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La spinta necessaria per la Ue

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 30/11/2021

In edicola In edicola Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Il trattato Italo-francese e la spinta per l’Ue. Ne parla Angelo Panebianco sul Corriere della Sera sottolineando come l’intesa siglata la scorsa settimana a Roma, “oltre ad archiviare i recenti conflitti fra Italia e Francia, potrebbe preludere a un patto fra Germania, Francia, Italia. Sarebbe il primo passo verso quelle «cooperazioni rinforzate» di cui l’Europa ha bisogno per ottenere maggiore integrazione in campo economico-finanziario, della difesa europea, eccetera. Si spera che il divario (inevitabile) fra intenzioni e realtà non risulti troppo ampio. Soprattutto perché la cornice entro la quale si è sviluppata l’integrazione europea dopo la Seconda guerra mondiale, ossia il sistema delle alleanze occidentali, è sempre più in difficoltà. L’indebolimento dell’America – spiega Panebianco - ringalluzzisce coloro che hanno interesse a riempire i vuoti di potere che quell’indebolimento genera. In Occidente registriamo le gravi difficoltà economiche, e la caduta del consenso interno, che sperimentano la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan. Ne deduciamo che ciò renda quegli autocrati meno temibili per noi. Niente di più sbagliato. Le autocrazie sono ancor più pericolose se crescono le loro difficoltà interne. Più si indebolisce l’alleanza occidentale a causa della perdita (relativa) di potenza degli Stati Uniti, più l’Europa è in difficoltà. Ci sono, per quanto riguarda l’Italia, due ottime ragioni a sostegno del trattato con la Francia. Il primo è che, uscita la Gran Bretagna dall’Unione, abbiamo perso un Paese con cui fare gioco di sponda in caso di accordi (che si trascinano dietro altri Paesi) fra Germania e Francia, nel caso in cui tali accordi siano lesivi dei nostri interessi. La seconda ragione è che nessun processo di integrazione sovranazionale può avanzare se non è guidato da un Paese egemone o da un pool di Paesi egemoni. Con il trattato italofrancese ci poniamo nella posizione giusta per fare parte di quel pool. Tutto però è appeso a un filo. Lasciando da parte il rebus rappresentato dalla politica che sceglierà di fare l’eterogenea coalizione di governo tedesca, nonché l’esito delle prossime elezioni francesi, restano le debolezze dell’Italia. Oggi c’è Draghi con il suo prestigio internazionale. Avremo nel prossimo futuro un governo altrettanto europeista (e atlantista) e altrettanto di prestigio? E magari anche stabile”.
 
