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Il sistema politico che cambia

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 08/09/2021

Il sistema politico che cambia Il sistema politico che cambia Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera
Secondo Ernesto Galli della Loggia, Mario Draghi si sta trasformando di fatto in una sorta di De Gaulle italiano. Nell’uomo cioè – scrive l’editorialista del Corriere della Sera – che giunto al potere per una combinazione imprevedibile di eventi opera – difficile dire con quanta consapevole volontà di farlo – una trasformazione sostanziale del sistema politico. Una trasformazione osmotica – attraverso piccoli passi quotidiani, tutta nella prassi con cui tale sistema funziona – che però evoca inevitabilmente una trasformazione anche delle sue regole. In quale direzione precisa, attraverso quali strumenti e con quali conseguenze sulla vita pubblica del Paese e sui suoi meccanismi di governo, ancora non lo sappiamo. Ma il fenomeno e le sue linee di tendenza sono evidenti a chiunque abbia occhi per vedere. Draghi sta dando vita ad una sorta di semipresidenzialismo sui generis, che arieggia per l’appunto quello della V Repubblica gollista, nel quale (salvo il caso raro della cosiddetta «coabitazione») il mandato di governo è di fatto staccato dalla effettiva volontà dei partiti che compongono la maggioranza parlamentare. Sia chiaro: egli non governa senza o contro tale maggioranza, ma tale maggioranza è come implicitamente presupposta, in un certo senso data per scontata dagli stessi partiti che la compongono, i quali accettano volontariamente l’ininfluenza del loro eventuale dissenso. Il governo resta nominalmente un governo parlamentare ma gli attori parlamentari, cioè i partiti, abdicano di fatto alla loro sovranità decretando in tal modo la loro tendenziale irrilevanza. Assistiamo così, in nuce, ad un oggettivo cambiamento di regime, con la fine della lunga storia della partitocrazia italiana.
 
Tito Boeri e Roberto Perotti, la Repubblica
Su Repubblica, Tito Boeri e Roberto Perotti difendono il reddito di cittadinanza sfatando – così dicono – il mito del “divano di cittadinanza”, ovvero la tesi molto popolare secondo cui le imprese faticherebbero a trovare i lavoratori di cui hanno bisogno perché questi se ne stanno comodamente sdraiati su di un divano con in tasca il Reddito di Cittadinanza. Ma non uno degli estensori di questa teoria – osservano i due economisti – si è preoccupato di raccogliere un dato per corroborare la sua tesi. A nessuno è venuto in mente di guardare i dati disponibili (a partire dall’ultimo Rapporto Annuale dell’Inps) su chi sono i percettori del Reddito di cittadinanza. Se lo avessero fatto, si sarebbero resi conto che solo un terzo di questi è in grado di lavorare e ha sottoscritto un Patto per il Lavoro e che, fra questi, una percentuale rilevante deve comunque ricevere formazione prima di essere collocabile. I dati sulle assunzioni di lavoratori stagionali mostrano anche che sono fortemente aumentate rispetto al 2019, mentre mancano i cuochi nella ristorazione e qualifiche intermedie nel commercio che ben difficilmente si trovano fra i percettori del Reddito di cittadinanza. Semmai si lamentano carenze di stagionali in agricoltura dovute alla mancanza di manodopera immigrata, che non può ricevere il Reddito di cittadinanza perché non soddisfa il requisito di 10 anni di residenza continuativa previsto dalla legge. Se i teorici del “divano di cittadinanza” avessero guardato le serie Istat sui posti vacanti si sarebbero accorti anche che non c’è stata alcuna impennata dopo l’introduzione di questo strumento e che siamo tuttora al di sotto dei livelli del 2019. Dunque, la conclusione di Boeri e Perotti è che l’Italia ha bisogno di uno strumento universale di contrasto alla povertà, che oggi hanno tutti i paesi della Ue. Deve sicuramente migliorare quello esistente, ma non deve abolirlo.
 
Donatella Di Cesare, La Stampa
Donatella Di Cesare sulla Stampa si occupa della battaglia reazionaria dei no pass. Basterebbero già gli slogan complottistici, le insinuazioni negazionistiche e soprattutto le parole apertamente antisemite – osserva – per far capire quale siano impronta e inclinazione del movimento contro il pass sanitario. Non è certo un caso che le proteste di piazza vengano presidiate e manipolate da losche figure dell’estrema destra. Che si tratti di gruppi sparuti, come nelle ultime manifestazioni, non deve trarre in inganno: il movimento contro il pass, erede diretto di quello anti-mask e antivax, è in crescita dall’inizio della pandemia e non va sottovalutato. Basta fare un giro nel web per imbattersi in stelle gialle, assurte oscenamente a emblema di discriminazione di chi non ha voluto ancora vaccinarsi, o per incontrare il termine Pass scritto con le due SS che evocano il nazismo. D’altronde si sono già visti i cartelli “no nazi pass”. C’è chi crede di difendere la propria libertà opponendosi alla certificazione verde e nel farlo invoca addirittura i valori della Resistenza. Proprio perché viviamo in un’epoca di grandi mistificazioni è bene essere chiari. La battaglia contro il Green Pass è una battaglia reazionaria, una battaglia di destra (se non di estrema destra). E lo è sotto un profilo filosofico, politico, etico. Non ha assolutamente nulla di emancipatorio – non è una lotta di liberazione. In tal senso dispiace che voci filosofiche, un tempo punto di riferimento della sinistra critica, abbiano finito per dare la stura ai covidscettici e che storici come Alessandro Barbero abbiano firmato l’appello contro il Green Pass. La battaglia contro il Green Pass è torbida. Molti convinti no-pass sostengono di non essere no-vax. Il terreno, però, è sdrucciolevole: le loro argomentazioni insinuano subito dubbi sul vaccino e di qui si passa presto a mettere in dubbio la pandemia.
 
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