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La politica Ue sull'energia crea povertÓ

Redazione InPi¨ 15/09/2021

Altro parere Altro parere Alberto Cló, Quotidiano Nazionale
Mai – sottolinea Alberto Cló sul Quotidiano Nazionale – dal secondo dopoguerra si era assistito ad una simile impennata dei prezzi energetici. Dal prossimo primo ottobre quelli del gas dovrebbero crescere del 30% mentre quelli dell’elettricità del 40% portando l’aumento complessivo dal 1° luglio scorso al 45% circa per il metano e al 60% per l’elettricità, ridotto al 50% da un provvidenziale intervento del governo che ne ha modificato i criteri di calcolo impegnando 1,2 miliardi di euro. Alla base di questi aumenti vi sono due ragioni. Primo: l’esplosione dei prezzi spot del gas metano, che quotavano nei giorni scorsi 3,5 volte quelli di inizio 2021. Secondo: il quasi raddoppio da inizio anno sul mercato europeo dei prezzi dei permessi di emissione del carbonio saliti a 60 euro a tonnellata. Al di là di queste specifiche e si spera temporanee ragioni, ve ne è una di carattere generale: la cosiddetta transizione energetica al dopo-fossili. Transizione che sta presentando sempre più il suo conto. Più si perseguiranno gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale, ed è imprescindibile farlo, più se ne dovranno pagare i costi. Ipotizzare, come fa la Commissione, che i prezzi debbano aumentare ancora sensibilmente, per incentivare la transizione, dà conto di quanto poco a Bruxelles ci si renda conto delle conseguenze sociale delle sue dissennate proposte. Rimedi ve ne sarebbero iniziando a modificare le attuali politiche, ma sarebbe prima necessario scalzare il rifiuto generalizzato (e interessato) di quel che si propone. Dicendo semplicemente le cose come stanno e respingendo l’imperante isteria ecologista. Meglio, ad esempio, ridurre i sussidi a vantaggio di pochi spendendo in innovazione tecnologica, compreso il nucleare di nuova generazione. Il nucleare è solo una parte della soluzione alla lotta ai cambiamenti climatici, ma senza nucleare essa non avrà soluzione.
 
Franco Bechis, Il Tempo
Franco Bechis sul Tempo si chiede quando in Italia si potrà tornare al 2019, a una situazione pre-pandemia. L’Italia – osserva – è uno dei paesi che più si è vaccinato in Europa (il secondo dopo la Spagna), eppure a leggere discorsi e ipotesi di provvedimenti dell’esecutivo sembra che sia il fanalino di coda del vecchio continente, dominato da orde di no vax e scettici che metterebbero a rischio la salute di tutti gli altri. Non è così, più di due italiani su tre hanno terminato il ciclo vaccinale. In condizioni meno ottimali di quelle italiane alcuni paesi stanno facendo passi da gigante per tornare alla vita che conoscevamo prima, quella che nel 2019 vivevamo tutti nel mondo. In Danimarca da qualche giorno quel traguardo è stato raggiunto: non c’è più alcuna regola imposta dalla lotta alla pandemia, né all’aperto né al chiuso. Si sono buttate via le mascherine, nessuno si pulisce le mani con il gel, ci si siede al cinema e al teatro nel posto a fianco di un altro, non c’è più alcun tipo di distanziamento. Può essere che l’Italia non sia pronta a quel passo, e che a Copenaghen si sia deciso un azzardo da cui poi saranno costretti a tornare indietro. Ma anche altri paesi stanno puntando a quel risultato, mentre noi invece allarghiamo il green pass e discutiamo di ulteriori obblighi. Può anche essere necessario, non discuto quello che suggeriscono i medici. Ma chi guida la politica e il paese non può fermarsi a quello. Capisco che Mario Draghi abbia poca familiarità con la politica e non abbia naturale la vocazione alla guida e alla leadership. Ma un Paese ha bisogno anche di quello. Non si può essere Danimarca oggi? Bisogna che gli italiani sappiano che quello è l’orizzonte il prima possibile. Non c’è nulla di normale in quello che stiamo vivendo, nulla che corrisponda alla natura dell’uomo.
 
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