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Il Paese degli aiuti

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 29/07/2022

Il Paese degli aiuti Il Paese degli aiuti Alberto Mingardi, Corriere della Sera
Ai tempi del Covid erano «ristori». Oggi – osserva sul Corriere della Sera Alberto Mingardi – sono diventati «aiuti». Una volta li chiamavamo «sussidi». Alle prime battute di questa campagna elettorale siamo tutti preoccupati dell’imminente discontinuità. Da un governo sostenuto da una maggioranza ampia a uno inevitabilmente di parte, da una figura internazionalmente apprezzata come Mario Draghi a un premier che, chiunque sarà, ci apparirà perlomeno dagli orizzonti molto più nazionali. Forse sarebbe il caso di preoccuparsi anche di ciò che definisce la continuità politica degli ultimi anni: l’adesione a un’idea della politica tutta incentrata, appunto, sul ristoro, sull’aiuto, sul sussidio. Ma i sussidi cronicizzano i problemi. Ristoro chiama ristoro, aiuto chiama aiuto. È la natura della politica: un sussidio, un beneficio, finisce a esseri umani in carne e ossa che non se ne separeranno facilmente e che a un certo punto cominceranno a considerarlo un «diritto». La questione non è tanto la volontà di sorreggere «chi è rimasto indietro». È che si afferma una cultura della dipendenza per cui non si cerca di aiutare le persone che l’hanno perso, per esempio, a ritrovare un lavoro. Il vero problema dell’Italia del dopo elezioni, dunque, non è questione di volti e sigle. Ma delle visioni del mondo che ci stanno dietro. Come si fa a essere «sovranisti», se poi abbiamo sempre il cappello in mano? Che senso ha predicare la diversità, se l’unico orizzonte diventa dipendere dalla borsa pubblica: che spazio resta, per provare a essere più autenticamente se stessi? Un Paese non è forte e autorevole a causa di chi fa il presidente del Consiglio. È forte e autorevole se cresce, se sa produrre ricchezza, se ha una società viva, accesa dalla voglia di immaginare il proprio futuro. Destra e sinistra usano toni diversi, ma l’impressione è che l’una e l’altra vogliano uno Stato elemosiniere. In cerca di facili consensi.
 
Carlo Bonini, la Repubblica
L’arma dei migranti. Su Repubblica Carlo Bonini si occupa dell’anomalo flusso di migranti verso l’Italia, provenienti dai porti della Cirenaica controllati dalla brigata filorussa Wagner. Si tratta, secondo Bonini, dell’arsenale da guerra ibrida che Vladimir Putin impiegherà per intossicare il tempo che ci separa dal voto del 25 settembre e orientare i futuri assetti politici del nostro Paese. Per il Cremlino, l’occasione è irripetibile. Perché mai come in questo cruciale crocevia della nostra storia repubblicana, l’agenda delle promesse assemblata dal cartello delle tre destre che si candidano alla guida del Paese dipende dalle mosse del Presidente della federazione russa. Dalla sua capacità di ricatto politico e personale nei confronti di almeno due attori della partita (Salvini e Berlusconi) e dall’uso dell’arma energetica – il destino delle forniture di gas russo – che, in autunno, diventerà decisiva per disinnescare o, al contrario, far deflagrare, la bomba sociale di un Paese, il nostro, che si troverà con un’inflazione galoppante a due cifre e con imprese incapaci di fare fronte agli effetti di medio e lungo termine delle sanzioni e di una bolletta energetica triplicata nell’arco di un anno. Putin sa — e ne sono consapevoli le cancellerie occidentali, esattamente come Washington e Bruxelles — che un’eventuale interruzione definitiva delle forniture di gas all’Europa in autunno, avrebbe per il nostro Paese conseguenze non sostenibili da un nuovo governo che, in questo esordio di campagna elettorale, si prepara a vendere un Paese dei balocchi di riduzione drastica della pressione fiscale, di aumento della spesa pensionistica e di interventi massicci di raffreddamento dei costi sociali dell’inflazione. Lo sa Putin. Lo sanno Berlusconi, Salvini e Meloni. Il gas russo continuerà a essere pompato solo di fronte a una nuova postura del governo italiano nel conflitto ucraino.
 
Lucetta Scaraffia, La Stampa
Sulla Stampa Lucetta Scaraffia commenta la visita di Francesco in Canada, un vero e proprio cammino penitenziale per il Santo Padre, afflitto da fatica e sofferenza, e gravato da molti problemi fisici. Del resto, osserva Scaraffia, il Pontefice è andato in Canada proprio per questo: a chiedere perdono per le torture e gli abusi inflitti ai bambini di origine etnica locale da parte di molte istituzioni cattoliche. La fatica e la sofferenza di Francesco sono ancora più eloquenti delle parole con cui si è rivolto ai rappresentanti di questi popoli. È un viaggio difficile, che rende evidente la dura realtà nella quale si trova oggi la Chiesa cattolica. Cioè in un momento in cui prove e testimonianze dirette degli abusi perpetrati in varie parti del mondo sui più deboli – bambini e donne – stanno incrinando la sua immagine. Abusi così gravi che quasi offuscano le tante cose buone fatte nel mondo da religiose e clero, i quali anche in questi ultimi anni hanno tanto spesso dato esempi eroici della propria fede, pagando più volte con persecuzioni se non con la vita. La scelta penitenziale fatta da Francesco è dunque opportuna e coraggiosa, e non possiamo che ammirare la sua forza di sopportazione. Ma non possiamo esimerci dal domandarci: basterà il suo sforzo a ricostituire la fiducia nell’istituzione ecclesiastica così fortemente scossa negli ultimi anni? La risposta la darà il futuro. Le richieste di perdono non nascono da un desiderio di purificazione della Chiesa, ma sono imposte da circostanze esterne. Sono il tentativo di salvare qualcosa in una situazione difficile che vede la Chiesa sottoposta a critiche e attacchi da ogni parte. E lo sforzo fisico di un papa affaticato e dolorante rappresenta bene la nuda realtà di un atto penitenziale che non sappiamo se sarà sufficiente a ottenere il perdono.
 
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