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Marco Sirianni: “Vedremo le stelle mentre nascono e capiremo l'alba del Big Bang"

Elena Dusi, La Repubblica, 13 luglio

Redazione InPiù 15/07/2022

Marco Sirianni: “Vedremo le stelle mentre nascono e capiremo l'alba del Big Bang Marco Sirianni: “Vedremo le stelle mentre nascono e capiremo l'alba del Big Bang" “Per un singolo meccanismo che in orbita ha dovuto operare 5 minuti abbiamo lavorato 10 anni. Ma alla fine eravamo tranquilli. Tutto avrebbe funzionato. Dietro c’era troppo impegno. Ora abbiamo il più potente telescopio spaziale mai creato. Le sue scoperte rivoluzioneranno la conoscenzadellafisicae dell’universo». Marco Sirianni, astronomo di Padova intervistato da Elena Dusi sulla Repubblica del 13 luglio, lavora lì dove le immagini del telescopio James Webb arrivano prima: lo Space Telescope Science Institute di Baltimora. «Abbiamo sgobbato H24. È stato sfiancante, anche se fra noi diciamo scherzando che ci pagano per il nostro hobby». Sirianni rappresenta l’Esa, l’Agenzia Spaziale Europea: «Sono il responsabile delle operazioni scientifiche dei due strumenti europei montati su Webb».Le immagini di ieri sono l’inizio della missione. Dove ci porterete? «Ci aspettiamo grosse scoperte. Anche noi siamo rimasti a bocca aperta di fronte a quelle immagini».
Webb sale sulle spalle di un gigante, il telescopio Hubble che da 30 anni ci offre le foto più spettacolari dell’universo. Saprà fare meglio di lui?«Webb è 100 volte più potente di Hubble. Ha uno specchio molto più grande, che riesce a raccogliere più luce e vedere oggetti più lontani. Rispetto al suo predecessore, poi, Webb è specializzato nell’osservare la frequenza infrarossa. Questo permette di vedere fenomeni nuovi».
 
Ad esempio?
«La nascita delle stelle, che avviene all’interno di nubi di polveri e gas in cui la luce non riesce a penetrare. Hubble non riusciva a mostrarci questo fenomeno. Le radiazioni infrarosse raccolte da Webb invece attraversano le nubi, mostrandoci stelle e pianeti mentre si formano».
Perché si dice che Webb ci racconterà l’alba dell’universo? «Gli oggetti molto antichi ci appaiono deboli e rossi a causa dell’espansione dell’universo. Webb, grazie al suo grande specchio e alla capacità di vederel’infrarosso,èlostrumento ideale per studiare stelle e galassie primordiali, nate poche centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang».
Cercherete la vita su altri pianeti?
«Oltre alle immagini, Webb raccoglie dati dall’universo sotto forma di spettri. Se osserviamo un pianeta, gli spettri ci informano su composizione chimica, temperatura, distanza e velocità. Gli spettri sono meno spettacolari, ma tra noi usa dire che se un’immagine vale cento parole, uno spettro vale mille immagini».
 
 
Dove si trova ora il telescopio?
«A 1,5 milioni di chilometri da qui, in un punto chiamato Lagrange 2. Lì gira attorno al Sole alla stessa velocità della Terra, quindi la sua posizione rimane stabile. Terra, Sole e Luna restano sempre dietro di lui. Il loro calore viene schermato da uno scudo grande quanto un campo da tennis. Webb infatti deve restare sempre freddo, a meno 230°. L’infrarosso è una radiazione termica. Una fonte di calore impedirebbe al telescopio di vedere alcunché. Sulla Terra invece l’assorbimento dei raggi infrarossi da parte dell’atmosfera non avrebbe permesso buone osservazioni».
Cosa farà James Webb da oggi?
«Ha 200 progetti solo per il primo anno. Astronomi di tutto il mondo hanno inviato le loro proposte di ricerca. Una commissione ne ha selezionate 200, di cui 9 italiane».
Webb è chiamato anche il telescopio origami. Perché?
«È partito dalla Terra a Natale. In questi mesi i 18 segmenti dello specchio e lo scudo termico si sono dovuti dispiegare e assemblare in modo autonomo, con il massimo della precisione. Per alcuni di questi movimenti, se qualcosa non fosse andato per il verso giusto, avevamo un piano B. Ma per altri no, e sarebbe stato un disastro. Tutto ha funzionato senza intoppi, meglio delle attese».
 
Lei ha lavorato anche con Hubble, sempre per conto dell’Esa. È abituato alla suspense?
«Ricordo la missione dello Shuttle per riparare Hubble nello spazio. Pensavo di averle viste tutte nella mia carriera. E invece ecco Webb. Non è solo uno strumento potentissimo. È un gruppo di 10mila scienziati e ingegneri del mondo intero».
Avete lavorato molto?
«Parecchio di più delle 8-10 ore canoniche. Ma il nostro è un lavoro appassionante e il peso non si sente. In famiglia, certo, capita di mancare a qualche appuntamento importante».
In cambio avrete fatto vedere le immagini in anteprima ai familiari? «No, vietato. Le hanno viste ieri pomeriggio anche loro».
       
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Fondatore e direttore dell'Espresso e di Repubblica
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