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Le strade possibili per Kabul

Sintesi degli editoriali dei principali giornali

Redazione InPi¨ 13/10/2021

Le strade possibili per Kabul Le strade possibili per Kabul Franco Venturini, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Franco Venturini commenta l’esito del G20 straordinario sull’Afghanistan convocato ieri dalla presidenza italiana: un successo, secondo l’editorialista, malgrado le apparenze e le assenze. Perché in un mondo ormai distratto, preoccupato semmai soltanto dalle ondate migratorie che possono venire da Kabul, Mario Draghi ha costretto a ricordare, si è battuto per non abbassare il sipario su una tragedia che coinvolge milioni di afghani e rischia di destabilizzare l’Asia Centrale, e alla fine, malgrado un vertice breve e virtuale, è riuscito a tenere l’Afghanistan sull’agenda delle priorità. Era questo l’unico obiettivo realistico della riunione in videoconferenza, anche se inizialmente ne era stato annunciato uno ancora più ambizioso: coinvolgere la Russia e la Cina in una azione globale per evitare che il dopoguerra afghano riproponesse le crudeltà del precedente potere dei talebani, per difendere i diritti delle donne e delle bambine, per fare in modo che l’Afghanistan non tornasse ad essere, come alla vigilia dell’attacco alle Torri di New York, il santuario del terrorismo internazionale. Putin e Xi Jinping non hanno voluto capire, hanno sbagliato a non esserci e a delegare propri ministri. Peccato. La catastrofe in Afghanistan è a un passo, umanitaria sì, ma la prima conseguenza sarebbe la crescita del terrorismo, l’aumento della repressione sociale, l’aumento della produzione di oppio come ultima e unica risorsa finanziaria. Occorre agire presto, ha detto il G20 straordinario voluto da Draghi. Qualche segnale di speranza c’è, come i contatti triangolari Usa Europa-talebani in Qatar. Ma serve molto di più, e senza rinunciare, con buona pace di cinesi e russi, a precise condizioni sulla creazione di un governo inclusivo, sul trattamento delle donne e delle minoranze etniche, e sul verificato ripudio del terrorismo.
 
Miguel Gotor, la Repubblica
Su Repubblica lo storico Miguel Gotor si occupa delle ambiguità di Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia: una politica già esperta, preparata e abile, capace di scalare con feroce determinazione un partito di «maschi bianchi» (come si dice oggi), ma anche un po’ tanto «neri» (come si sarebbe detto ieri). E si candida a governare l’Italia. Proprio per questa ragione le sue reazioni all’assalto squadrista alla sede della Cgil da parte di un gruppo di neofascisti di Forza Nuova meritano di non passare inosservate perché hanno superato quell’invisibile confine che separa le legittime aspirazioni dal velleitarismo. Ora, cosa avrebbe dovuto fare Giorgia Meloni lo sanno anche le pietre: dopo avere visto gli uffici devastati della Cgil, avrebbe dovuto recarsi in Corso d’Italia, abbracciare Maurizio Landini a favore di telecamera ed esprimere la solidarietà sua e di Fratelli d’Italia. Inoltre avrebbe dovuto condannare la chiara matrice neofascista di quell’assalto. E invece cosa ha fatto Giorgia Meloni? Esattamente l’opposto. Non solo ha scelto di negare l’evidenza, dichiarando di non conoscere la matrice di quell’assalto, ma ha pensato bene di correre in Spagna a una manifestazione di un partito nazionalista, intriso di nostalgie franchiste e falangiste, come Vox. Queste decisioni e atti mancati suscitano alcuni interrogativi. Lo ha fatto perché teme di perdere i voti di quell’area di estrema destra? O perché culturalmente non è in grado di farlo? O ancora perché è ricattata da quel mondo, la famiglia d’origine, da cui non riesce a prendere le distanze? Lo ha fatto, infine, perché – più semplicemente – ci crede? Sarà un caso, ma appena si gratta sotto la pellicina del nazionalismo, dell’identitarismo, del sovranismo, del nativismo, escono sempre le ideologie infette della xenofobia, dell’antisemitismo, dell’omofobia e dell’intolleranza. Se così fosse non bisogna sottovalutare quanto avvenuto perché questa battaglia, che usa e abusa del passato con un eccesso di furbizia e spregiudicatezza, in realtà riguarda già il nostro presente e prossimo futuro.
 
Gabriele Romagnoli, La Stampa
Finisce l’era Alitalia. La vecchia compagnia di bandiera chiude dopo 74 anni e al suo posto nasce Ita. L’ultimo volo - segnala sulla Stampa Gabriele Romagnoli - atterrerà sulla pista di Fiumicino, giovedì prossimo, se in orario, alle 22.45. Poi, l’ombra AZ giacerà a terra. Seguendo le tracce di questa manovra di distacco si colgono emozioni ricorrenti: nostalgia, riconoscenza, rabbia, orgoglio e senso di ingiustizia che a qualcuno potrà sembrare vittimismo. La leggenda, in molti casi realtà, dei benefit. Le lunghe, allegre soste all’estero in attesa del volo di ritorno. Uffici interi dediti a incarichi inessenziali come gli omaggi aziendali. Tutto vero, ma anche tutto ristretto nel tempo e in qualche caso sparito. Dei carrozzoni che hanno sventolato la bandiera, la ragion di Stato, il servizio pubblico, Alitalia e i suoi dipendenti, pagano il conto, altri no. C’è stato e c’è anche in queste ore un sentimento popolare diviso su questo destino: la comprensione è sfidata da quella stizza con cui i passeggeri rinfacciavano ogni ritardo al personale di volo o mancato accoglimento di richiesta agli addetti al check-in. Bisognerebbe fare esercizio di empatia e calcolo matematico: moltiplicare almeno per mille la sofferenza con cui si sta per tagliare la carta Freccia Alata e veder sparire il conto miglia con cui si sperava di andare in vacanza gratis a Natale. Dal punto di vista di questa colonna ci si ricorda di essere collegati al monitor da cui la vita dei giornali trasmette distanziati bip e vien facile solidarizzare. In questo presente tanto imprevedibile quanto spietato nessuno può sentirsi al sicuro nel proprio guscio lavorativo. C’è stato un passato in cui le donne e gli uomini Alitalia hanno rappresentato una piccola casta, ma quanto altre categorie che glielo hanno rinfacciato. E quell’epoca è andata chiudendosi, fino al più crudo dei finali.
 
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