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Davvero tutto è possibile?

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 05/09/2021

In edicola In edicola Ferruccio de Bortoli, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli esamina il clima di ritrovata fiducia dell’economia e pone dei dubbi sul fatto che tutto sia possibile. “Mentre una parte del Paese soffre un impoverimento drammatico – scrive - ve n’è un’altra che sta decisamente meglio. E tende, purtroppo, a dimenticarsi di quella che sta peggio. I mercati finanziari sono ai massimi. L’industria manifatturiera italiana non è mai andata così bene. Abbiamo bisogno, mai come oggi, di fiducia e speranza che sono beni non quotati su alcun mercato. Dipendono dalla qualità e soprattutto dalla serietà di ciò che facciamo. A tutti i livelli. Non abbiamo bisogno però di coltivare facili illusioni e credere di essere quello che non siamo. E soprattutto dobbiamo guardarci dalla tentazione del «tutto è possibile». La sostenibile leggerezza del debito, di cui si parla poco, incoraggia progetti e persino sogni. Non abbiamo sentito nessuno, in questo drammatico tornante della vita del Paese, dire con onestà che qualcosa non è fattibile perché «non ce lo possiamo permettere». Se tutto è possibile (spese e sussidi, ammortizzatori, ovvero redistribuzione) ciò che è assolutamente necessario (investimenti che creano reddito e lavoro) riceverà meno attenzioni e risorse. Curioso che nel dibattito sul Piano nazionale di ripresa e resilienza si insista spesso nel sottolineare quello che non c’è, anziché interrogarci su come realizzare per tempo quello che c’è. E che senza 48 riforme da approvare entro il 2026 non ci sarà mai. Il senso dell’urgenza è scomparso, come se il Pnrr fosse già stato realizzato. «Lo sviluppo lo fanno le persone — ha detto ieri il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi — con le loro competenze». Vero. In questi anni ci siamo dimenticati che il capitale umano non si forma magicamente come un’emissione di titoli di Stato. Non lo si crea stampando moneta, né lo si prende a debito. Abbiamo imparato veramente la lezione?”.
 
Stefano Cappellini, la Repubblica
Su Repubblica, Stefano Cappellini prende a prestito le parole del capo dello Stato per perorare la causa dell’obbligo vaccinale. “L’ unica didattica a distanza che ha funzionato in questi anni – scrive - è quella di Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica ha dovuto spesso svolgere, talvolta suo malgrado, una funzione educativa e maieutica verso la politica, o almeno una sua parte. Anche ieri Mattarella ha scelto di intervenire per ribadire che vaccinarsi è un dovere e chi lo trasgredisce non esercita una libertà, casomai attenta a quella altrui. Una ripetizione per chi è rimasto indietro nell’apprendimento di un concetto che dovrebbe essere patrimonio condiviso di una collettività, quantomeno delle forze che la rappresentano in Parlamento e che hanno tra le altre cose la responsabilità di orientare l’opinione pubblica. Ma in Italia non è così e Mattarella deve appunto farsi carico di prendere per mano i più riottosi e i più lenti. Il Green Pass ora è un punto fermo e si discute su come estenderlo. Ancora poche settimane fa è stato necessario strattonare alcuni leader – indovinate chi – persino per mettere un freno alle dichiarazioni che chiedevano di limitare la campagna vaccinale agli over 50 e tana libera tutti per gli altri. Ma è bastato che il presidente del Consiglio Mario Draghi annunciasse l’intenzione del governo di andare verso l’obbligo vaccinale e subito è ripartito il gioco dei no e dei distinguo, le premesse, i ben altro. È chiaro che l’intervento di Mattarella spinge in quella direzione. Naturalmente il messaggio del Colle vuole parlare direttamente anche ai cittadini, affinché non si lascino distrarre dal rumore di fondo della polemica e non dimentichino che siamo attesi da un autunno non facile, il virus non è sconfitto, le scuole stanno per riaprire in presenza, milioni di lavoratori sono pronti a tornare in ufficio, le conseguenze di una eventuale ripresa della pandemia restano ancora pericolosissime. Didattica a distanza, quella buona”.
 
Gabriele Canè, il Giorno
Per una ripresa servono regole certe, poche, ed efficaci. Lo scrive Gabriele Canè sul Giorno: “Diciamo subito che non è semplice. Aggiungiamo che nel mondo non si trovano modelli virtuosi a cui ispirarsi. Eppure, questo cerchio inedito andrà in qualche modo quadrato. E pure in fretta. Crescita, lavoro, sicurezza: mettiamoli nell’ordine che si vuole, ma è attorno a questi tre fattori che si gioca il presente e il futuro dell’Italia. La crescita c’è: più 5,8 nell’ultimo trimestre. Se c’è crescita – sottolinea - ci sono investimenti, lavoro. L’ottimismo, insomma, è di rigore: per una volta possiamo essere la locomotiva d’Europa. Ma come? Perché al lavoro bisogna andarci, e starci. E bisogna farlo in sicurezza per se’ e per gli altri. E’ il motivo per cui il personale sanitario e scolastico non vaccinato è a casa senza stipendio. E gli altri? In questi giorni se ne discute, con qualche ritardo, e il tema è complesso. Per le mense, lo sappiamo, ci vuole il Green pass. Dunque, chi entra nelle aziende con mensa, più o meno è obbligato ad avere il certificato verde. Ma nelle altre no. Nei locali pubblici, poi, il cliente deve mostrare il «qr», ma chi ci lavora e glielo chiede non ha obblighi. Poi c’è lo smart working. Una giungla. Chi controlla? Il computer chi lo paga? La connessione? Gli uffici si sono svuotati, quelli pubblici forse più degli altri. Spesso è più facile prenotare un intervento a cuore aperto che un appuntamento per una carta di identità. Il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta rassicura: la burocrazia serve al funzionamento del Paese, e gli impiegati devono tornare in ufficio: smart al massimo al 15%. Una asticella accettabile per pubblico e privato. Quello che non potremmo accettare è che si vada avanti come si è fatto (per necessità) fino ad ora: con disposizioni a macchia di leopardo, per settori, per zone. Fermo restando che il migliore alleato di lavoro, sicurezza e ripresa è il vaccino, occorrono regole certe, rigorose, omogenee, e applicabili. Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, preferisce l’obbligo al Green pass. Una opinione, forse uno scaricabarile. Sapendo comunque che la peggiore limitazione alla nostra libertà, è quella di ammalarsi. Ancora di più sul posto di lavoro”.
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