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Le toghe e la doppia verità

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 30/07/2021

In edicola In edicola Paolo Mieli, Corriere della Sera
“Colpisce che il cento per cento dei magistrati che si sono fin qui pronunciati sulla riforma Cartabia abbiano espresso dissenso”. Lo scrive Paolo Mieli sul Corriere della Sera che, con la sua proverbiale arguzia, argomenta possibili spiegazioni: “A questo punto – scrive - si pone una domanda: cosa ha reso possibile questa unanimità delle toghe contro Mario Draghi e Marta Cartabia? La risposta può essere di due tipi. La prima – con maggiori probabilità di esser vicina al vero –è che il precedente accordo raggiunto dalla ministra avesse un carattere eccessivamente compromissorio; che lei e i saggi che l’hanno affiancata non si rendessero conto dello spropositato numero di mafiosi, terroristi e malfattori di ogni specie che grazie al loro provvedimento (nella prima versione) avrebbero riacquistato libertà; e che l’intero Consiglio dei ministri avesse concesso luce verde a questo piano nell’intima (e cinica) certezza che qualcun altro l’avrebbe rimesso in discussione. Fosse vero, dovremmo ringraziare quei parlamentari del M5S che con rapidità, resisi conto dei rischi, hanno ottenuto il nuovo compromesso che impedirà a mafiosi, terroristi e delinquenti d’ogni risma di uscire di prigione. L’altra ipotesi di spiegazione – assai meno plausibile della precedente, anzi, ammettiamolo, quasi inverosimile – è che la magistratura italiana sia ormai divenuta un corpo malato. Un insieme in cui uomini e donne si lasciano rappresentare da avanguardie impegnate a combattersi le une contro le altre a colpi di dossier. Se la magistratura italiana fosse precipitata in questo abisso – cosa che non crediamo, anche se qualche rischio lo si può intravedere in lontananza – allora le prese di posizione di alcune toghe contro Draghi e la Cartabia andrebbero interpretate come un accorto posizionamento in vista di un cataclisma prossimo venturo. Una scossa tellurica nel corso della quale potrebbero venire alla luce le malefatte di molti, talché alcuni togati avrebbero ritenuto conveniente assumere la postura di indomiti alfieri della legalità capaci di mettere con le spalle al muro l’ex Presidente della Corte costituzionale. Tali posture potrebbero valere, nell’immediato, per promozioni che verranno fatte con gli stessi criteri adottati in passato. Ma ora che il governo è stato in grado di giungere ad un secondo compromesso ci aspettiamo che i magistrati ne prendano atto e festeggino lo scampato pericolo. E che siano unanimi anche in questi festeggiamenti”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
“Il tentativo dei Cinque Stelle di affossare la riforma della giustizia prima ancora che arrivasse in Parlamento non è riuscito. Allo stesso modo si è infranta la speranza di modificare il testo fino a cambiarne il senso attraverso la valanga degli emendamenti”. Stefano Folli su Repubblica analizza così l’esito politico dello scontro sulla giustizia: “Non si può certo dire che i Cinque Stelle abbiano vinto: nemmeno le esigenze mediatiche possono indurre i vertici del movimento a sostenere una simile tesi. Tuttavia Conte e i suoi, come si dice in questi casi, hanno in qualche misura salvato la faccia. Poteva essere una disfatta, è stata solo una sconfitta resa meno cocente dal lungo braccio di ferro: in parte autentico, in parte a uso dei militanti costernati e dei gruppi parlamentari perplessi. Alla fine il castello retorico costruito dall’ala oltranzista su presupposti fantasiosi — vale a dire che bastava tener duro per piegare Draghi — è crollato. In realtà la minaccia di uscire dal governo non è mai stata credibile. Non lo avrebbe permesso Grillo, l’altro uomo della diarchia; non lo avrebbe mai voluto Di Maio. Conte ha fatto del suo meglio per tenere insieme il M5S sapendo peraltro che il sentiero era già tracciato, a meno di non procedere a un suicidio politico di massa. È vero che finisce un equivoco: l’idea che Conte fosse l’uomo adatto per interpretare una linea politica bizantina, un piede nel governo e uno fuori; appoggiare il presidente del Consiglio e al tempo stesso insultarlo. Ma ieri è stata vinta una battaglia cruciale, dal momento che la riforma della giustizia non è essenziale solo per ottenere i fondi del Pnrr. In verità è fondamentale per migliorare la convivenza civile e restituire al cittadino fiducia nell’efficienza della magistratura. Quanto ai partiti, i Cinque Stelle dovranno decidere se Conte è il loro capo, pur senza considerarlo il demiurgo che risolve le infinite contraddizioni del mondo “grillino”. Lo stesso Conte dovrà dimostrare lealtà verso il governo e gli accordi sottoscritti, quali che siano le pressioni a cui verrà sottoposto. E il Pd dovrà decidere se valuta ancora i 5S degli alleati affidabili”.
 
Giorgio Agamben, La Stampa
“Quello che più colpisce nelle discussioni sul green pass e sul vaccino è che, come avviene quando un paese scivola senza accorgersene nella paura e nell’intolleranza - e indubbiamente questo sta avvenendo oggi in Italia - è che le ragioni percepite come contrarie non solo non sono in alcun modo prese seriamente in esame, ma vengono rifiutate sbrigativamente, quando non diventano puramente e semplicemente oggetto di sarcasmi e di insulti”. Lo scrive Giorgio Agamben sulla Stampa proseguendo nel dibattito giuridico-filosofico sul green pass: “Si direbbe – fa osservare -che il vaccino sia diventato un simbolo religioso, che, come ogni credo, funge da spartiacque fra gli amici e i nemici, i salvati e i dannati. Come può pretendersi scientifica e non religiosa una tesi che rinuncia allo scrutinio delle tesi divergenti? Per questo è importante innanzitutto chiarire che il problema per me non è il vaccino, così come nei miei precedenti interventi in questione non era la pandemia, ma l’uso politico che ne viene fatto, cioè il modo in cui fin dall’inizio essi sono stati governati. Com’ è possibile che non ci si renda conto che un paese che è ormai da quasi due anni in stato di eccezione e in cui decisioni che comprimono gravemente le libertà individuali vengono prese per decreto non è più di fatto una democrazia? Com’è possibile che la concentrazione esclusiva sui contagi e sulla salute impedisca di percepire la Grande Trasformazione che si sta compiendo nella sfera politica, nella quale, com’ è avvenuto col fascismo, un cambiamento radicale può prodursi di fatto senza bisogno di alterare il testo della Costituzione? E non dovrebbe dare da pensare il fatto che ai provvedimenti eccezionali e alle misure di volta in volta introdotte non viene assegnata una scadenza definitiva, ma che essi vengono incessantemente rinnovati, quasi a confermare che, come i governi non si stancano di ripetere, nulla sarà più come prima e che certe libertà e certe strutture basilari della vita sociale a cui eravamo abituati sono annullate sine die? E’ in questo contesto che si deve porre il problema politico del green pass, senza confonderlo col problema medico del vaccino. Il problema non è, infatti, soltanto quello, pure gravissimo, della discriminazione di una classe di cittadini di serie B: è anche quello, che sta certamente più a cuore dell’altro ai governi, del controllo capillare e illimitato che esso permette sui titolari stoltamente fieri della loro ‘tessera verde’. Com’è possibile - chiediamo ancora una volta - che essi non si rendano conto che, obbligati a mostrare il loro passaporto persino quando vanno al cinema o al ristorante, saranno controllati in ogni loro movimento?”.
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