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Altro parere

Quella parola sbagliata: pacificazione

Redazione InPiù 15/10/2021

Altro parere Altro parere Michele Brambilla, Quotidiano Nazionale
Per scongiurare il caos provocato dalla rivolta dei lavoratori No Green pass, da più parti si invoca una “pacificazione” nazionale. E il solo fatto che si usi questo termine, “pacificazione”, osserva Michele Brambilla sul Quotidiano Nazionale, la dice lunga su quanto abbiamo smarrito il senso, il significato delle parole che pronunciamo. L’esigenza di una pacificazione nazionale si pone infatti dopo guerre civili, o comunque dopo forti contrapposizioni ideologiche ma direi anche ideali: e sono processi comunque lenti e difficili, in ogni caso una cosa seria. Non si capisce invece che cosa dovrebbe esserci di serio in una “pacificazione” quale quella che viene ora invocata. C’è stata una guerra civile? No. C’è stato terrorismo? No. C’è una battaglia fra democrazia e dittatura? No. Qui c’è stata una pandemia, c’è stata una medicina che ha fornito in un tempo record un vaccino del quale è ormai difficile mettere in dubbio l’efficacia, c’è stato un governo che ha fissato delle regole per tornare a lavorare e a vivere in sicurezza. Certo si può dire che l’Italia ha fissato regole più severe di altri Paesi, forse nell’illusione che tutti si sarebbero fatti vaccinare. Ma basta leggere i cartelli innalzati durante le manifestazioni di questi giorni per capire quali motivazioni ci siano dietro il “no” al Green pass: «Basta terrorismo di Stato», «Le cure esistono le avete sepolte» (Le avete chi? Riecco la teoria del complotto). Per evitare il caos da oggi in poi serve una soluzione, non una pacificazione. Ma se la soluzione fosse quella di cedere a una minoranza che non rispetta una maggioranza che ha seguito le regole, ecco, sarebbe un pessimo segnale.
 
Francesco Riccardi, Avvenire
Nelle lotte per il lavoro – scrive su Avvenire Francesco Riccardi – c’è una drammatica bellezza che affascina. Il gesto di colleghi e compagni d’una fabbrica che si uniscono, alzano la testa per difendere non tanto uno stipendio, ma più spesso la propria dignità, porta inscritto in sé una forma di nobiltà. Perché è espressione di una solidarietà, che significa sentirsi parte d’una comunità, sapersi prender cura l’uno dell’altro, disposti anche a pagare un prezzo per questa comunanza di vita e di destini. È una bellezza che invece non c’è nei blocchi minacciati al porto di Trieste o sulle autostrade a opera di una parte degli autotrasportatori. E il perché è presto detto: ad accendere queste lotte c’è quantomeno un travisamento della solidarietà, se non più semplicemente l’idea corporativa di una minoranza che intende usare il proprio piccolo potere per imporre qualcosa al governo pro tempore e alla maggioranza dei cittadini. Nello specifico, la cancellazione di una norma di legge a tutela della salute pubblica. Con l’aggravante di abusare della retorica di una presunta "dittatura sanitaria". La prima e vera solidarietà, fra lavoratori, è in realtà la tutela della salute di tutti e di ciascuno. Imporre blocchi contro il Green pass, invece, è come fare le barricate contro la sicurezza, come opporsi all’obbligo delle imbragature, del caschetto o delle cinture di sicurezza in auto. È vero anche queste ultime, in casi assai limitati provocano danni – fratture e perfino la morte quando non si riescono a sganciare per uscire da una vettura che precipita – ma quasi sempre ci salvano la vita. Così è per i vaccini, bastano tre cifre per comprenderlo: senza di essi ci sono state oltre 27.000 morti per ogni milione di abitanti; la profilassi evita il rischio morte nel 98% dei casi; correlati al vaccino ci sono stati 0,19 decessi per milione. Morti da piangere, certo. Ma una sincera solidarietà non può prescindere dalla razionalità che questi numeri esplicitano, altrimenti diventa mistificazione e avventurismo.
 
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