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Lo Stato e un peso crescente

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 26/11/2021

In edicola In edicola Alberto Mingardi, Corriere della Sera
“Se il passato ci insegna qualcosa, lo Stato tende a crescere nelle crisi. In emergenza si allargano i cordoni della borsa ma soprattutto si amplia il perimetro dei pubblici poteri”. Alberto Mingardi sul Corriere della Sera parla dell’inerzia del “peso crescente” dello Stato: “Superato il peggio – sottolinea l’editorialista - non si torna mai al punto di partenza è facile istituire nuovi enti e decidere nuovi interventi, ben più difficile cancellarli. Nell’anno della pandemia, i governi hanno messo in campo ulteriore spesa pubblica per circa il 16% del Pil mondiale. Come giustamente ci ha ricordato l’Economist con la sua copertina della settimana scorsa, si tratta di un picco ma non di un fenomeno nuovo. La spesa tende a aumentare come per inerzia: nei Paesi ricchi, allo Stato chiediamo sempre di più. Se a questo aggiungiamo il fatto che il crescente debito pubblico costituisce un’ipoteca sulle nuove generazioni, si capisce perché, come sostiene il settimanale britannico, proprio questo è il momento di interrogarsi «su che cosa deve fare lo Stato». La domanda rischia di cadere nel vuoto. Se continuiamo a parlare di Reagan e Thatcher, e se restano due spauracchi dei partiti di sinistra, è proprio per la loro eccezionalità, in quella lunga marcia che ci ha portato ad avere Stati che pesano grosso modo la metà del prodotto interno lordo. Rispondere a qualsiasi problema aumentando la spesa o facendo una nuova legge richiede poca fantasia e funziona per guadagnare, almeno nel breve termine, consenso. Perché gli uomini politici facciano qualcosa di diverso debbono avere anzitutto l’impressione che gli elettori glielo stiano chiedendo. In passato, sono stati i cosiddetti «ceti produttivi» e soprattutto la borghesia piccola e media a credere che lo statalismo ne ostacolasse la prosperità. Per avere uno Stato leggero serve una società pesante: una società fatta di persone che abbiano voglia di essere più autonome, artefici del proprio destino; e che, se necessario, siano capaci di prendersi cura di chi sta peggio. Cosa che il nostro Stato tentacolare spesso non sa fare Il nostro è sempre più uno statalismo inerziale: non rivela un Paese solidale, ma la nostra pigrizia intellettuale e l’atrofizzazione dei corpi intermedi”.
 
Francesco Manacorda, la Repubblica
“È una decisione positiva, ma è bene chiarire subito che un giudizio definitivo sarà possibile solo se e quando saranno risolte almeno due diverse incognite”. Lo scrive Francesco Manacorda su Repubblica commentando l’accordo in seno al governo sulla riduzione delle aliquote Irpef: “Da questo punto di vista – scrive l’editorialista - governo e maggioranza hanno fatto una scelta netta. In quanto alle reazioni del mondo politico, generalmente entusiastiche, ci si può domandare se tanto unanimismo non sia il segno che le scelte fatte sono poco incisive. Sul merito della decisione che tanto irrita oggi gli industriali si può pensare che oggi si allineino due interessi. Il primo è quello della maggioranza a distribuire immediatamente a una platea vasta il ‘dividendo’ degli otto miliardi che si possono utilizzare per la riduzione delle tasse, contando su un ritorno in termini elettorali di questa scelta. Inoltre può esserci un secondo interesse, condiviso dai partiti e dalla componente tecnica del governo, più legato a ragioni macroeconomiche. Da questo punto di vista ogni spinta al reddito disponibile delle famiglie può essere utile, specie se – come recita il ‘credo’ della politica economica di Draghi – il debito pesantissimo che dovremo ripagare nei prossimi anni sarà ammortizzato solo da una robusta crescita del Pil che ne riduca il peso relativo. Il passaggio da cinque a quattro aliquote che si è stabilito al tavolo, poi, apre la strada a una ulteriore semplificazione che dovrebbe portare a una struttura con tre sole aliquote e sulla quale c’è un consenso generale. Ma proprio qui si inciampa in due incognite. La prima incognita è quella delle cosiddette tax expenditures, le detrazioni fiscali che oggi pesano per oltre il 50% sugli effetti redistributivi dell’Irpef. La seconda incognita riguarda la base imponibile, ossia la quantità e in una certa misura anche la qualità dei redditi che sono soggetti a tassazione. Al di là della questione evidentissima dell’evasione fiscale, che getta sempre una luce surreale sulla lettura dei dati Irpef nel corso degli anni molte voci di reddito, dalle rendite finanziarie agli affitti di case, si sono viste riservare trattamenti più leggeri anche rispetto alla prima e più bassa aliquota dell’Irpef”.
 
Stefano Lepri, La Stampa
L’accordo sul fisco è il segnale di “una politica che ascolta il paese”. Stefano Lepri sulla Stampa commenta così la bozza di riforma fiscale: “Sul fisco, ai contrasti fra i partiti della maggioranza si è trovata una soluzione abbastanza razionale. Sette degli 8 (non molti) miliardi disponibili andranno a ridurre l’Irpef ai ceti medi. Può essere un segno che la politica italiana è meno peggio di quello che sembra. Certo - osserva Lepri - gli sgravi saranno limitati. Il carico fiscale sugli italiani è alto perché deve pagare una spesa pubblica alta, che da oltre un quarto di secolo non è stata mai ridotta da tutti quanti promettevano di ridurla. Ai lavoratori, e anche alle imprese, si potrebbe dare di più se si avesse il coraggio di tassare almeno un poco i patrimoni, con alcune delle misure che in Italia paiono da estremisti ma che vigono nella gran parte dei Paesi democratici. Per contenere le spese occorrerebbe poi che gli enti locali fossero responsabilizzati con entrate proprie, in modo da lasciar decidere ai cittadini con il voto se vogliono meno tasse, ma a fronte di meno servizi, oppure più servizi, ma anche più tasse. Gli sgravi all'Irap – tributo destinato a finanziare le Regioni per la sanità – seppur graditi ai beneficiari non vanno in questa direzione. Quando Draghi aveva inserito nella manovra 2022 anche la riforma fiscale, era lecito chiedersi perché si fosse cacciato volontariamente in quel ginepraio, dato che su questo tema sensibile ogni partito avrebbe cercato di distinguersi con una proposta propria. Invece è riuscito a uscirne facendo, almeno al momento, contenti tutti i partiti. Protesta, invece, la Confindustria. Al di là delle forzature di parte, qui c’è davvero un problema. Nell’attuale assetto della rappresentazione politica, chi proclama di rivolgersi ai ‘ceti produttivi’ intende perlopiù le parti più arretrate e meno produttive del nostro sistema economico. Conta, il pulviscolo delle microimprese, molti elettori; ma se si vuole spingere l’Italia verso il futuro non si può pensare soltanto a tutelarlo così com’è, occorre piuttosto aiutare le sue parti migliori. In teoria, ci sarebbero stati modi più “growth-friendly”, più favorevoli alla crescita, per usare quegli 8 miliardi di euro. Sarebbe stata una scelta di progetto, di non facile consenso tra gli elettori”.
 
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