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La politica che manca all'Europa

Sintesi degli editoriali dei principali giornali

Redazione InPi¨ 22/09/2021

La politica che manca all'Europa La politica che manca all'Europa Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera
Ernesto Galli della Loggia non crede che alle dichiarazioni di intenti dei leader europei, per la costituzione di un esercito comune, seguiranno i fatti. Per una ragione soprattutto, spiega sul Corriere della Sera: e cioè che l’Unione europea dice di voler costituire un esercito senza stabilire preliminarmente, però, chi avrà il potere di decidere come e dove impiegarlo e attraverso quale procedura. Una dimenticanza non da poco. D’ora in avanti, infatti, non si tratterà più, com’è sempre avvenuto finora per i vari eserciti europei, di aderire a decisioni d’intervento prese da organismi terzi, tipo la Nato o le Nazioni Unite. D’ora in avanti, viceversa, s’immagina che ci sia una qualche autorità specificatamente europea investita del potere di alzare il telefono e – con un’iniziativa del tutto autonoma, svincolata da qualsiasi altra – di ordinare al comandante dell’esercito dell’Unione di intervenire in questa o in quella parte del mondo. Ma quale sarà mai l’autorità dotata di un simile potere? Secondo Galli della Loggia, ancora si sconta oggi il peccato che è all’origine della costruzione europea. Il peccato commesso dai suoi padri: quello di optare per la strada dell’unificazione economica, nella speranza che prima o poi si potesse arrivare in questo modo anche all’unificazione politica. Ma sono passati settant’anni (settant’anni!), è cambiato il mondo, ma dall’economia è nata solo l’economia: confermando che la politica — e la guerra che ne è un suo compendio supremo — sono tutt’altra cosa. Oggi per la Ue il ritorno alla politica sembra quanto mai difficile. Tra l’altro anche perché nel frattempo è stata costruita l’immagine di una Europa «potenza civile», mai disposta a battere i pugni sul tavolo, a essere «potenza» militare in quanto portatrice di una propria determinata e forte identità politica.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Fino a che punto il Pd è disposto a sostenere Draghi quando arriverà il momento delle elezioni (nel ’23, secondo il calendario)? È quanto si domanda su Repubblica Stefano Folli, per il quale si tratta di una questione resa attuale dagli sviluppi che abbiamo sotto gli occhi. Da un lato, infatti, cresce l’autorità del presidente del Consiglio, non solo in Italia ma anche nell’Unione orfana di Angela Merkel. Dall’altro, assistiamo al rapido tramonto di Giuseppe Conte come “punto di riferimento” del centrosinistra, ossia come naturale candidato per il ritorno a Palazzo Chigi. Tale declino veloce e forse inarrestabile è l’aspetto non previsto del piano che voleva Pd e M5S uniti in un asse privilegiato, fondato sulla popolarità dell’ex premier. Quel progetto oggi va rivisto dalle fondamenta, benché un’ipotesi alternativa non sia ancora a portata di mano. Ecco allora che la “questione Draghi” s’impone in termini nuovi e non abbastanza esplorati. Enrico Letta garantisce l’appoggio all’ex presidente della Bce fino al termine della legislatura e su questo punto non ci sono dubbi: è nell’interesse del Paese non meno che del centrosinistra. Ma cosa accadrà in vista delle elezioni, quando si tratterà di indicare agli italiani una prospettiva oltre il 2023? La coalizione sembra destinata a durare, probabilmente in una chiave bipolare, ma i rapporti di forza tra Pd e 5S non saranno di sicuro gli stessi della stagione del Conte-2. Tutto lascia pensare che l’avvocato pugliese continuerà la sua esperienza politica a fianco dei democratici, ma con un profilo più dimesso e senza ambizioni di leadership. Ciò significa che il Pd, o meglio l’alleanza tra il partito lettiano e quel che resta dei 5S, più LeU e altri gruppi, dovrà indicare un suo esponente per Palazzo Chigi. La logica direbbe lo stesso Letta, ma non siamo in tempi ordinari, ed è a Draghi che dovrebbero chiedere di proseguire il suo lavoro.
 
Antonella Viola, La Stampa
Sulla Stampa l’immunologa Antonella Viola afferma che siamo ormai fuori dall’emergenza Covid. È vero che il virus è ancora in circolazione e che c’è ancora tanto da fare per completare le vaccinazioni, studiare la durata della protezione dalla malattia grave indotta dai vaccini e disegnare, quindi, dei piani per eventuali richiami, ma il periodo emergenziale della pandemia è finito, perché siamo entrati in una seconda fase: quella post-vaccino. I vaccini che abbiamo utilizzato funzionano molto bene nel proteggerci dalla malattia e, grazie al loro esteso utilizzo, abbiamo messo in sicurezza la collettività. L’emergenza è dunque alle spalle, e ora ci muoviamo verso una nuova normalità, diversa e più problematica di prima, ma gestibile. È allora arrivato il momento di cambiare non solo la nostra comunicazione e narrazione della pandemia ma anche il nostro atteggiamento e la nostra postura, applicando nuove regole adatte a questo nuovo periodo. In altri termini, è necessario iniziare una vigile coesistenza con questo patogeno che due anni fa è comparso nel nostro mondo e che, probabilmente, ci resterà a lungo. Se quindi, in nome di questa convivenza forzata col virus, è giusto e razionale continuare a utilizzare Green Pass e mascherine nei luoghi a rischio di contagio, bisogna d’altro canto cominciare a riprendere le nostre vite in serenità, considerando come prioritari aspetti che sono stati ampiamente trascurati o ignorati a causa dell’emergenza Covid 19. Uno dei cambiamenti necessari riguarda la gestione della scuola, e non si può che sottoscrivere la proposta del professor Zuccotti di smettere di fare tamponi e isolare intere classi e di tenere invece a casa solo gli studenti che presentino dei sintomi, come accade anche con l’influenza, mantenendo l’uso delle mascherine e il distanziamento.
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