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Invito a negoziare. Ma cosa?

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 07/05/2022

In edicola In edicola Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera
“È dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia che in Italia risuona con insistenza la parola negoziato”. Così Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera interviene nel dibattito mettendo alcuni paletti: “Ma il termine negoziato – scrive l’editorialista - è una parola vuota se non si indica almeno all’incirca intorno a che cosa negoziare, gli eventuali termini di un possibile accordo. Chissà perché invece su questo punto, che come si capisce è il punto davvero dirimente, i fautori del negoziato osservano da sempre il più assoluto silenzio. Da più di due mesi invocano il negoziato, intimano a Draghi di darsi da fare per sollecitarlo, ma si guardano bene dal dire quali, a loro avviso, potrebbero o dovrebbero esserne i termini: ciò che tra l’altro consentirebbe a tutti di misurare la plausibilità di quanto essi auspicano. Negoziare vuol dire procedere a uno scambio: dare qualcosa e ottenerne un’altra. Ebbene, che cosa secondo i pacifisti nostrani dovrebbe concedere ad esempio l’Ucraina? Quale concessione che possa verosimilmente soddisfare le esigenze della controparte russa fino al punto di convincerla a cessare l’invasione? E che cosa di analogo, secondo loro, potrebbe concedere Putin a Kiev? Se non ci si esprime su questo punto, se ci si rifiuta pilatescamente di compromettersi circa quella che si ritiene una soluzione accettabile dello scontro – osserva Galli Della Loggia - allora chiedere il negoziato rischia di significare solo una cosa: dichiarare la propria indifferenza a quale che possa essere la soluzione del conflitto purché questo finisca. Il che però, come si capisce, trasforma l’invocazione al negoziato in una vuota chiacchiera demagogica o in una virtuale capitolazione di fronte all’aggressore. La verità è che il fronte pacifista preferisce non parlare di contenuti del negoziato perché è maledettamente difficile immaginare quali possano essere: e lo dimostra il fallimento di tutti i tentativi fatti finora compreso l’ultimo compiuto da Zelensky pochi giorni fa. In realtà per arrivare a una conclusione positiva ogni ipotesi di negoziato ha bisogno preliminarmente che la situazione sul campo si modifichi in via più o meno definitiva a favore di uno dei due contendenti, ovvero che entrambi si trovino per una qualunque ragione nella comune impossibilità di continuare a combattere. Finché una di queste due ipotesi non si verifica ogni invocazione a mettersi intorno a un tavolo per arrivare a un cessate il fuoco e a una soluzione del conflitto ha ben poche possibilità di essere accolta”.
 
Marta Dassù, la Repubblica
Le convergenze necessarie tra Usa e Italia. Marta Dassù su Repubblica analizza lo scenario geopolitico alla luce della guerra in Ucraina e della crisi energetica: “Joe Biden, che Mario Draghi incontrerà domani alla Casa Bianca, è sostenuto nelle sue scelte sull’Ucraina da una opinione largamente favorevole del Paese. Il presidente americano è molto debole all’interno e perderà probabilmente le elezioni di mid-term nel novembre prossimo. Gli americani non voteranno sull’andamento della guerra in Ucraina; voteranno sull’inflazione e sui posti di lavoro negli Stati Uniti. Ma il forte appoggio di Washington alla resistenza ucraina è uno dei pochi temi su cui esiste consenso: semmai, una parte dell’opinione pubblica e dei Repubblicani pensa che la Casa Bianca faccia troppo poco, non troppo, per sostenere Volodymyr Zelensky. L’invasione russa dell’Ucraina – spiega Dassù - ha infatti prodotto un cambiamento drastico di percezioni nell’opinione pubblica americana. Secondo un sondaggio recente del Pew Research Center, il 70% degli intervistati considera ormai la Russia un nemico degli Stati Uniti, mentre prima del 24 febbraio era una minoranza degli americani a pensarla così. Se mettiamo insieme questi dati, diventa chiaro che la politica di Biden verso l’Ucraina è sostenuta da un Paese che ritiene comunque, nonostante i suoi istinti isolazionisti, di avere una missione da svolgere nel mondo. La combinazione fra queste due pressioni (isolazionismo e idealismo) produce un appoggio netto all’aumento progressivo degli aiuti militari e di intelligence, ma evitando un coinvolgimento diretto di soldati americani in Ucraina. Mario Draghi ha dietro di sé un’opinione pubblica mossa da impulsi diversi e divisa sulle scelte da compiere: secondo il monitoraggio di Ipsos, l’appoggio alle sanzioni è in diminuzione e il 50% circa degli intervistati (fine aprile) è contrario a nuovi aiuti militari. Mario Draghi avrà quindi un duplice compito a Washington: garantire che il governo che presiede terrà una linea coerente di appoggio alla resistenza ucraina; ma spiegare anche che il sostegno economico e militare a Kiev – conclude - ha bisogno di essere guidato, per essere mantenuto nel tempo, da obiettivi politici chiari e definiti”.
 
Roberto Fabbri, il Giornale
Le feste opposte di due mondi diversi. Roberto Fabbri sul Giornale traccia così un parallelo tra Mosca e l’Occidente: “La sceneggiata militare in programma oggi sulla Piazza Rossa di Mosca ipnotizza e distrae, ma è bene ricordare che di 9 maggio ce ne sono due: uno russo e uno europeo. Il primo festeggia una vittoria ormai remota e cerca di rianimarne lo spirito riconducendolo al presente attraverso una serie di falsificazioni storiche (su tutte l’immaginario nazismo di Kiev). Il secondo celebra un’unità più di facciata che di sostanza, ma – a differenza del primo – è orientato al futuro. È questo, al di là delle difficoltà nella costruzione di un’Europa coesa, ciò che distingue i due 9 maggio: uno guarda indietro, l’altro avanti. Uno riflette la pretesa di imporre il ritorno al mondo antico degli imperi e alla sua versione novecentesca delle zone d’influenza in Europa: privilegia l’uso della forza, l’idea della potenza nazionale e i confini vissuti come barriere alla circolazione di persone e idee. Scatena, come in Ucraina, guerre d’aggressione il cui scopo ultimo, dietro il paravento di un’ideologia passatista, è la conservazione del potere di un’élite avida e proterva. L’altro rappresenta invece lo sforzo di superare quel passato, di affratellare realmente i popoli, di unirli senza costrizioni. L’apertura dei confini interni – sottolinea l’editorialista - rappresenta lo spirito dell’Unione Europea, la sua inclusione di nuovi membri è il senso della sua modernità e superiorità morale rispetto al mondo chiuso dell’altro 9 maggio, che sa includere solo attraverso la brutalità. Il velleitario disegno finale di Vladimir Putin si chiama Eurasia, e non è altro che la sostituzione di Mosca a Washington nel ruolo di alleato forte dell’Europa occidentale: una nuova egemonia che una superpotenza nucleare con un’economia da terzo mondo (se oggi entrasse nell’Ue con i parametri attuali la Russia sarebbe al 27° posto su 28!) pretende di esercitare con l’aiuto del suo inquietante alleato cinese. Teniamoci stretti il nostro, di 9 maggio. La tragedia ucraina ci ricorda il valore prioritario della libertà, che non è una vuota parola retorica ma l’opposto della schiavitù, e per la quale – ebbene sì - vale la pena combattere. I nostri problemi, per quanto seri, sono poca e risolvibile cosa rispetto a quelli di un popolo – quello russo – che ancora nel 2022 – conclude - deve soggiacere a un uomo solo al comando, che concilia la nostalgia di Stalin con i metodi di Hitler”.
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