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Il metodo del premier

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 16/09/2021

In edicola In edicola Carlo Verdelli, Corriere della Sera
Carlo Verdelli sul Corriere della Sera analizza quello che definisce “il metodo del premier”.  “La volata è lanciata a meno di venti giorni c’è un traguardo di un certo rilievo (più di mille Comuni, tra cui Roma, Milano, Napoli, Bologna e Torino), i partiti si alzano sui pedali a chiamare il sostegno di tifosi un po’ distratti. Quello che è sicuro, e anche i singoli partiti lo sanno, è che l’esito delle Amministrative di inizio ottobre non avrà la minima incidenza sulla marcia del governo. Ed è forse la prima volta che succede nella storia della nostra Repubblica. Perché è la prima volta che a guidarla c’è un governo come quello di Mario Draghi” che, scrive Verdelli, “non è un governo di scopo e né di unità nazionale ma è piuttosto un governo di affidamento personale, cioè legato al prestigio internazionale di chi lo guida, Mario Draghi, appunto. Su di lui, sulla fiducia nella sua capacità di gestione, poggia l’intero piano di finanziamenti europei, che porterà all’Italia sfibrata dal Covid più di 200 miliardi da investire entro la fine del 2026. Senza di lui, la possibilità che il flusso di aiuti freni o si interrompa è più di un’ipotesi minacciosa. Di fronte a una situazione eccezionale, la risposta italiana è stata una soluzione politica altrettanto eccezionale, ma che difficilmente, terminata questa stagione, tornerà al punto dove il sistema di partiti, alleanze, catene di responsabilità e comando, si trovava prima dell’era Draghi. A caratterizzare quest’era, oltre a una capacità di decisione-azione già diventata metodo e marchio, c’è anche una invisibile ma percepibile intercapedine tra esecutivo vero e proprio (con l’impressione di un vertice operativo ancora più ristretto intorno alla figura del premier) e la parte abbondante del Parlamento che lo sostiene. Come se le indicazioni di Camera e Senato non fossero vincolanti e quindi non determinassero un’automatica presa in carico da chi avrebbe il mandato di renderle in qualche modo operative. È anche questo svincolarsi da temi non considerati prioritari, questa determinazione a fare l’indispensabile (o quello considerato tale) senza perdere tempo in mediazioni giudicate inutili, che rende questo governo diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
I referendum come medicina a una politica malata. Ne parla Stefano Folli su Repubblica. “È possibile che il Green Pass, il lasciapassare sanitario, diventi oggetto di un referendum abrogativo? Qualcuno - osserva - ha avuto questa idea, peraltro non proprio logica: la grande maggioranza degli italiani è favorevole al documento, per cui un referendum — se mai si raccogliessero le firme necessarie — finirebbe solo per segnalare l’esiguo consenso di quella posizione. Tanto che i più dubbiosi circa la bontà di tale passo dovrebbero essere Salvini e Giorgia Meloni. È più interessante invece valutare il ritorno della stagione referendaria come strumento di rinnovamento sia pure parziale del Paese. La giustizia da riassettare, la cannabis da legalizzare, la caccia da abolire: temi diversi, messi in fila come un trenino che si avvia al plausibile appuntamento della primavera ’22. Le firme arrivano copiose e non perché sia diventato facile raccoglierle. Non è mai stato semplice, ricorda giustamente il radicale Marco Cappato. Certo, oggi per aderire esistono le scorciatoie elettroniche. Ma il nocciolo della questione riguarda la convinzione diffusa che il sistema è sempre più ingessato. Non c’entra l’anti-politica, semmai il desiderio di una politica più autentica. Non è la prima volta, ma sorprende che le istituzioni della democrazia rappresentativa siano rimaste in sostanza ferme — specchio della debolezza delle forze politiche — mentre il referendum, nel corso degli anni, ha fatto in tempo a prosperare, poi a declinare fino a sembrare moribondo e adesso a risorgere. Basta questo a segnalare l’importanza delle novità. Alcuni quesiti sono controversi, altri potrebbero non raggiungere il “quorum”. Se è vero che nell’Italia di oggi non esistono più i partiti, salvo rare eccezioni, ma quasi solo correnti e fazioni in urto fra loro anche all’interno della stessa sigla, ecco che la spinta referendaria può supplire per certi aspetti al cortocircuito della politica”.
 
Massimo Giannini, La Stampa
Approvazione per quanto riguarda il merito, qualche critica riguardo alla forma e alla comunicazione. Massimo Giannini sulla Stampa commenta così il provvedimento che rafforza il cosiddetto certificato verde. “Non c’è una sola ragione al mondo – scrive - per sollevare critiche al decreto sul Super Green Pass. È la cosa giusta da fare, in un Paese che sta combattendo la battaglia decisiva di questa lunga e dolorosa guerra contro la pandemia, che conta ancora 10 milioni di non immunizzati e che nelle prime due settimane di settembre ha registrato un’inquietante flessione delle vaccinazioni, calate in media da 142 a 70 mila al giorno. L’abbiamo detto e scritto tante volte, e lo ribadiamo: il certificato verde obbligatorio non è “dittatura sanitaria”, ma equo bilanciamento sociale e costituzionale tra il diritto alla libertà di alcuni e il diritto alla salute di tutti. Estenderlo a dipendenti e autonomi non è discriminazione. È protezione. Per oltre 20 milioni di italiani che lavorano nel pubblico e nel privato. Aver introdotto un provvedimento del genere nel nostro ordinamento, piegando le resistenze di Salvini e di Landini, è un successo oggettivo. Ma proprio per la sua portata ideale e materiale, Draghi questo decreto avrebbe dovuto spiegarlo personalmente agli italiani. Nella sua assenza c’è un messaggio implicito: la conferenza stampa dei “ministri competenti” serve a rimarcare la coralità dell’azione di governo. Ma stavolta non basta. Ci sono momenti, nella vita di una nazione, in cui serve un’assunzione di responsabilità totale. Questo è uno di quelli. È la fase cruciale della nostra lotta al virus. Il Super Green Pass chiama in causa il nostro bene più prezioso oltre la vita: il lavoro, con i suoi diritti e i suoi doveri. C’è da convincere e da coinvolgere una collettività intera, dentro un destino comune. Un presidente del Consiglio all’altezza deve metterci non solo la sua firma, ma anche la sua faccia”.
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