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Sul reddito di cittadinanza i nuovi controlli non basteranno

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 06/12/2021

Sul reddito di cittadinanza i nuovi controlli non basteranno Sul reddito di cittadinanza i nuovi controlli non basteranno Roberto Perotti e Tito Boeri, la Repubblica
Roberto Perotti e Tito Boeri, su Repubblica, tornano a invocare una riforma del reddito di cittadinanza per aiutare veramente le persone meno abbienti. Hanno fatto molto scalpore recentemente notizie di abusi eclatanti. Ma da un lato bisogna stare attenti a non buttare il bambino con l’acqua sporca; dall’altro è necessario riconoscere e correggere le mancanze del sistema attuale. Sul reddito di cittadinanza la legge di bilancio si limita a rafforzare il sistema dei controlli, ma senza porsi due domande chiave. La prima: cosa non ha funzionato sin qui nei controlli. La seconda: come facciamo a capire se i nuovi controlli saranno più efficaci? Le misure di contrasto alla povertà basate sul reddito o il patrimonio sono sempre e in ogni paese soggette ad errori, certamente più delle altre prestazioni sociali. Si troverà sempre qualcuno che ha percepito l’assegno senza averne bisogno. Il problema è che il RdC incoraggia fortemente il lavoro in nero: se un beneficiario del reddito di cittadinanza inizia a lavorare, perde immediatamente 80 centesimi di sussidio per ogni euro guadagnato; una volta aggiornata la dichiarazione Isee, perde la totalità di quanto guadagnato. In altre parole è come se i suoi redditi da lavoro venissero tassati al 100%. La legge di bilancio non interviene su questi disincentivi al lavoro regolare. Inasprisce invece le penalizzazioni in caso di mancata accettazione di lavori “congrui”: dopo il secondo rifiuto ingiustificato si perde il beneficio. Legittimo perciò nutrire qualche dubbio sull’efficacia dei controlli previsti dalla Legge di Bilancio. In ogni caso non sapremo mai quanto saranno efficaci perché non si è predisposto un sistema di monitoraggio. Il RdC è uno strumento importante soprattutto in una recessione. Se ci sono degli abusi combattiamoli, ma non basta (o non dovrebbe bastare) qualche episodio seppur eclatante per concludere che l’intero RdC va eliminato.
 
Francesco Grillo, Il Messaggero
Sul Messaggero Francesco Grillo commenta l’ultimo rapporto del Censis in cui si parla di “società irrazionale”. L’affresco che l’istituto fondato da Giuseppe De Rita ha presentato la settimana scorsa proietta l’immagine di una società impaurita. Il numero dei ferventi cultori dei miti più folkloristici è contenuto ma un inquietante 19,9% degli italiani continua a ritenere che le reti 5G servono a controllarci. Sono meno del 6%, quelli che sono convinti che il COVID non sia mai esistito e, tuttavia, per il 31,4% degli italiani, il vaccino è “un farmaco sperimentale per il quale stiamo facendo da cavia”, percentuale questa che - per i laureati - si abbassa solo al 24,4%. Sono numeri probabilmente esagerati e, tuttavia, uno dei paradossi che definiscono il nostro tempo è che lo scetticismo nei confronti della scienza cresce nel tempo con il livello di complessità di società sempre più sofisticate; ed è, persino, superiore in Paesi che spendono di più in ricerca e che sono tecnologicamente più avanzati. Fortunatamente la società italiana – registra il Censis – sta pure scoprendo sempre di più l’utilità e il piacere di auto organizzare reti di solidarietà che, in emergenza, possono sostituire anche lo Stato. È una grande energia che strutturata bene diventa quella che il sociologo inglese visionario Michael Taylor cominciò a chiamare “innovazione sociale” e che però l’Italia aveva già sperimentato con le cooperative nate dopo la Seconda guerra mondiale: una società post pandemica ne avrà bisogno come l’aria per potersi rinnovare. È fondamentale per la stessa riuscita del Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza trovare il modo per farvi partecipare – non solo come beneficiari finali – il maggior numero possibile di cittadini. Va bene infatti disegnare politiche sulla base di un modello economico razionale. Ma la crescita non ci sarà se non sarà anche culturale, di coesione, di fiducia.
 
Antonella Viola, La Stampa
L’immunologa Antonella Viola sulla Stampa spiega perché è consigliabile introdurre in tutta Europa l’obbligo vaccinale per tentare di lasciarsi alle spalle una crisi che non si può superare se non con la vaccinazione di tutta la popolazione mondiale. Il nostro Paese, che, introducendo fin da subito un esteso uso del Green Pass, ha finora tenuto la migliore condotta nella gestione della fase due della pandemia, quella post-vaccino, tentenna sul tema dell’obbligatorietà. Per capire se sia possibile evitare la vaccinazione obbligatoria, proviamo allora ad analizzare la situazione presente e immaginare gli scenari futuri. L’arrivo della variante Delta - e, adesso, dell’Omicron - ci ha mostrato che i vaccini sono estremamente efficaci nel proteggerci dalla malattia severa e dalla morte causate dal SARS-CoV-2 ma che la loro efficacia nel difenderci dall’infezione è inferiore. Questo significa che per riuscire davvero a ridurre la circolazione del virus e proteggere così chi non risponde bene al vaccino, come le persone che hanno un sistema immunitario compromesso, bisogna vaccinare tutti. Non solo: l’attuale pressione nei reparti di malattie infettive e nelle terapie intensive ci dimostra come le persone non vaccinate rappresentino un grande problema per il corretto funzionamento della nostra sanità e mettano a rischio il tempestivo accesso alle cure per tutti gli altri malati. Utilizzando la logica e le conoscenze possiamo pensare che il virus resterà con noi, continuando a cambiare. Il nostro sistema immunitario però non sarà più inerme di fronte a un patogeno del tutto sconosciuto: attraverso la vaccinazione estesa a tutta la popolazione mondiale, il virus causerà delle infezioni gestibili più o meno come le epidemie stagionali causate dal virus dell’influenza. Tuttavia, per raggiungere questo traguardo, sarà necessario vaccinare tutti.
 
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