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I rumori di fondo

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 12/05/2022

I rumori di fondo I rumori di fondo Goffredo Buccini, Corriere della Sera
Tutti noi che desideriamo la pace – scrive Goffredo Buccini sul Corriere della Sera – abbiamo ricavato conforto dai toni di Putin alla parata di Mosca, meno apocalittici del temuto: il presidente russo ha «solo» accusato l’Occidente di voler aggredire il suo Paese, senza dichiarare la preannunciata guerra totale. Certo, il sospiro di sollievo collettivo non può impedirci di udire un rumore di fondo che si protrae da tempo nella narrazione putiniana. Quel suono è un ritornello che accompagna molto le dittature: e racconta la loro idea di spazio. Spazio culturale o fisico, geopolitico o militare, spesso ai tiranni lo spazio manca. Ed è un triste paradosso della storia, visto il proclamato obiettivo di «denazificare» l’Ucraina, che si possano cogliere talune assonanze tra l’idea del Russkij Mir, lo «spazio russo» (nell’uso che ne fa l’autocrate moscovita) e il Lebensraum, lo spazio vitale rivendicato dai nazisti. Forse l’ostacolo a monte di un percorso che riconduca Putin a un tavolo dove l’Ucraina possa mantenere davvero la sua dimensione statuale integra e indipendente sta proprio qui: nella rivendicazione di «spazio» per il «vero popolo» avanzata dai movimenti conservatori e nostalgici come quello putiniano, attraverso la storia (anche il nostro fascismo lo fece). Sostenuto dal patriarca Kyrill, il concetto è molto elastico e compare già nell’XI secolo: attiene alle radici e alla lingua, all’etnia e al sentimento. In base ad esso, la Russia putiniana ritiene che le proprie dimensioni siano assai più vaste degli attuali confini della Federazione. Nel suo famoso discorso per l’invasione di febbraio, Putin sottolinea che l’Ucraina è una «porzione inalienabile» della storia, della cultura e dello spazio «spirituale» dei russi, con un richiamo esplicito a «prima del XVII secolo, quando una parte di questo territorio si è riunita allo Stato russo».
 
Stefano Folli, la Repubblica
Su Repubblica Stefano Folli commenta la visita di Draghi a Washington, e osserva come in un’ottica di politica interna sia lecito affermare che il presidente del Consiglio ha spiazzato il composito fronte dei suoi critici. Di coloro che in modo legittimo, s’intende, lo attendono al varco in Parlamento, il prossimo 19 maggio, per imputargli un eccesso di allineamento alle scelte dell’amministrazione americana. Le critiche e le accuse proseguiranno, visto che sono argomenti considerati utili a rastrellare qualche consenso, ma la realtà dei fatti dice altro. Nelle dichiarazioni di ieri Draghi ha pronunciato parole piuttosto chiare: “Dobbiamo costruire la pace”. Come dire che l’Italia guarda già al momento in cui le armi si fermeranno, la Russia arretrerà (“non è più un Golia invincibile”) e l’Europa sarà chiamata a ricostruire un paese semi-distrutto. Fin da subito si dovrà aiutare Kiev a collocare il suo grano sui mercati internazionali che ne hanno bisogno, riattivando un circuito economico che la guerra ha stroncato. Non si può dire che Draghi abbia ricalcato le tesi di Macron sulla necessità di raggiungere al più presto un accordo sulla “sicurezza europea” in cui comprendere anche la Russia, “senza umiliazioni o vendette”. Il premier italiano ha seguito una sua linea, il cui fulcro consiste nell’aver tenuto insieme le due metà della mela: l’Unione europea e l’Alleanza atlantica. Non era scontato, come ha riconosciuto Biden. Si tratta di un’architettura politica che in questo momento solo Draghi, tra i leader europei, sembra in grado di realizzare. Di conseguenza il premier torna da Washington come partner privilegiato e riconosciuto dell’amministrazione statunitense. È questo che gli dà la credibilità per delineare una futura pace: un percorso ancora nebuloso, i cui principali protagonisti, come è ovvio, dovranno essere le vittime dell’aggressione russa, cioè gli ucraini.
 
Carlo Cottarelli, La Stampa
Carlo Cottarelli sulla Stampa indica quattro buoni motivi per cui, a suo avviso, sarebbe opportuno andare ad elezioni anticipate il prossimo autunno. Primo motivo: il governo aveva due compiti principali, ossia affrontare la campagna vaccinale e portare a casa un accordo con l’Europa sul Recovery Plan. Ha raggiunto entrambi gli obiettivi e bene. A quel punto Draghi avrebbe potuto diventare presidente della Repubblica, ma ciò non è avvenuto. All’epoca sostenni anch’io che sarebbe stato auspicabile che il governo andasse avanti fino a primavera 2023 data la necessità di portare avanti importanti riforme. Ma, e questo è il secondo motivo, mi sembra che i partiti che sostengono il governo non stiano prestando la necessaria collaborazione. Non è certo colpa del presidente del Consiglio, ma ormai almeno qualcuno si muove già in un’ottica elettorale. La conseguenza è che si va avanti a forza di compromessi al ribasso. La riforma del catasto è un buon esempio. Già il testo inviato in Parlamento aveva una portata limitata. Non è bastato. Terzo motivo: il Parlamento attuale è ormai lontano dal paese. L’anomalia più evidente è il ruolo sproporzionato del Movimento 5 Stelle che, nei prossimi mesi, sarà sempre più propenso a muoversi per recuperare consensi, piuttosto che sostenere vere riforme. Tanto vale allora andare a votare. Quarto motivo: i mercati finanziari percepiscono che la disarmonia tra partiti di governo ne riduce l’efficacia. Lo spread, a 200 punti base, è tornato ai livelli del maggio 2020. Certo, le circostanze sono cambiate: l’inflazione (che crea incertezza) è aumentata e il sostegno dato dalla Bce al mercato dei titoli di stato è sceso. Ma, come minimo, l’effetto Draghi, date le fibrillazioni dell’attuale maggioranza, non ha l’effetto che aveva una volta.
 
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