Chiara Saraceno, la Repubblica
Serve più formazione tecnica e culturale per combattere il fenomeno delle cosiddette morti bianche. E’ il senso l’analisi di Chiara Saraceno su Repubblica: “Si continua a morire di lavoro e sul lavoro, con una media di oltre tre morti al giorno, nelle fabbriche, nei campi e nelle serre, nei cantieri edili, nei magazzini, in mare, sui mezzi di trasporto, nelle strutture ospedaliere, per strada. Muoiono donne e uomini, giovani e persone in età matura, autoctoni e stranieri, anche se tutti per lo più accomunati, al netto delle vittime per Covid 19 dall’avere occupazioni manuali, spesso ma non sempre, a bassa qualifica. I morti sul lavoro – annota Saraceno - erano già aumentati lo scorso anno e sono cresciuti ulteriormente quest’anno: sia la riduzione dell’occupazione sia la sua ripresa stanno richiedendo un sacrificio umano intollerabile, che va di pari passo con la precarietà dei contratti, il mancato o insufficiente investimento da parte delle aziende sul capitale umano, il timore di perdere il lavoro, o le commesse, o entrambi, una cultura del lavoro e imprenditoriale in cui la fretta, il ‘tagliare gli angoli’, ridurre i ‘tempi morti’, troppo spesso prevale sulla sicurezza, in una forma vuoi di ricatto vuoi di sfida, anche talvolta interiorizzata e fatta propria dalle stesse potenziali vittime. Per questo, tra i morti sul lavoro troviamo spesso fianco a fianco piccoli imprenditori e operai, coltivatori diretti e braccianti. Si aggiunga che le cifre dell’Inail includono solo i morti sul lavoro “ufficiali”, quelli che avevano un contratto di lavoro regolare, anche quando precario, ed erano coperti dall’assicurazione. Aumentare le pene è forse necessario, ma sicuramente non sufficiente. Ciò significa aumentare i controlli, non solo da parte dell’ispettorato del lavoro, ma anche delle Asl. E anche i sindacati devono fare la loro parte là dove sono presenti. Ma i sindacati, così come le associazioni imprenditoriali, devono anche fare opera sistematica di formazione alla prevenzione presso i propri iscritti e in generale presso i lavoratori da un lato, i datori di lavoro dall’altro. Occorre un’azione capillare, anche a livello culturale, che si opponga all’idea del lavorare a tutti i costi e in tutte le condizioni, in sprezzo del rischio e del valore della vita umana, anche di quella del lavoratore o della lavoratrice più precaria e perciò più ricattabile. Occorre più formazione insieme tecnica e culturale per tutti, lavoratrici/lavoratori e datori di lavoro, che riconosca dignità al lavoro e prima ancora a chi lo fa”.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
I partiti e il sistema mediatico non devono assecondare le paure delle famiglie in tema di pandemia. E’ l’invito che arriva Marcello Sorgi, editorialista della Stampa: “L’allarme per la variante Omicron continua a crescere, sebbene per fortuna le prime notizie fornite dagli scienziati di fronte a questa nuova insidia del Covid siano più rassicuranti di quanto poteva sembrare di primo acchito. Gli ultimi tre giorni in cui purtroppo il mondo - dicasi il mondo intero - ha reagito alla nuova minaccia della variante Omicron chiudendosi, o preparandosi a chiudersi e a bloccare le frontiere, ci lasciano infatti una lezione sulla quale sarà opportuno riflettere, per il futuro, E cioè: ogni novità, piccola o grande, che riguardi il Covid, entra immediatamente nel meccanismo mediatico-scientifico-politico che ormai ci governa, senza distinzione tra Paesi e porzioni di paesi, Occidente e Oriente, aree ricche e meno ricche. Dappertutto – osserva Sorgi - questo sistema integrato reagisce allo stesso modo, con l’allarme assoluto. E quando poi questa inquietudine si ridimensiona, per ragioni diverse come l’evidenza, i risultati scientifici, gli interessi economici, è sempre troppo tardi per tornare indietro. L’esperienza della variante Delta lo dimostra: presentata come subdola, invasiva, perniciosa, in grado di demolire le poche certezze maturate in un anno e mezzo di pandemia, è apparsa col tempo assolutamente tollerabile. Perché allora la reazione dei governi continua a essere la stessa, dal vertice dei ministri della Salute europei alla stretta sui controlli del Ministero dell’Interno, in vista dell’entrata in vigore del Super Green pass dal prossimo lunedì? Perché, va detto e ripetuto, non è certo il momento di abbassare la guardia. E solo attenzione e disciplina dei cittadini possono garantire il diritto alla salute e alla mobilità. Ma anche perché, è inutile negarlo, una volta innescati, i nuovi allarmi sono difficili o impossibili da disinnescare: si tratti di giornali e tv che faticano ad aggiustare la rotta, degli scienziati che prima di tutto preferiscono la prudenza, e dei politici che non riescono a trovare la sintesi. Guardano i sondaggi, vedono che la gente è angosciata e l’assecondano. Anche se è l’esatto contrario di quel che dovrebbe fare una classe dirigente, chiamata sempre a scegliere, ad avere un ruolo di guida e ad assumersi le proprie responsabilità”.
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