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Le (giuste) parole della pace

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 10/05/2022

In edicola In edicola Antonio Polito, Corriere della Sera
Antonio Polito sul Corriere della Sera torna sulle parole di Macron a proposito del conflitto Ucraino e scrive: “Come non essere d’accordo con Macron? Ha ribadito l’altro giorno a Strasburgo la scelta di campo dell’Unione europea e dell’alleanza occidentale che sta aiutando Kiev a difendersi. Però, qui e là, nell’incredibile fricassea che sta diventando il dibattito pubblico in Italia, le parole di Macron sono diventate: «Mosca ora non va umiliata». Oppure «La pace non si ottiene umiliando Mosca». Presentate come se fossero una chiara presa di distanza dal resto dei Paesi occidentali. Da che cosa nasce questo ennesimo equivoco? Quando la pace tornerà perché la guerra di Putin non ha vinto – sottolinea l’editorialista - non bisognerà fare l’errore che la Francia pretese dagli alleati alla fine della Prima guerra mondiale, e cioè la punizione e l’umiliazione della Germania guglielmina, che posero le premesse del tragico revanscismo tedesco. Ma, per arrivare alla pace, l’Europa si batte oggi per fermare chi ha umiliato la legalità internazionale con l’invasione. Che si tratti di malafede o di superficialità, non è la prima volta che le esigenze della rissa mediatico-politica di casa nostra vengono applicate a una cosa come la guerra, troppo seria per essere lasciata ai guerrieri da talk show. Ancora ieri, per esempio, a tre giorni dall’accertamento dell’errore, c’era ancora chi scriveva che Stoltenberg, segretario generale della Nato, avrebbe smentito la disponibilità espressa da Zelensky a cedere la Crimea, e che ciò confermerebbe che in realtà è la Nato a combattere una guerra per procura contro la Russia. Perché quest’ansia di manipolazione? Non sarebbe meglio tornare a cronache rispettose dei fatti, poi ognuno li commenta come vuole? Noi non sappiamo come e quando finirà questa guerra, ma di certo in Italia ha già distrutto molte reputazioni e calpestato molti principi etici. Ma se l’intento è quello di Macron e dell’Europa, allora è più che giusto ripetere che a guerra finita, a pace conquistata, la Russia non dovrà essere umiliata, perché la sicurezza dell’Europa – conclude - si basa sull’indipendenza da e sulla cooperazione con questo suo grande e tormentato vicino”.
 
Claudio Tito, la Repubblica
Claudio Tito su Repubblica parla della visita di Draghi da Biden e descrive la posizione dell’Italia come “ponte sull’Atlantico”: “Nella crisi ucraina – scrive l’editorialista - l’Unione europea ha dimostrato di essere irrilevante in politica estera. I motivi sono molteplici, ma il risultato più evidente è che i rapporti internazionali si stanno ancor di più ricostituendo nelle relazioni tra singoli Stati. Nelle quali ognuno è portatore di un proprio quadro di riferimento. Nel nostro Paese, come nel resto del Vecchio Continente, il dibattito pubblico si sta legittimamente concentrando sulla richiesta di uno sforzo diplomatico in favore di un percorso di pace. Mario Draghi ne è consapevole e ne ha riferito l’essenza al presidente americano Biden. La domanda di tregua, però, nasce dalla conferma di un’alleanza. In Italia una parte della discussione sulla fine del conflitto è condizionata da un riflesso anti-atlantista e da un’implicita avversione nei confronti degli Usa. Con cui anche Draghi ha dovuto fare i conti. Anche perché questo riflesso pone interrogativi inevitabili: è in grado di assegnare un profilo autonomo alla politica estera italiana? Garantisce la nostra indipendenza? Può davvero tutelare gli interessi nazionali? L’incontro tra Biden e Draghi si è svolto proprio all’interno di questa cornice. La collocazione atlantica – sottolinea Tito - non è un orpello, non rappresenta un inutile retaggio del passato. Per il capo del governo questo assetto di valori non può essere contraddetto. spazio pacificatore. Il premier non può che sostenere questa posizione senza infingimenti. Certi giochi l’Italia se li poteva permettere in tempo di pace. La scelta di campo di Draghi è stata esplicita e netta: semplicemente perché rappresentava la premessa per affrontare un’esigenza, l’aspirazione alla pace. Che dall’altra parte dell’oceano è meno sentita banalmente perché più lontana. Proprio la ferma appartenenza atlantica e filo-Usa consente al presidente del Consiglio di affidare all’Italia il ruolo di nazione-ponte. Di concordare con la Casa Bianca le prossime mosse per rinforzare la resistenza ucraina, ma anche di spingere per una tregua. E ovviamente mettere sul piatto della bilancia le esigenze del nostro Paese in termini di indipendenza energetica. Non è un mistero – conclude - che uno degli argomenti trattati sia stato l’acquisto del gas liquido americano”.
 
Alessandro De Nicola, La Stampa
Alessandro De Nicola sulla Stampa parla degli scenari attuali e futuri dell’Europa: “L’aggressione russa all’Ucraina ha certamente creato un sussulto di consapevolezza all’interno dell’Unione Europea, ancor maggiore di quanto non avessero fatto la Brexit e la pandemia. La politica estera, quella di difesa e dell’energia non sembrano più gestibili efficacemente se non in un contesto europeo. Il Recovery fund è già stato un grande passo in avanti in tema di bilancio e di gestione in comune delle risorse, ma i carri armati di Putin hanno sicuramente scosso coscienze e intelligenze. Enrico Letta ha parlato di “Confederazione Europea” per offrire una specie di associazione ai paesi in lista di attesa per entrare nella Ue. Mario Draghi al Parlamento Europeo ha invece ammonito che «le istituzioni europee (…) sono inadeguate per la realtà che ci si manifesta oggi» e che «il quadro geopolitico è in rapida e profonda trasformazione. Dobbiamo muoverci con la massima celerità». Infine, Macron sempre da Strasburgo ha lanciato la proposta di una Comunità Politica Europea per soddisfare le legittime aspirazioni di quelle nazioni che vogliono essere ammesse nell’Unione ma il cui iter potrebbe durare anni se non decenni. Bene: a questo afflato inclusivo di chi è ancora fuori – scrive l’editorialista - si aggiunge altresì il desiderio di un’unione più stretta di quegli stati che condividono valori comuni e federalismo: una specie di nocciolo duro che assomigli agli Stati Uniti d’Europa che erano negli auspici dei Padri Fondatori della Comunità”. De Nicola procede poi a descrivere i complicati meccanismi burocratici, politici e decisionali della costruzione europea e aggiunge: “Come si vede la situazione è già oggi intricatissima, senza contare che per cambiare i Trattati europei è prescritta l’unanimità. Per non rimanere avviluppati nel ginepraio giuridico appena descritto è allora necessaria una grande iniziativa politica, che parta dagli stati fondatori (e da chi vorrà starci) e metta al centro la necessità di un nucleo federale dell’Europa, basato su sussidiarietà e libertà, pronto sia ad accogliere chiunque aderisca agli stessi valori sia a lavorare nella cornice degli attuali trattati per chi voglia preservare una fetta più consistente di sovranità. Il momento è questo: perdere 4 o 5 anni solo per decidere se si potranno formare liste transazionali alle elezioni europee non ci porterà lontano”.
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