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L'Italia dei partiti deboli

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 16/09/2021

L'Italia dei partiti deboli L'Italia dei partiti deboli Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera si occupa del rapporto tra democrazia e sicurezza e guarda con pessimismo all’attuale situazione politico-istituzionale italiana. Partendo dall’assunto che fra tutte le risorse che una democrazia dispone e può investire in sicurezza la più importante è la propria coesione nazionale di fronte ai pericoli e alle sfide internazionali, da questo punto di vista l’Italia, rispetto alle altre grandi democrazie europee, è nelle condizioni peggiori: il suo sistema politico non favorisce, anzi esalta la mancanza di coesione, per il combinato disposto di un insieme frammentato di partiti fragili, con un debole radicamento sociale, e di un assetto costituzionale da «democrazia assembleare» (con governi istituzionalmente deboli). Durante la breve stagione del bipolarismo, apertasi nel 1994 e durata un quindicennio, l’Italia conobbe l’alternanza fra coalizioni contrapposte. Fu un’epoca di intensissima polarizzazione, berlusconiani contro antiberlusconiani, ma in politica estera c’era convergenza fra centrosinistra e centrodestra: funzionava, tacitamente, una sorta di bipartisanship. Nessuna delle due coalizioni mise mai in discussione l’appartenenza alla Alleanza Atlantica, nessuna rifiutò l’integrazione europea. Quell’epoca è finita da un pezzo. Siamo tornati ai tradizionali riti della democrazia assembleare, ma senza i grandi partiti di massa della Prima Repubblica. I partiti deboli che ci ritroviamo tenderanno sempre a differenziarsi l’uno dall’altro in cerca di consensi, proprio nel momento in cui la convergenza e la coesione nazionale sarebbero indispensabili per fronteggiare i pericoli. In realtà, conclude Panebianco, solo in una democrazia maggioritaria e bipolare c’è la possibilità, altrimenti preclusa, di una convergenza, di fronte ai pericoli esterni, in difesa di un interesse nazionale da tutti riconosciuto come tale. In mancanza di ciò, non resta che affidarsi allo Stellone.
 
Michela Marzano, La Stampa
Sulla Stampa, la filosofa Michela Marzano critica le parole con cui Papa Francesco ha definito l’aborto un omicidio, durante il volo di ritorno a Roma a conclusione del viaggio a Budapest e in Slovacchia. Perché chi può capire davvero – domanda Marzano – cosa significa abortire se non c’è passato? Chi può sapere cosa passa per la testa di quell’adolescente che si ritrova incinta senza averlo voluto, di quella donna che ha paura di non farcela, di colei che pensa di non essere capace, oppure è capace ma non ha la forza, oppure la forza ce l’ha ma non vuole che il padre di suo figlio o di sua figlia sia un uomo violento? Il Santo Padre ha tutto il diritto di spiegare che la Chiesa non può accettare l’aborto. Forse ha anche il dovere di difendere sempre e comunque la vita, sebbene la vita possa talvolta essere una maledizione. Ma perché utilizzare le parole come pietre? Perché scagliarle addosso a tutte quelle donne che hanno abortito – e nessuno sa, nessuno può sapere, il perché, il come, quanto dolore, quanta paura, quanto senso di colpa hanno provato? Non era stato proprio Papa Francesco a dire, un paio di anni fa, che proclamare il Vangelo non significava scagliare sugli altri verità e formule dottrinali? Meditando le parole che il Santo Padre ha pronunciato ieri dialogando con i giornalisti ci sono rimasta male. E poco importa se qualcuno, leggendomi, commenterà che la fede non è fatta per essere aggiustata a piacimento, e che Papa Francesco non ha fatto altro che ripetere ciò che, da sempre, sostiene la Chiesa. Talvolta la forma è sostanza e, questa volta, le parole utilizzate dal Pontefice sono prive di sfumature e, mi spiace dirlo, piuttosto superficiali. Come se la realtà non fosse sempre molto più complessa delle generalizzazioni, e l’aborto fosse solo un modo per risolvere un problema.
 
Elena Stancanelli, la Repubblica
Bebe Vio è una dea. Elena Stancanelli su Repubblica celebra l’atleta paralimpica accolta ieri al Parlamento di Strasburgo da una standing ovation, e additata a modello dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Bebe Vio è la dea dell’impossibile che diventa possibile e brandisce un fioretto. Basta guardarla per capire che non ha niente da spartire con questo nostro tempo lagnoso e suscettibile ed è del tutto immune dalla osannata estetica della fragilità. Non ci tiene a dividere con noi la delusione, la rabbia per l’innegabile accanimento del destino su di lei. Piuttosto Bebe Vio ci regala favolosità. È fatta di pura energia, ha i super poteri, quando parte infila in valigia braccia e gambe di scorta e lo racconta sui suoi social e lo fa sembrare buffo. Ma probabilmente quello che a noi sembra la sua danza allegra dei giorni, per lei è faticoso, doloroso. Ha avuto decine di operazioni, ne avrà altre, ma vuole che noi sappiamo di lei soltanto che vince. E vince tantissimo. Centodiciannove giorni prima delle Olimpiadi stava per morire, poi ha preferito vincerle. Gli dei sono così. Al Parlamento europeo le hanno fatto un applauso lunghissimo, al quale lei ha risposto col consueto sorriso: un equilibrio perfetto tra lo schermirsi e il conoscere fino in fondo la ragione per cui è lì, ben sapendo di meritare tutto. Le dee non hanno bisogno né tempo di fingere modestia. Hanno sempre guerre da combattere e una pace da ottenere da qualche parte. Von der Leyen ha detto che Bebe Vio è un esempio di ispirazione per l’Europa, capace di cambiare la percezione del possibile. Ha ragione. Bebe Vio è la forma del futuro. Non sarebbe sopravvissuta senza la scienza, non vincerebbe senza la tecnica. È il trionfo della ragione sulla superstizione, è giovane, forte, sa che le conquiste della medicina le renderanno la vita più semplice.
 
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