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Altro parere

Il termometro della paura

Redazione InPiù 13/05/2022

Altro parere Altro parere Paolo Guzzanti, Il Giornale
Come spiega Paolo Guzzanti dalla prima pagina del Giornale, non è la Nato che «si vuole allargare», ma sono le nazioni che - terrorizzate dalla Russia - supplicano la Nato di accoglierle. Di fronte a una Russia tornata indietro di un secolo che invade, bombarda, viola tutte le leggi internazionali agitando da sola il fantasma della guerra nucleare, Paesi pacifici come la Svezia chiedono e ottengono di entrare nella Nato. La Finlandia – spiega - è un caso esemplare. Quando Stalin e Hitler nell’agosto del 1939 firmarono il cosiddetto «Trattato di non aggressione», occultarono i protocolli segreti con cui il dittatore nazista e quello comunista decidevano di cominciare insieme e dalla stessa parte quella che diventerà la Seconda guerra mondiale. E così, dopo essersi preso ciascuno metà della Polonia (a Stalin esattamente il 51%), i due dettero seguito ai loro piani: mentre Hitler attaccava Danimarca e Norvegia per scendere verso i Paesi Bassi e la Francia, Stalin si lanciò alla conquista della Finlandia e delle Repubbliche Baltiche. Ma la Finlandia, bombardata ferocemente come oggi l’Ucraina, resistette come oggi gli ucraini. La Finlandia alla fine dovette accettare uno stato di neutralità come quello che oggi Putin vorrebbe imporre all’Ucraina, finché non si liberò finalmente dai russi nel 1991. Come l’Ucraina. E visto quel che i russi hanno fatto all’Ucraina, ieri i finlandesi hanno deciso di entrare nella Nato per paura della Russia, lo stesso terrore dei Paesi ex «satelliti» dell’Urss. Più si diffonde paura, più cresce il numero degli Stati che chiedono di entrare nella Nato. E così sta facendo la pacificissima Svezia. E persino la nazione che è per eccellenza il simbolo della neutralità, la Svizzera, ha annunciato una riflessione sull’opportunità di entrare nella Nato. Perché la Russia – conclude Guzzanti - “può fare in ogni momento ciò che ha fatto il 24 febbraio all’Ucraina e in passato alla Georgia, alla Cecenia, alla Germania comunista nel 1953, all’Ungheria nel 1956, alla Cecoslovacchia nel 1968, alla Polonia costretta all’auto-golpe, e poi all’Afghanistan”.
 
Marco Iasevoli, Avvenire
Come «italiano» e come «europeo», il presidente Mario Draghi ha rappresentato a Joe Biden quanto la «visione» della Ue sul conflitto stia «cambiando» e quanto il principale desiderio delle democrazie e delle società del Vecchio Continente sia la «pace». Le dichiarazioni del presidente del Consiglio hanno sorpreso per la loro nettezza, secondo Marco Iasevoli. Soprattutto chi si aspettava un bilaterale “guerrafondaio”, scrive l'editorialista sull'Avvenire. La “risintonizzazione” del premier, per quanto non vada estremizzata e idealizzata, né tantomeno ridicolmente deformata in una chiave antagonista rispetto agli Usa, ha diversi livelli di lettura. Innanzitutto un livello europeo. L’asse Roma-Parigi sta provando, faticosamente, a costruire una piattaforma “europea” che si candidi a guidare avvicinamenti e mediazioni. Berlino vi sta progressivamente aderendo. L’iniziativa va condotta con prudenza, senza strappi, e senza mai rinunciare alla premessa etica di riconoscere un popolo aggredito che mantiene il pieno e libero diritto di indicare il proprio orizzonte. A convincere Italia, Francia e Germania lo spettro delle ricadute socio- economiche del conflitto. L’altro livello di lettura è italiano. Mario Draghi ha affrontato le prime settimane di crisi bellica sull’onda comune della solidarietà al popolo ucraino aggredito, sulla base della quale il Parlamento ha dato un ampio mandato al governo per un sostegno a 360 gradi, anche militare. Dopo, però, i partiti di maggioranza si sono riposizionati, soprattutto sul tema dell’invio delle armi a Kiev. Dapprima la Lega di Matteo Salvini, poi con più forza e con toni più incalzanti Giuseppe Conte e il “suo” M5s, hanno chiesto un ripensamento. Ovviamente - conclude Iaservoli - tutte le attese su un originale ruolo italiano per l’uscita dal conflitto – ruolo che tra l’altro Draghi pare voler tenere sotto traccia, quasi a non alimentare aspettative eccessive – andranno verificate nei prossimi giorni.
 
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