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I partiti fragili

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 20/09/2021

I partiti fragili I partiti fragili Sabino Cassese, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Sabino Cassese analizza quelli che suo avviso sono le ragioni della crisi della politica: “Le cause della odierna scontentezza per la politica sono molte. L’essenza della democrazia sta nella discussione su programmi e progetti, e nella ricerca di accordi e compromessi. Oggi, invece, ci sono slogan, schermaglie, battibecchi; prevalgono il quotidiano e l’estemporaneo; l’elettorato è considerato come un eterno bambino; il mercato della politica è sempre più chiuso. Ma alla radice dell’attuale distacco tra Paese reale e Paese legale – osserva Cassese - c’è principalmente la crisi dei partiti. I partiti erano il necessario intermediario tra società e Stato. I partiti, perduto il loro legame con la società, conservano solo il monopolio dei rapporti con lo Stato. Dovevano — per la Costituzione — essere lo strumento della democrazia, ma essi stessi non sono democratici. Dovrebbero essere incubatori, formatori, interpreti della domanda sociale, si limitano a svolgere il ruolo di piedistallo dei leader. Dovrebbero ascoltare e plasmare gli interessi degli elettori, fare da filtro, proporre programmi, mentre invece non riescono neppure a darsi una identità riconoscibile e parlano molto per dire poco. Dovrebbero essere le scuole per selezionare il personale politico, mentre, quando bisogna preparare le liste elettorali, si rivolgono all’esterno per trovare i candidati. Dovrebbero essere il tramite per la legittimazione del Parlamento e delle politiche pubbliche; invece, hanno essi stessi scarsa legittimazione e un rapporto volatile con il proprio elettorato. Dovrebbero progettare il futuro, sono invece prigionieri dei cicli brevi, della politica istantanea e mutevole, di durata poco più che giornaliera, nella quale contano gli accordi piuttosto che le cose da fare. Il paradosso di questa situazione, caratterizzata da tanti sintomi di malessere della democrazia, è che nella società pullulano le scuole di politica, perché si sente il bisogno di buona politica. Insomma, sembra prevalere l’idea che, se la politica è povera, non per questo bisogna rifuggire da essa e coltivare l’antipolitica, divenuta anch’essa una politica e ben sfruttata. Al contrario, bisogna rimediare alla povertà della selezione della classe politica e della sua cultura, stabilendo nuovi rapporti con la società civile”.
 
Carlo Cottarelli, la Repubblica
La riforma del fisco è sul tavolo del governo e Carlo Cottarelli su Repubblica prova a delinearne gli ostacoli principali. La riforma non fa parte del Pnnr, il che comporta che non sarà coperta dal cronoprogramma del Piano, con relativa sorveglianza nella sua implementazione da parte delle istituzioni europee. Perché la riforma fiscale non sta nel Pnrr? Il principale motivo è che i fondi europei disponibili per la realizzazione del Pnrr hanno una natura temporanea. I finanziamenti durano solo fino al 2026. Una riforma che punti a ridurre la pressione fiscale richiede invece finanziamenti permanenti. E qui si arriva a un’altra difficoltà: trovare i fondi. Inoltre, c’è l’esigenza di ridurre la pressione fiscale, ma c’è anche di eliminare le disparità di trattamento, il che richiederebbe (a meno di voler portare i livelli di tassazione al minimo comun denominatore) un aumento di qualche tassa. E quale partito si vuole prendersi la responsabilità di aumentare una qualsiasi tassa o di eliminare qualsivoglia deduzione o detrazione (ossia i trattamenti a favore di qualche settore o attività)? Lo stesso discorso vale per la riforma del catasto, di cui si è tornato a parlare e che dovrebbe, logicamente, essere un importante complemento alla riforma fiscale: comporterebbe un calo delle tasse per qualcuno e un aumento per qualcun altro, se si volesse fare a gettito zero. Fra l’altro avrebbe conseguenze per il calcolo dell’Isee, cosa non irrilevante per molti con redditi relativamente bassi. Ultima difficoltà: una vera riforma del fisco richiede una visione comune di come si vuole plasmare la società in cui viviamo, soprattutto in termini di come deve essere distribuito il carico fiscale e di quali attività si vuole incentivare o scoraggiare. E come si può riconciliare visioni politiche diametralmente diverse come quelle del centro-sinistra e del centro-destra, entrambi presenti nella coalizione di governo? Sarei sorpreso se si trattasse di una riforma anche solo lontanamente comparabile a quella del 1974, l’ultima grande riforma del fisco. Chissà, forse sarò piacevolmente sorpreso”.
 
Francesco Grillo, Il Messaggero
L’editoriale del Messaggero, firmato da Francesco Grillo, è dedicato allo scandalo alla Banca Mondiale sui metodi di compilazione della classifica relativa facilità di fare impresa in Paesi diversi: il famoso “Doing Business”.  “La questione di cui parliamo – scrive Grillo – ha due dimensioni. E, probabilmente, un’unica soluzione. Innanzitutto, c’è un problema cognitivo che è riconducibile all’idea stessa di creare indici che valgono per tutti nello spazio e nel tempo. Gli obiettivi che sistemi a diverso stadio di sviluppo e con sistemi istituzionali diversi non possono essere uguali; e sono modificati profondamente nel tempo dal progresso tecnologico. Il problema di valutare i Paesi sulla base delle riforme approvate, sottovaluta, poi, il piccolo dettaglio che non sempre quelle riforme vengono implementate (come insegna il caso italiano). E però comparare è utile e meno problematiche sono le classifiche che si concentrano, invece, sui risultati finali che le riforme dovrebbero favorire: numerose sono le critiche all’utilizzo del tasso di crescita del prodotto interno lordo come misura di prestazione economica e Amartya Sen suggerisce di integrarlo con tre misure semplici: speranza di vita media, anni passati a studiare e diseguaglianza nel reddito. Il secondo problema è, invece, quello del conflitto di interesse sul quale si concentrano i legali che hanno condotto l’indagine all’interno della banca mondiale. Nel caso specifico, è difficile immaginare che i suoi vertici fossero condizionati dalla Cina: in realtà il massimo azionista della Banca Mondiale sono gli Stati Uniti (con il 15,8% dei voti sono l’unico socio che ha un potere di veto su proposte di modifica del funzionamento interno) che ne designano il Presidente. È vero, tuttavia, che tutte le organizzazioni internazionali subiscono pressioni. Lo scandalo della Banca Mondiale darà luogo ad alcuni aggiustamenti dei metodi attraverso i quali le organizzazioni internazionali valutano gli Stati e difendono la propria indipendenza. Non è neppur escluso che essa porti alla fine della carriera di alcuni dei suoi illustri protagonisti. Tuttavia, la soluzione più stabile passa attraverso un aumento della trasparenza attraverso la quale le istituzioni con le quali governiamo il mondo rispondono ai cittadini che ne pagano il costo. E dal confronto – sereno, non scolastico - sugli strumenti intellettuali che usiamo per leggere un ambiente che non è più quello che vide nascere certe convinzioni”.
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