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Il dilemma elettorale di Calenda: entrare o non entrare?

Redazione InPi¨ 29/07/2022

Altro parere Altro parere Roberto D’Alimonte, Il Sole 24 Ore
Sul Sole 24 Ore Roberto D’Alimonte si occupa del dilemma elettorale di Carlo Calenda: se presentarsi da solo insieme al Pd. Calenda, osserva D’Alimonte, ha grandi ambizioni. I sondaggi stimano il suo partito intorno al 6%, ma lui pensa di valere molto di più. Le vicende legate alla caduta di Draghi lo favoriscono. La sua linea politica pragmatica, il linguaggio diretto, la coerenza nel rifiutare contaminazioni con il M5S. La critica nei confronti di un certo massimalismo di sinistra lo rendono attraente a elettori che non si riconoscono più nei due poli tradizionali. Per massimizzare la sua visibilità, e quindi i voti, dovrebbe presentarsi da solo. In questo caso in tutti i 147 collegi uninominali della Camera e nei 74 del Senato ci sarebbero candidati di Azione/ +Europa e il simbolo del partito sarebbe ben visibile sulla scheda. La campagna elettorale sarebbe più facile. Non vincerebbe nessun collegio, tranne forse quello di Roma 1 con Calenda candidato. Ma questo non sarebbe rilevante. Il vero obiettivo sarebbe massimizzare i voti e le prospettive future. Ma la corsa solitaria quali conseguenze avrebbe? Sulla base dei sondaggi attuali un centro-sinistra con tutti dentro, meno il M5S, vale poco più del 35% contro il 45% circa di Fdi, Lega e Fi. Già così è dura competere nei collegi uninominali, senza Calenda sarebbe impossibile. In sintesi, con Calenda in coalizione la vittoria della destra è probabile, con Calenda fuori è praticamente certa. Se Calenda decidesse invece di far parte della coalizione di centro-sinistra, e riuscisse a spostare verso Azione una quota di elettori moderati pari a 4-5 punti percentuali in modo da portare il suo partito intorno al 10%, tanti collegi uninominali diventerebbero competitivi e l’esito del voto non sarebbe più scontato. Questo perché un voto moderato sottratto da Azione alla destra, se Azione è dentro la coalizione di centro-sinistra, pesa il doppio rispetto allo stesso voto dato a Azione se resta fuori.
 
Davide Vecchi, Il Tempo
Sul Tempo Davide Vecchi confessa di fare fatica a comprendere come una persona seria come Enrico Letta possa ridursi a cavalcare una finta notizia - sonoramente smentita dal sottosegretario con delega ai servizi Franco Gabrielli - solo per screditare un avversario politico, Matteo Salvini. Così come mi stupisce vedere una Procura tirare fuori da chissà quale cassetto un fascicolo impolverato risalente al 2019 con ipotesi accusatorie inesistenti («l’accettazione della promessa») e lasciarla usare liberamente alla stampa (un solo giornale, in realtà) per montare una campagna d’odio nei confronti di Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia in vista delle elezioni. Proprio non comprendo come ancora oggi si possa sposare fedelmente il lavoro di un magistrato, dopo i macroscopici errori commessi dalla categoria e come qualche politico ancora sia disposto a lasciare alle procure il potere di condizionare il voto dei cittadini. Guarda caso è sempre la stessa parte politica che dal 1992, da Tangentopoli in poi, ne beneficia. Ricordo alla perfezione il gennaio 2013. Siena, indagine su Monte dei Paschi appena emersa. I giornali erano un fiorire di notizie su soldi spariti dalle casse della banca e persi in mille rivoli che però sfociavano tutti a un unico mare: il Pd. Ma era da poco caduto il governo guidato da Mario Monti e a fine febbraio si sarebbero tenute le elezioni politiche, così, per fermare lo sputtanamento generale del Pd, intervenne direttamente il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, invitando i giornali a non pubblicare le notizie e la procura a non fornirne. Tutto questo io l'ho visto e vissuto e raccontato. I fatti dunque mi hanno spinto a non prendere più come oro colato quello che arriva dalle procure. Perché basta una riga su un giornale per rovinare la vita a una persona.
 
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