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Essere conservatori all'inizio del XXI secolo

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 01/08/2022

Essere conservatori all'inizio del XXI secolo Essere conservatori all'inizio del XXI secolo Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia si interroga sul significato del termine “conservatore” all’inizio del XXI secolo, essendo la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana in cui capita che a una competizione elettorale si presenta un partito come Fratelli d’Italia che si proclama espressamente e orgogliosamente conservatore. Ovviamente dal suo punto di vista. Essere politicamente conservatori – spiega Galli della Loggia - non significa essere contro il cambiamento, non significa affatto essere a favore sempre e comunque del mantenimento dello status quo. Significa una cosa assai diversa: significa essere contro il cambiamento come lo intendono i progressisti. Significa non già opporsi al cambiamento in quanto tale ma opporsi al cambiamento che obbedisce supinamente all’ultima moda, all’ultima formuletta culturale del politicamente corretto, alla demagogia dei tempi. Ed è proprio perché si oppone alla demagogia dei tempi che un vero conservatore dovrebbe sentire l’obbligo, lui per primo, di rinunciare alla possibile demagogia del proprio campo. Limitandosi semplicemente a cercare di proporre (e di fare) il contrario del campo avverso. Anche se fare il contrario è tutt’altro che semplice. Lo mostra proprio il partito che oggi si candida a rappresentare i conservatori. E lo mostra a mio avviso in un ambito cruciale per ogni posizione conservatrice: quello dell’istruzione primaria e secondaria. Un ambito devastato da tre decenni di cambiamenti rovinosi. Quale ambito per un partito conservatore più cruciale di questo, dove tra l’altro si trasmette il valore del passato e l’identità del Paese? Quale ambito più di questo per il quale immaginare proposte di svolte audaci e coraggiose? E invece no. Se si legge il punto dodici del programma in rete di Fratelli d’Italia dedicato a questo tema non si trova nulla di nulla nella direzione ora detta.
 
Furio Colombo, la Repubblica
Sarebbe bello, e nobile e consolante – scrive Furio Colombo su Repubblica – poter dire che, quando scoppiano guerre, ci si può battere con l’azione ostinata di un “partito della pace”. Ma non è vero. Il “partito della pace” c’è, ma ha la sua strategia, i suoi scopi, le sue scelte, e decide come schierarsi. Non necessariamente per la pace. Tutto ciò – continua Colombo – mi è apparso chiaro quando ho visto alcune persone, note per la loro passata avversione alla guerra (quando la guerra era americana), schierarsi adesso che la guerra è russa non nel mezzo di un grave, pericoloso, insensato conflitto segnato anche da uno squilibrio di potere, ma dal lato del protagonista più forte. L’idea della pace è stata enunciata come segue. La pace è un dovere del più debole che, avendo una naturale inclinazione a cedere, la deve assecondare sgomberando il campo dall’inevitabile e naturale tendenza a prevalere (e a suo modo a contribuire alla pace) della parte più forte. Forse molti ricorderanno la fermezza con cui si è condannata l’idea di inviare armi ai più deboli, cercando la pace in una forma di ritrovato equilibrio, poiché il problema non è arrendersi, ma evitare altre vittime e rendersi conto delle cose così come sono. Potreste malignamente osservare che tutti i sostenitori dell’avversione al dare armi per fare più guerra a coloro che non avevano armi erano (e sono, nel caso che sta occupando le cronache adesso) più sensibili alle esigenze e ai problemi russi. Ma è anche vero che la persuasione che più armi impediscono la pace, qualunque sia la parte che le invoca, sia un’inevitabile verità ha segnato l’opinione pubblica al punto che, in poche settimane, sono diventati solo il 10 per cento gli italiani che darebbero armi come soccorso agli ucraini invasi da una delle tre grandi potenze del mondo. Tutto ciò cambia la connotazione della parola pace, così come la Russia ha cambiato la connotazione di ciò che intendiamo per guerra.
 
Nicola Porro, il Giornale
Sul Giornale Nicola Porro commenta la proposta del segretario del Pd, Enrico Letta, di aumentare la tassa sull’eredità, colpendo i più ricchi per finanziare un gruzzoletto da 10mila euro da fornire ai diciottenni, che nel primo anno di applicazione – osserva –  equivarrebbe ad una patrimoniale da 4 miliardi. Sotto un profilo strettamente contabile, evidentemente il segretario del Pd è a conoscenza di una nuova epidemia selettiva, che ucciderà solo ricchi, che per questa via possano finanziare un fondo giovani. Non si capisce come possa funzionare altrimenti questa imposta di scopo. A meno che non si pensi di creare un fondo per ogni diciottenne da 10mila euro a carico dell’erario, per poi riempirlo «a babbo morto». Dal punto di vista erariale conviene ricordare come l’Italia sia in effetti un paradiso fiscale riguardo all’imposta di successione, ma solo sulla carta. Un recente rapporto Ocse dice che su 37 Paesi, solo 24 hanno la tassa sul morto e comunque essa rende pochissimo, con una media di gettito pari allo 0,5 per cento del totale delle entrate fiscali. In Italia si paga lo 0,4 per cento di meno. Sempre la medesima organizzazione internazionale dice che l’Italia ha un livello di tassazione dell’8% (questa volta sul Pil) più alto del resto dei Paesi sviluppati. La sintesi è semplice. L’eredità è ciò che si accumula dopo aver pagato le imposte per una vita, ebbene rispetto al resto del mondo noi paghiamo anno dopo anno molto di più e quando finiamo sottoterra c’è una piccola indulgenza, ma che certo non compensa decenni di ipertassazione subita. Dal punto di vista più politico, siamo davvero sicuri che sia una buona idea inventarsi un Patrimonio di cittadinanza, destinato ai diciottenni? Non siamo sufficientemente pentiti dei 14mila euro che in diciotto mesi (è la durata teorica del reddito) diamo ai diciottenni che ne hanno i requisiti? Sono davvero questi gli incentivi per creare una chance di vita ai più disagiati?
 
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