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Altro parere

La mancata crescita Ŕ il pericolo che la Fed non riesce a vedere

Redazione InPi¨ 27/07/2022

Altro parere Altro parere Donato Masciandaro, Il Sole 24 Ore
Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ci dice che il rischio recessione c’è, ed è in aumento. Ma questa previsione – osserva sul Sole 24 Ore Donato Masciandaro – non si vede affatto in quello che oggi ci si aspetta farà la Fed, la banca centrale americana, confermando il suo atteggiamento aggressivo: le attese sono di un aumento del tasso di interesse di settantacinque – per alcuni di cento – punti base. Ma perché il rischio recessione c'è, ma non si vede? Nulla di nuovo sotto il sole: la Federal Reserve guarda i dati non con gli occhi dell’economia, ma con quelli della politica e dei mercati finanziari. Con simili occhiali, il rischio recessione è sfocato, con la conseguenza paradossale di farlo aumentare. Così come è già successo con il rischio inflazione. Il Fondo Monetario ha aggiornato le sue stime sull’andamento macroeconomico. Tutte le previsioni sono in peggioramento, a partire dal rischio recessione. E in politica monetaria il Fondo raccomanda di mettere in soffitta il gradualismo monetario, rendendo più restrittive le politiche monetarie. Sono indicazioni che possiamo immaginare suonino come musica alle orecchie di chi oggi dovrà decidere la politica monetaria a Washington. Ma un però è d’obbligo. Il però è rammentare come si è “arrivati a questo punto”. La premessa indispensabile è ricordare sempre perché le banche centrali devono essere indipendenti: bisogna dare ai banchieri centrali la possibilità di poter dire no ai politici ed ai mercati finanziari. Ma la Fed, ricorda Masciandaro, non è una banca centrale indipendente, e quindi la chiave di lettura più efficace per spiegare il comportamento di Powell e colleghi nelle diverse fasi congiunturali è una sola: l’opportunismo. La normalizzazione monetaria che la Fed sta instaurando è una strategia che può riassumersi in una frase: navigare a vista, facendo quello che piace ai Democratici ed ai mercati. Per cui, come è stato trascurato il rischio inflazione, si trascura il rischio recessione.
 
Augusto Minzolini, il Giornale
A leggere i sondaggi, commenta sul Giornale Augusto Minzolini, il centrodestra dovrebbe avere la strada spianata per imporsi alle elezioni. Probabilmente i pronostici saranno pure esagerati, perché la sinistra per chiamare a raccolta i suoi deve dimostrare che i barbari sono alle porte. Detto questo, che Berlusconi, Salvini e Meloni siano i favoriti non lo mette in dubbio nessuno. C’è però il solito problema: il centrodestra è capace come nessun altro di farsi male da solo. È maestro di «tafazzismo», lo sport di darsi mazzate sui genitali. Le ultime tornate di elezioni amministrative ne sono una prova inconfutabile: data per vincente, la coalizione spesso ha perso. Anche l’inizio di questa campagna elettorale non promette nulla di buono. È di nuovo rispuntata la polemica, grazie a Giorgia Meloni, della premiership. Le aspirazioni della leader di Fdi sono legittime ma non si capisce perché porre la questione ora, visto che l’attuale legge elettorale non prevede l’indicazione di un candidato premier. Poi Meloni e Salvini hanno sposato la tesi di scuola per cui il premier dovrebbe essere il leader del partito che raccoglie più voti nella coalizione. Ma se si utilizza il criterio del voto in più, si aumenta la competizione tra i partiti dello schieramento e di conseguenza la polemica. Se, invece, sono gli eletti a decidere la premiership, gli aspiranti debbono porsi il problema del buon vicinato con gli alleati, debbono sforzarsi di rappresentare l’intera coalizione. Un virtuosismo non da poco per un centrodestra ad alto tasso di litigiosità. Viene da chiedersi poi se la narrazione del duello Letta-Meloni non sia utilizzata, soprattutto, per catalizzare le elezioni su Pd e Fdi. Non ci sarebbe nulla di male. Solo che questo dualismo, coltivato dal leader dem da mesi, nasce anche dall’idea che la Meloni sia l’avversario più funzionale per improntare una campagna elettorale contro la destra, per mettere in piedi l’ennesimo fronte democratico.
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