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Tentazioni texane nella destra italiana

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 21/09/2021

Tentazioni texane nella destra italiana Tentazioni texane nella destra italiana Antonio Polito, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Antonio Polito pone all’attenzione il caso del Texas, dove il governatore repubblicano Greg Abbott ha emanato due provvedimenti che sono insieme illiberali e libertariani: il divieto di aborto dopo la sesta settimana e il divieto di green pass o di obbligo vaccinale. Da un lato si toglie alla gestante la libertà di scelta, dall’altro lato si dà al cittadino totale libertà di scelta per quanto riguarda il vaccino anti-Covid. Poiché entrambe le norme intervengono sul delicato tema bioetico dei trattamenti sanitari, anche più clamorosa appare la loro contraddizione interna. Da una parte si rifiuta ogni paternalismo medico, stabilendo che nessuno è tenuto a fare qualcosa neanche «per il suo bene» (come nel caso dei vaccini); dall’altra si introduce il paternalismo etico dello Stato, che decide al posto della donna anche quando è in discussione il suo bene (l’aborto è parimenti vietato in caso di stupro o incesto). L’autorità pubblica può insomma stabilire l’obbligo di gravidanza ma non di vaccinazione. Stato minimo e Stato massimo allo stesso tempo. Questo complicato rapporto con la libertà, osserva Polito, si sta manifestando anche in Italia nei comportamenti di alcuni settori di una destra, certo diversa da quella americana per storia e cultura, ma nella quale tendenze anarco-libertarie contro la certificazione vaccinale convivono sempre più spesso con tradizionalismi e moralismi in materia di libertà personale, sessuale e procreativa. Così una destra che non è mai stata liberale, nel senso berlusconiano del termine, e non è mai diventata liberista in economia, si è fatta libertaria sui vaccini oltre ogni ragionevole dubbio. Non sempre, non tutti. Ma il messaggio dei leader, Salvini e Meloni, è invece sorprendente per quanto rischia di mettersi in rotta di collisione con il buon senso, oltre che con lo stesso passato dei due partiti e alla lunga perfino con il loro elettorato.
 
Luca Fraioli, la Repubblica
Eccola dunque arrivata nelle nostre città, l’emergenza climatica. Nonostante da decenni gli scienziati ci avessero messi in guardia, scrive Luca Fraioli su Repubblica, abbiamo preferito pensare che l’innalzamento delle temperature e i conseguenti disastri ambientali ed economici non ci avrebbero riguardato. Abbiamo relegato l’effetto serra a lande desolate come i Poli, a luoghi rigogliosi ma lontanissimi, e comunque disabitati, come l’Amazzonia. Poi però il cerchio, di fuoco, siccità e alluvioni improvvise, ha iniziato a stringersi intorno al nostro piccolo mondo antico, pieno di illusori comfort: gli incendi australiani e californiani, le ondate di gelo in Texas, le piogge torrenziali in Germania e Belgio, fino ai 48,8 gradi dell’agosto scorso in provincia di Siracusa. Oggi il rapporto del Centro euromediterraneo per i cambiamenti climatici spazza via definitivamente qualsiasi dubbio: le principali città italiane rischiano uno shock termico (2 gradi in più rispetto alla temperatura media), ondate di calore, eventi meteo estremi e allagamenti. Non sono certo buone notizie, ma proprio per la loro concreta drammaticità potrebbero innescare il tanto atteso cambio di marcia. Il global warming è stato percepito come una minaccia lontana nello spazio e nel tempo. Generazioni di politici hanno preferito ignorare il problema e lasciarlo in eredità ai posteri. D’altra parte, chi metterebbe a rischio la propria rielezione tra cinque anni per contrastare, con misure impopolari, un fenomeno che forse, chissà, si manifesterà alla fine del secolo? E però la febbre della Terra è salita tanto da non poter essere più ignorata. L’emergenza climatica è qui e ora, nel cuore dell’Europa e delle nostre città, come conferma l’analisi del Cmcc. E il fatto che le previsioni si concentrino su Bologna, Milano, Napoli, Roma, Torino e Venezia le rende quanto mai reali.
 
Giampiero Massolo, La Stampa
Sulla Stampa Giampiero Massolo analizza la situazione internazionale alla luce del ritiro Usa dall’Afghanistan e dei sottomarini nucleari sempre degli Usa all’Australia. Due sviluppi all’apparenza scollegati e dalle modalità inattese. Frutto tuttavia di dinamiche internazionali in evoluzione da tempo, di pari passo con il progressivo consolidarsi del bipolarismo tra Stati Uniti e Cina. Inducono ad interrogarsi sul significato delle alleanze, sulle relative regole di ingaggio, sugli spazi residui per l’Europa e per le democrazie asiatiche. Hanno causato forti reazioni europee. I due eventi finiscono per essere complementari. L’Afghanistan, prodotto di un interventismo liberale ormai superato. L’Australia, al centro dello scenario geopolitico indo-pacifico della nuova contrapposizione strategica. Dotarla di sottomarini nucleari (scansando quelli convenzionali francesi) nel quadro dell’accordo AUKUS anche con Londra, mira a ristabilire l’equilibrio, a rafforzare la deterrenza e la capacità di risposta occidentale. In sostanza, entrambe le scelte anticipano un mondo bipolare, con gli Stati Uniti che fanno del contenimento della Cina, sempre più assertiva e egemonizzante, il cardine della loro politica estera e delle alleanze. Già, le alleanze. Nell’ottica americana, ad iniziare dalla Nato come espressione del rapporto transatlantico, sembrano aver perso gran parte della loro valenza storico-valoriale. Sono basate sulla reciproca utilità, sulla disponibilità degli alleati ad assumere la propria parte di oneri, a sviluppare capacità atte a proiettare potenza militare. Rischiano di diventare in qualche modo ‘à la carte’: con gli Europei, più verso la Russia e il Medio Oriente allargato; con l’India, il Giappone, l’Australia, riuniti nel Quad, e assieme alle altre democrazie asiatiche, a circondare la Cina.
 
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