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La difesa che serve all'Europa

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 07/09/2021

In edicola In edicola Angelo Panebianco, Corriere della Sera
“L’ Europa ha infine scoperto che può contare sempre meno sull’America e che deve cominciare a pensare da sola alla propria sicurezza”. Lo scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera a proposito della difesa che serve all’Europa: “Fino ad oggi – sottolinea - è sempre mancata negli Stati dell’Unione, al di là di alcuni tentativi fatti senza convinzione e di scarso successo, la volontà di creare una vera difesa militare comune. Possiamo dire, in generale, che le unificazioni militari (mettere insieme gli eserciti sotto un comando unificato) avvengono, per lo più, solo in presenza di gravissime minacce: quando è in gioco la sopravvivenza di tutti a causa di un’imminente invasione o aggressione. Non è, ovviamente, il caso europeo di oggi. Oggi la situazione non è molto diversa. Nemmeno in questa fase storica le principali sfide alla sicurezza dell’Europa sembrano richiedere una difesa militare comune. Si pensi al terrorismo. La sua minaccia incombe, rafforzata dalla vittoria talebana in Afghanistan. Ma il terrorismo può essere contrastato con azioni di polizia dei singoli Stati e con il coordinamento delle attività di intelligence, non necessita di un esercito europeo, di una difesa militare comune. C’è poi la pressione delle potenze autoritarie come la Russia. Ma essa, in questa fase storica, non si manifesta tramite minacce militari, è una pressione che si esercita con mezzi più subdoli, politici. Oppure si prenda il caso della Turchia. Combina una doppia caratteristica: fa parte della Nato ma è anche ormai ostile all’Occidente. In altri tempi avremmo chiesto agli Stati Uniti di sbrogliare la matassa turca. Ma ora è evidente che si tratta soprattutto di un problema nostro. Non solo una difesa comune potrebbe consentire all’Europa di intervenire con scopi di pacificazione e di. Oltre a ciò, passi decisivi in quella direzione dimostrerebbero che i Paesi europei non sono più disposti a fronteggiare i pericoli in ordine sparso, come hanno fatto per secoli, all’insegna del ciascuno per sé. Se la sicurezza europea diventasse ciò che non è mai stata, ossia un «bene collettivo» (a beneficio di tutti gli europei) ci sarebbero ricadute positive anche in quegli ambiti in cui la minaccia, della Russia o della Turchia, è politica, e non militare, e la cui efficacia dipende dal fatto che sfrutta le divisioni europee”.
 
Marta Dassù, la Repubblica
Anche la Repubblica con Marta Dassù si sofferma sulla questione della difesa unica europea sottolineandone criticità e contraddizioni: “Batte di nuovo, dopo Kabul, “l’ora dell’Europa”. Questa frase, poco fortunata – scrive - fu utilizzata dal ministro lussemburghese Jacques Poos nel 1991, di fronte ai conflitti balcanici. Salvo che gli europei dovettero aspettare gli Stati Uniti per gestire la Bosnia (Accordi di Dayton) e intervenire in Kosovo. In Libia, nel 2011, la Francia decise che l’Europa doveva agire; ma ebbe bisogno dell’appoggio militare di Barack Obama. Oggi, dopo il disastroso ritiro dall’Afghanistan, Josep Borrell, Alto Rappresentante della politica estera europea, annuncia che ecco, finalmente ci siamo: la difesa europea, con una forza di reazione rapida di 5.000 soldati, è nell’ordine naturale delle cose. Siamo di nuovo, 30 anni dopo, all’ora dell’Europa. Un’ora lunghissima, a dire la verità. Gli americani lo chiedono da anni; e ci dicono da almeno tre presidenze che vogliono concentrarsi sull’Asia orientale. Ciò significa che l’Europa dovrà assumersi responsabilità più dirette nella gestione delle crisi ai propri confini. Avendo, cosa che per ora non ha, le capacità militari e la volontà politica di farlo. L’obiettivo di costruire una difesa europea è più che ragionevole, quindi; è necessario. Sono le motivazioni, i modi e l’approssimazione con cui viene enunciato che fanno cascare le braccia. Anzitutto, l’ora dell’Europa è annunciata in modo convinto solo quando l’America delude o spaventa. E quindi va e viene.  Ammettendo che le motivazioni diventino quelle giuste – la difesa dei nostri valori e interessi, non l’interesse generico a prendere le distanze, a giorni alterni, dall’America – contano i modi. E il modo che sta emergendo è come minimo approssimativo. La difesa europea non è uno slogan. Va finalmente presa sul serio. E non abbiamo più alibi. L’ostacolo è dentro di noi: sono le divisioni in politica estera; è l’abitudine ormai patologica a delegare la nostra sicurezza; è la riluttanza a investire nello strumento militare pensando che basti la potenza civile. Non basta: se la dura lezione afghana deve servire, meglio smettere di parlare di “ora dell’Europa” e prendere atto che siamo in ritardo di vari decenni”.
 
Chiara Saraceno, La Stampa
In vista dell’imminente apertura dell’anno scolastico Chiara Saraceno sulla Stampa traccia un impietoso quadro dell’impreparazione ‘filosofica’ della scuola allo scenario creato dalla pandemia: ““La scuola è davvero preparata a riaccogliere docenti, studenti, personale tecnico, ad affrontare per il terzo anno le esigenze, e le incognite, di una pandemia ancora non vinta e le aspettative e i bisogni di studenti che vengono da due anni in cui hanno fatto scuola spesso in modo irregolare e discontinuo, comunque in molti casi per lo più a distanza? E’ lecito avere qualche dubbio. Tutta l’attenzione si è concentrata sulle, importantissime, vaccinazioni, lasciando ai margini tutto il resto. Ma il silenzio e la disattenzione non riguardano solo le questioni logistiche. Riguardano anche il tipo di scuola, i modelli di didattica e apprendimento con cui ci si avvia al nuovo anno scolastico. Qui sembra che nulla sia avvenuto, che questi due anni siano semplicemente da lasciare alle spalle, ricominciando da dove, un anno e mezzo fa, la pandemia ha imposto una frattura. Come se gli studenti che in questi giorni entrano nelle aule non avessero nel loro bagaglio di esperienza quanto è avvenuto, a scuola ma non solo. E come se, quanto di positivo e negativo sul modo di fare didattica e favorire gli apprendimenti non fosse rilevante ai fini del modo di fare scuola “normale”. Gli studenti e le studentesse che in questi giorni iniziano il primo anno della scuola secondaria di secondo grado, ad esempio, vengono da due anni in cui sono stati pochissimo in aula. Quindi non hanno maturato, non solo i ritmi della scuola in presenza, ma anche le modalità di interazione tra pari e con gli/le insegnanti propri delle relazioni faccia a faccia in contesti formali e di negoziazione dei confini e distinzioni tra scuola e casa. Comunque tutti/e, specie nella scuola secondaria di primo e secondo grado, hanno sperimentato modalità di studio e apprendimento in parte differenti. E molti hanno accumulato deficit di apprendimento e prima ancora di capacità e motivazione ad apprendere in una misura tale da far parlare di ‘dispersione implicita’, che si aggiunge a quella, già elevatissima in Italia, esplicita. Si tratta, infatti, di studenti e studentesse che non hanno formalmente abbandonato la scuola, ma in qualche modo si sono “scollegati”, perché i loro apprendimenti non consentono loro di stare al passo, innescando un circolo vizioso di perdita di motivazione e interesse”.
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