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Ingranaggio inceppato

Redazione InPiù 12/05/2022

Altro parere Altro parere Augusto Minzolini, il Giornale
Il macchinoso tentativo di decidere le sanzioni sul petrolio russo che ancora non ha avuto esito per il «no» dell’Ungheria, della Bulgaria e di altri tre paesi, è la prova – osserva Augusto Minzolini sul Giornale – che l’Unione ha fondamenta fragili: basta un piccolo granello di sabbia – in questo caso Victor Orban – e l’ingranaggio si inceppa. Sono più di due settimane che va avanti un’estenuante trattativa tra i 27 membri senza risultati. E questa debolezza che si è manifestata su una vicenda drammatica come la crisi ucraina, potrebbe ripetersi anche su altre emergenze. È possibile andare avanti in questo modo? No, perché è la dimostrazione che la Ue è un gigante con i piedi di argilla. È un’Unione scollegata, che incontra una difficoltà estrema nel maturare decisioni condivise. E questo «baco» la rende inerme, impotente, incapace anche di fronte ad un conflitto che infuria ai suoi confini. Non ci voleva l’aggressione della Russia all’Ucraina per scoprirlo, ma la crisi ha messo ancora più in evidenza quanto sia gracile il meccanismo e, soprattutto, ha reso evidente come l’allargamento a 27 paesi sia stato fatto a scapito di un comune sentire e di una solidarietà di fondo. Colpisce che Paesi come l’Ungheria e la Bulgaria, che pure hanno provato sulla loro pelle il regime sovietico, non si impegnino ora più di tanto per Kiev. Mentre l’Ucraina si batte al di là di ogni aspettativa insieme all’Occidente. Per cui sorge il dubbio che nell’Unione ci siano Paesi che non dovrebbero esserci, e viceversa. E la ragione è semplice: per molti dei nuovi membri arrivati dall’est l’adesione non è stata presa sulla base di una scelta politica - tantomeno ideale - ma di calcoli utilitaristici e di comodo. Motivo per cui finché si parla di contributi e aiuti economici da Bruxelles tutto va bene, quando gli impegni investono, invece, altre sfere, cioè una posizione comune su una crisi internazionale, il legame si allenta.
 
Marco Tarquinio, Avvenire
Diciamolo ancora una volta. Per far finire davvero una guerra, qualunque guerra – scrive Marco Tarquinio su Avvenire –, bisogna sovvertirne la logica, sconvolgerne il lessico e le contrapposte narrative, sbaragliarne i miti e le rigidità. E per fare tutto questo è necessario superare non solo pregiudizi e precomprensioni, ma anche il pudore dell’orrore proprio e del dolore altrui. Bisogna saper abbracciare la propria indignazione e quella immensamente più grande di chi patisce le conseguenze della violenza armata. Bisogna fare lo sforzo di chinarsi (chi si china non giudica, ma sente, ascolta, vede e tocca). Chinarsi sulle ferite delle vittime, piegarsi per il peso delle sofferenze dell’altro, degli altri, restando consapevoli che nessuno può pretendere di sentirle più di chi le subisce, ma che ogni uomo e ogni donna hanno la capacità di immedesimarsi. Se e quando accade, è proprio in quel momento che ci si disarma e s’incomincia la pace. Papa Francesco ieri lo ha ricordato ai grandi del mondo e a ognuno di noi. A margine dell’Udienza generale del mercoledì, ha incontrato e abbracciato il dolore di due donne ucraine, mogli di combattenti del battaglione Azov. Dolore puro, speranza disperata, preghiera incandescente. Quegli uomini, secondo lo schema dello scontro totale che per giorni e giorni, a oriente come a occidente, è stato spiegato e blindato sul campo e nel dibattito politico-mediatico, non hanno scampo: sono già morti. Per il Papa sono fratelli intrappolati nella ferocia della guerra che ancora combattono e che dalla guerra senza quartiere possono ancora esser strappati via. Sono Abele e Caino, allo stesso tempo, come ogni altro o altra che spara per uccidere. E Francesco li ha idealmente accolti sulla strada del ritorno dal baratro. Lo ha fatto chinandosi su di loro accompagnato dalle loro mogli, crocifisse dall’angoscia e straziate dal desiderio di pace.
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