo ad estrarre da un’ora di lavoro è, persino, inferiore a dieci anni fa. I servizi pubblici sono quasi tutti accessibili senza andare allo sportello, eppure più di due terzi dei cittadini italiani continua a mettersi in coda e gli anziani sono rimasti indietro. È una situazione che mette in una condizione di sofferenza intere aree di servizio pubblico (sanità, scuole) e settori produttivi (banche, assicurazioni, distribuzione) che, invece, sono investite – in altri Paesi – dalle ondate di innovazione che decideranno di chi è il futuro. La sensazione è che sia mancata finora ai “tecnici” che si sono occupati di digitalizzazione sia la visione di quanto radicale può essere la trasformazione; sia il pragmatismo che porta altri Paesi – soprattutto in Asia – a usare le tecnologie come strumento per risolvere problemi che riguardano tutti.  La sensazione che si ha, leggendo i dati di DESI è che all’Italia manchi, soprattutto e a tutti i livelli, la determinazione che Steve Jobs riteneva indispensabile per produrre innovazione utile. Va bene creare infrastrutture di grande complessità (la “casa digitale” degli italiani che il PNRR si pone come obiettivo). Tuttavia, è fondamentale che chi si occupa di accompagnare in quella “casa” gli italiani, sia fortemente motivato a costruire interfacce semplici.
 
Sabino Cassese, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Sabino Cassese elenca le dieci anomalie della crisi politica in corso: Primo: il governo Draghi gestirà il Paese fino almeno ad ottobre, se non fino a dicembre, e dovrà occuparsi di affari correnti in un senso molto ampio. Secondo: chi ha fatto precipitare la crisi ha impedito una eventuale riforma della formula elettorale. Quindi, si andrà a votare con la legge Rosato. L’esperienza fatta nell’ultimo quinquennio con questa legge è stata negativa. Terzo: la circostanza che vi sia concorrenza non solo tra le coalizioni, ma anche nelle coalizioni lascia presagire che queste possano servire a vincere elezioni, non a governare il Paese. Quarto: il fatto che a sinistra si sia discusso di un «accordo tecnico» e si sia ora alla ricerca di ciò che possa unire; e che la destra si sia messa al lavoro sul programma a meno di due mesi dalle elezioni, è la prova del vuoto di politiche. Quinto: la scelta dei candidati e la formazione delle liste sarà l’operazione più verticistica immaginabile. Sesto: tutto lascia pensare che saranno i nuovi votanti e gli astenuti a decidere.. Settimo: per differenziarsi dinanzi all’elettorato, vengono evocati il pericolo fascista e quello russo. Ma coloro che nutrono questi timori hanno ben poca fiducia negli anticorpi della nostra democrazia e nella maturità della nostra opinione pubblica. Ottavo: c’è il serio timore che gli italiani rimarranno in attesa di avere risposte sui problemi di fondo del Paese. Nono: con un Parlamento di 600 membri, invece di 945, le defezioni (definite anche riposizionamenti o cambi di casacca) avranno un peso molto maggiore. Decimo: le incertezze dei risultati attesi non dipendono solo dalla formula elettorale, ma anche, e principalmente, da due fattori, tra di loro connessi: la scarsa capacità aggregativa delle forze politiche e la fluidità dell’elettorato. Con queste dieci peculiarità e anomalie saremo destinati a convivere nei prossimi tempi.
 
Claudio Tito, la Repubblica
In politica – scrive Claudio Tito su Repubblica – riconoscere la propria diversità rispetto agli altri è molto più facile che individuarne le somiglianze. È una sorta di riflesso condizionato che scatta sempre per difendere la propria natura e quindi i propri voti. Per superarlo serve tempo. Ma quando il tempo non c’è, come in questo caso, è indispensabile abbandonare l’istinto e usare la ragione. In particolare se le condizioni del campo di gioco sono eccezionali e non ordinarie. Il costo eventuale da pagare, infatti, non è solo una sconfitta elettorale ma una ulteriore modificazione strutturale del Paese. Nel 1994 accadde proprio questo. L’allora Pds e il neonato Ppi (evoluzione della Dc) si arroccarono dietro le proprie specificità. Anche — è giusto ricordarlo — dietro le loro storie di 50 anni di contrapposizione. Il primo si beava della sua “gioiosa macchina da guerra”, il secondo di una presunta abitudine a riempire le urne. Il risultato non fu semplicemente la vittoria di Silvio Berlusconi. Fu la porta che diede accesso all’affermazione del berlusconismo. A una trasformazione genetica dell’Italia che passava da una società che pensava al successo come fatica impegno e studio ad una che lo immaginava facile e senza sudore. Entrò nei gangli del sistema la prima forma di populismo che diede poi origine a quello successivo grillino e leghista. La situazione di questi giorni, dunque, può produrre effetti analoghi. I protagonisti sono sempre nel campo del centrosinistra. Pd e Azione circoscrivono il loro perimetro e stentano ad accettare l’idea della permeabilità. Con un avversario che, se davvero prevarrà alle elezioni in maniera netta, non governerà soltanto il Paese in modo diverso, ma lo renderà diverso. Nella società italiana e nel mondo. E nella Costituzione. Capirlo a ottobre sarà inutile.
 
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