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Europa-Usa, l'Atlantico pi¨ largo

Sintesi degli editoriali dei principali giornali

Redazione InPi¨ 07/10/2021

Europa-Usa, l'Atlantico pi¨ largo Europa-Usa, l'Atlantico pi¨ largo Franco Venturini, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Franco Venturini si occupa dei rapporti transatlantici ed evidenzia quello che a suo avviso è il vero problema esistente tra Stati Uniti e Europa, confermato dal patto anticinese tra Usa, Regno Unito e Australia. Se la Casa Bianca – osserva Venturini – non ha ritenuto utile consultare o almeno avvertire per tempo un grande Paese europeo (la Francia) coinvolto fino al giorno prima nella questione del deterrente australiano in funzione anticinese, è la cortese ma ferma disattenzione americana verso l’insieme dell’Europa che trova un nuovo riscontro all’indomani del caotico ritiro dall’Afghanistan. Se due successivi presidenti degli Stati Uniti assai diversi tra loro finiscono per esprimere nei fatti (e Trump anche nelle parole) una assai scarsa considerazione degli alleati, della Nato, dell’Europa, si deve prendere atto della sopraggiunta inevitabilità di un simile comportamento. Che non cambierà in futuro, perché gli Stati Uniti lamentano lo scarso impegno degli europei nella loro guerra con la Cina per la supremazia globale (geopolitica, tecnologica, commerciale), perché le proiezioni di forza non finalizzate a precisi interessi nazionali americani non sono più appoggiate dall’opinione pubblica statunitense, e anche perché l’America è diventata esportatrice di energia. Questo cambiamento era in atto da tempo, e gli europei, disattenti come sempre alle cose del mondo, si sono illusi quando hanno sentito Biden proclamare «America is back». Ora il tempo delle illusioni sta finendo. E serve invece quella riflessione strategica europea della quale molto si discute, perché si comincia a capire che l’allargamento dell’Atlantico pone la questione, pura e semplice della sopravvivenza dell’Europa, anche di quella zoppicante di oggi.
 
Carlo Galli, la Repubblica
Carlo Galli su Repubblica riflette ancora sull’esito delle amministrative. Se il risultato è chiaro (il M5S è giudicato inaffidabile, la destra sbaglia candidati, il centrosinistra si conferma forte nelle città), l’analisi di livello politico più complessivo è meno facile. Vi è una lettura prevalente, che vede punita la destra perché il Paese non si riconosce più nella sua aggressività verbale, nel suo estremismo disordinato, nella sua estraneità rispetto al sistema politico ed economico e ai valori che vi si esprimono. Un’altra lettura, alternativa, sostiene invece che la Lega sconfitta è quella di governo, non orientata al cambiamento.  Nel primo caso, bisognerebbe riconoscere che la Lega “nazionale” – che raccoglieva il voto d’opinione e di protesta – non ha più spinta propulsiva, non parla più all’Italia, e che quindi il suo destino è di tornare a essere “Lega Nord”, cioè un partito di governo in alcune importanti realtà locali che però, essendo strutturalmente minoritario nel Paese, ha bisogno, per essere in maggioranza a livello nazionale, dell’alleanza con una grande destra moderata, che oggi non c’è. Nel secondo caso, se la Lega sceglie come prospettiva la via dell’opposizione estremistica corre, oltre al rischio di non esercitare la rappresentanza degli interessi del Nord, anche quello di restare fuori dall’area governativa (come Le Pen in Francia), oppure, in caso di vittoria elettorale con FdI, di risultare un corpo estraneo sulla scena europea. Per questo è improbabile che la Lega voglia fare ora ciò che i suoi avversari desiderano, cioè uscire dal governo. Darebbe un segnale di instabilità strategica e di inaffidabilità politica troppo grave. Lo strappo sulla materia fiscale è solo un riflesso condizionato, una mossa obbligata per mostrare che il partito ha ancora una capacità di reazione, che non è tramortito.
 
Carlo Cottarelli, La Stampa
Carlo Cottarelli sulla Stampa ricorda come tempo fa egli avesse avvisato che per il governo Draghi, sostenuto da una maggioranza così eterogenea, sarebbe stato molto difficile realizzare una riforma fiscale ampia: impossibile mettere d’accordo centrodestra e centrosinistra su una questione così politica come la tassazione. In effetti, la legge delega per la riforma fiscale varata dal governo non comporta un cambiamento radicale nel nostro sistema di tassazione (non prevede, che so, una flat tax oppure un forte aumento della progressività). Eppure è ugualmente riuscita a spaccare la maggioranza. Come è stato possibile? La riforma, pur non cambiando l’impostazione del nostro sistema impositivo, comporta molte misure utili, almeno in termini generali. Queste misure, con l’eccezione della riforma del catasto, sono in linea con le conclusioni della commissione parlamentare guidata dall’onorevole Marattin, votata da tutti tranne che da Fratelli d’Italia (voto contrario) e Leu (astensione). Il rapporto Marattin aveva raccolto questo ampio consenso grazie anche alla sua vaghezza. La riforma del governo resta ugualmente vaga. Chi può obiettare a un riordino della giungla di deduzioni e detrazioni o delle aliquote Iva finché non si dicono quali benefici si vogliono eliminare e quali aliquote Iva si vogliono aumentare? Chi può essere contrario alla riduzione dell’aliquota media dell’Irpef, se non si dice come la riduzione della media si distribuirà tra diversi livelli di reddito? E così via. La vaghezza del rapporto Marattin era stata la sua forza nel raggiungere un ampio consenso. Ma questa vaghezza si trasforma in debolezza per una legge delega. Un conto infatti è essere vaghi nel fissare principi generali che non hanno un effetto operativo; un altro è essere vaghi su qualcosa che comporterebbe vincoli effettivi alla legislazione tributaria.
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