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Altro parere

Disgustoso quell'ordine

Redazione InPi¨ 23/09/2021

Altro parere Altro parere Ferdinando Camon, Avvenire
Le scene al confine tra Usa e Messico e la loro vera causa. Ne parla Ferdinando Camon su Avvenire. “Tutti noi ieri, vedendo sui giornali la foto e sui siti il video degli agenti di frontiera texani che colpivano con la frusta i migranti haitiani che arrivavano dal Messico attraversando un fiume, abbiamo pensato che quegli agenti sono crudeli, perfino razzisti, visto che i migranti sono neri. Ma sono convinto che la nostra è una reazione impulsiva, irrazionale, e infine insufficiente. E finché la nostra reazione (di noi lettori di tutto il mondo) sarà questa, le cose non cambieranno in niente. Dobbiamo fare un passo avanti nella comprensione delle scene di violenza ai confini di Stato, agenti contro migranti. E cioè: quali ordini hanno ricevuto? Un esponente del governo americano, vedendo gli agenti americani a cavallo che inseguono e picchiano i migranti, ha dichiarato che sono scene «disgustose». Poiché lo dice un esponente del governo, vien da pensare che la ‘disgustosità’ ce la mettano gli agenti. I quali agenti ricevono ordini non-disgustosi, ma li mettono in pratica mettendoci la "disgustosità". Questi agenti texani, che colpiscono i migranti sulla testa e sulla schiena, che ordine hanno? È azzardato pensare che l’ordine sia: non devono passare? Insomma: sono sgradevoli gli agenti, meritano la nostra condanna, e io adesso pronuncerò la mia, ma la condanna onnicomprensiva va indirizzata a monte, agli ordini di repressione della migrazione con la violenza. Il problema non sono i migranti, e picchiandoli in testa non si risolve niente. Il problema è la fame. Rientrando dal Messico alla California in pullman ho visto l’autista fermare la corriera e perquisirla, c’erano "clandestini" nascosti nel bagagliaio, lui li ricacciava indietro a pedate. Ma quelli avevano fame. Eran pronti a ritentare con la corriera successiva. Le pedate del mio autista son come le frustate di questi agenti a cavallo texani. I migranti frustati sono sgraziati, curvi, storti, cadenti, gli agenti a cavallo sono eleganti, alti, sicuri, dominanti. Ma non è uno scontro fra eleganza e ineleganza, fra ragione e torto, è uno scontro fra affamati e sazi. L’affamato non smetterà mai di tornare alla carica, perché ha fame. Pare uno scontro che s’imposta e si risolve lì. Ma lì non si risolve niente, lo scontro s’imposta e si risolve altrove. Ad Austin che dello Stato del Texas è la capitale. E a Washington che della potente America è il centro”.
 
Alessandro Milan, il Giorno
“Sembriamo tutti inglobati in una gigantesca bolla dalla quale fatichiamo a uscire”. Alessandro Milan sul Giorno descrive così la situazione dal punto di vista mediatico e sociale rispetto alla pandemia: “Gira e rigira, da un anno e mezzo non si parla di altro. Sembriamo perennemente inseguiti dalla massa gelatinosa e informe di ‘Blob’, che si espande senza controllo. Lo so che c’è una pandemia, ma – sottolinea - è come se ci fossimo costruiti, mattone dopo mattone, una prigione mentale dalla quale non riusciamo a liberarci più. Siamo ormai oltre l’infodemia, vale a dire la massiccia dose di notizie su giornali, radio e tv. Ormai siamo drogati, impossibilitati a vivere senza la dose giornaliera di chiacchiere sul virus. Cosa servirebbe per rompere questo schema? Un atto di coraggio, innanzitutto, una sorta di purificazione mentale. Io ieri ho provato per qualche attimo un qualcosa del genere, quando un ascoltatore di Radio24 ci ha raccontato cosa avviene in Svezia. “Qui, da qualche giorno, è partito il liberi tutti!” E nel dirlo il suo, il nostro cuore, il mio e quello del mio socio al microfono Leonardo Manera, si sono lasciati andare per qualche attimo all’entusiasmo. E’ stato un moto gioioso, fanciullesco, un volersi riappropriare della vita. Siamo usciti dalla bolla. La strada è lunga, certamente, nessun vuole mandare in pensione i Bassetti, i Burioni, i Pregliasco, nessuno vuole zittire gli esperti del Cts e dell’Iss, ma il solo fatto di crederci ci ha fatto bene. Dirlo ci ha rinfrancato lo spirito, ci ha permesso di accantonare per un attimo l’angoscia, ci ha fatto disincagliare dal blob colloso. Peraltro in Svezia la percentuale dei cittadini che ha avuto la prima dose si aggira attorno all’80%, non è molto diversa dalla nostra perché è l’80% della popolazione vaccinabile, che in Svezia va dai 16 anni, mentre da noi si possono vaccinare anche i dodicenni. Ma non è il caso di disquisire di numeri, sennò ripiombiamo nel centro della bolla, bensì di pensare che si può evadere da quella prigione mentale che ci vuole sempre cupi, ripiegati. In questo i talk show televisivi hanno un ruolo: cari conduttori, parlateci di geopolitica, di economia, di lavoro, dei referendum, del Grande Fratello piuttosto, perfino delle elezioni amministrative ma, vi prego, non fossilizzatevi su un unico argomento perché “di cosa altro vuoi parlare, con tutti questi morti?” E’ una prigione mentale la vostra, la nostra. Ma le chiavi per evadere dalla cella sono dentro di noi”.
 
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