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Altro parere

Un compromesso, non una rinuncia

Redazione InPiù 10/09/2021

Altro parere Altro parere Elena Loewenthal, La Stampa
La non obbligatorietà del crocifisso nelle scuole “non è una rinuncia ma un compromesso”. Lo scrive Elena Loewenthal sulla Stampa a proposito della sentenza della Cassazione che, scrive l’editorialista, “a suo modo rivoluzionaria. Perché – sottolinea – se non discrimina né esclude, ‘questo segno primario della fede cristiana esprime di per sé l’esperienza vissuta di una comunità e la tradizione culturale di un popolo’: definisce cioè un’identità ben precisa. Per questo, prosegue la sentenza, l’esposizione di questo simbolo nelle aule scolastiche, così come quello di qualunque altro simbolo religioso, è soggetto a una decisione ‘in autonomia’ sempre cercando un ragionevole ‘accomodamento’. Il che potrebbe sembrare un’indicazione ‘farisaica’, giusto per restare nel contesto delle metafore teologiche, e invece rappresenta, nel suo contesto, una svolta importante. Il riconoscimento di quel pluralismo etnico, religioso, storico, che è davvero e ovunque la cifra di questa contemporaneità. Anche a casa nostra, così come a casa di chiunque altro. Il crocifisso è simbolo di dolore, racconta una storia fondativa della nostra comune storia. Però appartiene a una fede ben precisa, racconta quella storia e non altre. Non offende chi non si riconosce in quella storia, in quella fede, ma certamente non significa la stessa cosa, e dunque perde la sua ragion d’essere in quel luogo, in quel momento, se non è condiviso. Si svuota del suo significato, come succederebbe a qualunque altro simbolo religioso. Per questo un ‘compromesso’ che stia nel valutare caso per caso l’opportunità di esporlo o meno in una classe non è né mai sarà un gesto di debolezza o di rinuncia ma la risposta a quel senso primario del compromesso che, come diceva il compianto Amos Oz, è sinonimo non di cedimento ma di vita. Insieme, nel reciproco rispetto, con responsabilità e gentilezza”.
 
Laura Mirakian, la Repubblica
Il drammatico tema dei profughi, migranti e l’Europa che ci servirà. Ne parla Laura MIrakian su Repubblica ricordando all’inizio la tragedia dei profughi siriani nel 2015. “Ieri i siriani – scrive – oggi gli afgani, più oltre gli africani. I cittadini europei si chiedono se davvero di fronte a queste tragedie epocali la nostra Europa non possa fare di più. Anche per il Balcani degli anni ’90, la più vicina delle crisi, gli europei ricorsero alla guida americana. Ma in 30 anni molto è cambiato. E’ tempo per l’Europa di aggiornare la sua visione strategica e i suoi strumenti di intervento. L’Europa è chiamata a maggiori responsabilità. Il trauma dell’Afghanistan ha sottolineato le nostre lacune e debolezze. I lavori in corso, all’insegna della stringente necessità di un’Europa più ‘rapida ed efficiente’, come indicato dal presidente Mattarella, e di quella che viene definita ‘autonomia strategica’. Autonomia che evoca innanzitutto una difesa comune europea, corredata da una necessaria intelligence comune, ma anche un concetto ampio di politica estera  e di sicurezza, che metta a regime l’insieme degli strumenti di proiezione esterna, diplomazia, commercio, politica di sviluppo, sociale e dell’emigrazione, in un’ottica integrata e sinergica. Autonomia che ci consenta una più efficace capacità di azione a misura dei nostri interessi e valori, nell’ambito di un’interlocuzione più attiva con gli alleati (Nato) e una presenza più incisiva nelle istituzioni multilaterali (a partire dall’Onu). E poiché la proiezione esterna è strettamente connessa al funzionamento all’interno dell’Unione, si impone una seria riflessione sull’aggiornamento dei meccanismi decisionali, ivi incluso il superamento della regola dell’unanimità, rivelatasi paralizzante alla luce delle diverse visioni dettate da collocazione geografica e peso economico degli Stati membri”.
 
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