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Bonomi: "Noi industriali increduli di fronte alla caduta di Draghi"

Claudia Voltattorni, Corriere della Sera, 29 luglio 2022

Redazione InPi¨ 29/07/2022

Bonomi: Bonomi: "Noi industriali increduli di fronte alla caduta di Draghi" Sul Corriere della Sera del 29 luglio Claudia Voltattorni intervista il presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Carlo Bonomi, da cittadino italiano prima e da presidente di Confindustria poi, come ha vissuto la giornata del 20 luglio? «Con enorme incredulità. L’irresponsabilità dei partiti quel giorno ha toccato l’apice. Nel suo mandato Mario Draghi ha confermato doti straordinarie di autorevolezza internazionale in Europa e Occidente. Nel dibattito sulla fiducia non ne ho sentito eco». Come giudica il lavoro del governo Draghi? «Ottimo nella svolta col Generale Figliuolo alla campagna vaccinale e nella riscrittura della parte del Pnrr sulle riforme. Di grande incisività sulle sanzioni europee contro la Russia. I guai sono cominciati dalla scorsa legge di Bilancio. Alcuni approvavano le misure in Cdm e poi, in Parlamento, venivano presentati centinaia di emendamenti». Guerra, emergenza energetica, inflazione all’8% e il Fondo monetario internazionale parla di «recessione». Il premier Draghi ha avvertito che sarà un «autunno complesso». Giovedì lei ha riunito in via straordinaria il Consiglio generale di Confindustria: come stanno vivendo le imprese questa situazione? «L’industria va considerata un asset strategico e di sicurezza nazionale. Per questo motivo, stiamo lavorando su un documento che fissa i punti delle priorità dell’industria e le urgenze del Paese. È necessario adottare misure su fisco, mercato del lavoro, scuola e formazione coerenti: senza industria non ci sono crescita e coesione sociale. E sul cuneo contributivo proponiamo da tempo un taglio strutturale, per 2/3 a vantaggio dei lavoratori sotto i 35 mila euro. Per coprirlo le risorse ci sono: nel Def viene stimato un extragettito fiscale di 38 miliardi di euro, e ricordo che si può riconfigurare una spesa pubblica pari a oltre 1000 miliardi all’anno». Di cosa hanno bisogno le imprese? «Di un governo che ribadisca totale adesione a princìpi e regole di Ue, Nato e Occidente. Nessun passo indietro sul Pnrr e sulle riforme, anzi accelerarne la loro messa a terra. Serve un’operazione forte di monitoraggio e controllo sui progetti. Una finanza pubblica che resti ancorata a regole e raccomandazioni comunitarie. Abbiamo aumentato enormemente la spesa pubblica e sociale in deficit, eppure abbiamo raddoppiato poveri e disagio sociale. Le risorse vanno concentrate sui 10 milioni di italiani in grande difficoltà. Basta bonus dispersi a pioggia». Nel nostro Paese ci sono oltre 5 milioni di «working poor», lavoratori con redditi inferiori alla soglia di povertà. In Italia gli stipendi sono troppo bassi? «Vero, ma se in 20 anni il reddito pro-capite degli italiani è sceso mentre in Europa saliva c’è una correlazione diretta con la produttività. Abbiamo produttività stagnante malgrado quella elevata della manifattura e dei servizi finanziari: o la innalziamo nei servizi pubblici e in quelli fuori dal regime di concorrenza, o i salari ne pagheranno sempre il prezzo. Poi metà dei lavoratori più in difficoltà sta in settori dove i contratti di lavoro non sono applicati, oppure operano finte cooperative specializzate nel dumping sociale. Fenomeni da contrastare con forza. Ma non riguardano l’industria». C’è bisogno del salario minimo? E del reddito di cittadinanza? «L’Italia è tra i pochi Paesi virtuosi a più alta copertura di lavoratori cui si applicano contratti di lavoro nazionali. Il salario minimo per legge è rivolto ai Paesi che hanno una quota elevata di lavoratori scoperti. Per altro i settori in cui ci sono salari bassi non sono quelli dell’industria dove i Ccnl anche nelle categorie più basse garantiscono un salario superiore a quello minimo. Al reddito di cittadinanza, invece, va levata la competenza sulle politiche attive del lavoro, non la finalità di strumento universale contro la povertà. Anzi, per incoraggiare il lavoro, supportare gli inattivi e contrastare il lavoro sommerso, andrebbe pensato un sistema che consenta di sommare al reddito di cittadinanza eventuali redditi da lavoro stagionale e con la perdita del diritto al reddito di cittadinanza nel caso di rifiuto di un lavoro». L’Italia oggi è attraente per gli investitori esteri? «I fondamentali dell’industria sono buoni, se solo la politica aprisse gli occhi e capisse quel che va fatto. Purtroppo, infatti, abbiamo assistito in questi anni a interventi che non hanno in alcun modo favorito l’attrattività di capitali esteri e posto le giuste condizioni per insediamenti industriali. Invece, dovremmo essere in grado, soprattutto in questa fase di transizioni, di attirare investimenti strategici come, per esempio, per Giga Factory e semiconduttori, che garantiscono sovranità e indipendenza industriale». In caso di vittoria del centrodestra, si fa sempre più spesso il suo nome come uno dei ministri che la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni vorrebbe al suo fianco. Cosa risponderebbe ad una eventuale chiamata? «Confindustria rispetta le istituzioni ma è autonoma e apartitica. Il prossimo governo nascerà da uno scontro aspro tra partiti. Noi non ci schieriamo. E io come presidente di Confindustria ho il dovere di stare sui contenuti e fare proposte per il bene delle imprese che è il bene del Paese». Che compiti per le vacanze darebbe ai partiti per prepararsi all’esame delle urne del 25 settembre? «L’unico invito è al senso di responsabilità, a non dimenticare mai il nostro debito pubblico, e la difesa dei valori di competenza, libertà e democrazia. Di tenere bene in considerazione che le imprese sono un motore di crescita economica e coesione sociale. Di non spararle grosse solo perché in campagna elettorale ma di essere credibili. Anche se… è come aspettarsi che ai bimbi non piacciano le caramelle».
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