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L'Occidente appeso agli ultimi comunisti

Redazione InPi¨ 21/09/2021

Altro parere Altro parere Augusto Minzolini, il Giornale
Sul Giornale Augusto Minzolini si occupa del panico scatenatosi sui mercati mondiali per il quasi fallimento del colosso immobiliare cinese Evergrande. E ricorda come l’11 dicembre 2001 l’ingresso della Cina nel Wto, nell’Organizzazione mondiale del commercio, fu visto come una grande vittoria dell’Occidente. E, invece, l’arrivo di Pechino nel consesso del business mondiale ha cambiato il corso della storia ancor più di quell’11 settembre del 2001, quando gli Stati Uniti, vedendo crollare le Twin Towers, scoprirono di non essere invincibili. Il fatalismo delle date: il piano era quello di acquisire mercati e delocalizzare la produzione per ridurre i costi; è successo l’esatto contrario, la Cina ha acquisito il know-how tecnologico e ora sta conquistando i mercati occidentali (la via della Seta è una verniciatura romantica all’operazione). Negli Stati Uniti e in Europa siamo passati quindi dall’euforia della vittoria, alla paura, al timore che il capitalismo di Stato possa dimostrarsi più forte del libero mercato. Così Pechino ha sommato i vizi del comunismo a quelli del capitalismo. E ora l’Occidente ne paga il fio. I guai, infatti, da qualche tempo vengono tutti da Pechino. È arrivato da lì il Covid che ha mandato in lockdown l’intero pianeta. L’aumento dei prezzi delle materie prime ha di nuovo come imputato Pechino. Per non parlare della politica espansionista cinese: ne senti l’odore a Kabul e te ne accorgi in Australia, che deve ricorrere ai sommergibili nucleari di Washington e di Londra per diventare un altro pilastro della grande muraglia occidentale contro la Cina. E ora, ultimo problema, c’è il rischio che dopo il virus sanitario dal Paese dei mandarini trasformati in capitalisti di Stato, arrivi un virus finanziario: la crisi del colosso immobiliare Evergrande rischia, infatti, di infettare l’intera finanza cinese e di propagarsi su tutte le borse del mondo. Un crac simile a quello di Lehman Brothers, qualcuno addirittura lo paragona alla crisi del ’29.
 
Andrea Lavazza Avvenire
La Russia di Vladimir Putin – scrive Andrea Lavazza su Avvenire – sembra avere una fervida attenzione ai processi elettorali. Dovunque si svolgano. La relazione dell’Intelligence americana nel 2017 diceva testualmente: «Il presidente russo ha ordinato una campagna di condizionamento, nel 2016, rivolta alle elezioni presidenziali statunitensi. Gli scopi della Russia erano quelli di minare la fiducia del popolo nel processo democratico degli Stati Uniti e di denigrare il segretario di Stato Hillary Clinton». È di queste settimane la denuncia dell’attivismo del gruppo di comunicazione RT Deutsch, sostenuto dal Cremlino, nella campagna elettorale tedesca in vista del voto di domenica prossima. Se all’estero l’obiettivo è creare instabilità e un clima favorevole alle posizioni di Mosca, sul fronte interno lo scopo è quello di perpetuare il dominio dell’attuale blocco di potere. Le elezioni parlamentari svoltesi da venerdì a domenica hanno visto tuttavia aumentare lo zelo con cui gli apparati statali si sono prodigati per orientare i risultati, puntando molta della propaganda sulle presunte interferenze straniere. In Russia, i prezzi degli alimenti salgono e i salari reali sono in calo (la povertà colpisce 20 milioni di persone, un settimo della popolazione), la corruzione dilaga facendo precipitare il consenso effettivo per il partito del presidente, Russia Unita, dato alla vigilia a un minimo del 27%. Mantenere alla Duma la maggioranza dei due terzi necessaria per emendare la Costituzione (le ultime modifiche sono recenti), anche in vista della scadenza nel 2024 del mandato di Putin, era quindi un risultato da non mancare. Le opposizioni e molti osservatori, per quanto sia possibile "osservare" in modo indipendente oggi in Russia, hanno denunciato irregolarità sistematiche. Negate recisamente dal governo.
 
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