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Altro parere

Ora è il momento di una Costituente

Redazione InPiù 27/07/2021

Altro parere Altro parere Augusto Minzolini, il Giornale
Per uscire dal pantano politico l’unica via è una Costituente. Lo scrive Augusto Minzolini sul Giornale: “Se si prendessero sul serio le polemiche che a cadenza quotidiana dividono la maggioranza extra-large di Mario Draghi, saremmo indotti a prevedere una crisi di governo ogni 15 giorni o a registrare un’impasse totale. Poi, sia pure faticosamente, l’azione dell’esecutivo va avanti sulle gambe dell’autorevolezza del Premier, della sua popolarità, del rapporto con l’Europa e della paura del voto. Ma cosa avverrà quando Draghi non sarà più a Palazzo Chigi? La questione – secondo Minzolini - va posta per tempo perché i partiti potrebbero essere tentati di spedirlo al Quirinale per avere più voce in capitolo; o, ancora, è difficile immaginare che l’ex Governatore possa restare in sella dopo il 2023, perché l’alleanza che vincerà le prossime elezioni rivendicherà quel ruolo e, anche nel caso decidesse di mantenerlo nella stanza dei bottoni per calcolo politico, Draghi sarebbe sicuramente meno libero. La verità è che il Paese nelle attuali condizioni, è impossibile da governare: lo testimoniano decenni di Storia repubblicana, come pure le confessioni d’impotenza a cui si sono lasciati andare tutti i Premier dopo la permanenza a Palazzo Chigi. E la situazione nel tempo è peggiorata. Ecco perché quella riforma istituzionale più volte tentata e mai varata, è diventata una priorità. L’unica ciambella di salvataggio di un sistema morente. E l’idea che si ascolta nei tramestii della politica, di un’assemblea costituente che riformi la Carta, sul modello dell’organismo che subito dopo la guerra disegnò la Repubblica, ha un senso. Anzi, è auspicabile. Si tratterebbe di un organismo composto da un centinaio di membri eletti con il sistema proporzionale nelle prossime elezioni politiche insieme alle due Camere, quindi il più possibile rappresentativo del Paese. Un’assemblea a cui il Senato e la Camera di oggi, con apposita legge, conferirebbero il mandato e il potere di riformare la Costituzione. E la classe politica, se vuole sopravvivere, deve dimostrare di non essere impotente ma di essere, con o senza Draghi, all’altezza della crisi”.
 
Giorgio Ferrari, Avvenire
“Quello tunisino è un quasi-golpe. E al tempo stesso una miccia accesa”. Ne parla Giorgio Ferrari che, su Avvenire, fa una fotografia quanto mai attuale della situazione: “Sono passati più di dieci anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini che aveva dato vita a una contagiosa ‘primavera araba’. Una fiamma di speranza che dilagò dal Maghreb alla Mesopotamia, rapidamente mutatasi, in Libia, in Egitto, in Siria, nello Yemen, nel cupo incendio che aveva fatto cadere rais e dittatori come Gheddafi, Mubarak, Saleh senza che però che una vera democrazia sbocciasse, confermando come quel regime change vagheggiato e perseguito dall’Occidente fosse una pia illusione. Solo la Tunisia aveva sorpreso per la rapidità con cui congedando l’estenuato Ben Ali aveva imboccato – grazie anche alla secolare influenza culturale francese – la strada della Repubblica costituzionale semipresidenziale. Se non una democrazia compiuta – spiega - quella tunisina appariva un faro nel deserto del diritto che dal Nord Africa arriva sino all’Iran. Ora però che il presidente Kais Saied ha sospeso il Parlamento, rimosso il premier Hichem Mechichi, sfilato provocatoriamente sull’avenue Bourguiba, circondato la sede dell’Assemblea con i mezzi blindati e schierato l’Esercito «a difesa della Costituzione», lo scontro frontale fra i laici che sostengono il presidente e gli islamisti della Fratellanza Musulmana che appoggiano Ennahda ha trasformato quello finora era un dibattito politico infuocato, reso ancor più rovente dalla precaria situazione economica e dalla devastazione sociale provocata dal Covid, nell’anticamera – appunto – di un colpo di Stato. E qui si è obbligati a volgere lo sguardo alla Libia, la cui contiguità fisica con la Tunisia apre la non troppo fantasiosa possibilità che l’incendio possa estendersi e propagarsi in qualche modo nel già dilaniato Paese confinante, col quale condivide pure l’irrisolto dramma dei profughi e migranti. La Libia stenta a uscire dal caos dopo dieci anni di guerra civile e una frattura fra Tripolitania e Cirenaica che pare insanabile nonostante le buone intenzioni dell’Onu e l’opera discreta e incessante dell’Italia perché le fazioni si avvicinino e accettino – come stanno tentando di fare – di recarsi alle urne il 24 dicembre prossimo per eleggere un presidente e un Parlamento. La memoria corre all’ Egitto, all’indomani della rimozione di Mohammed Morsi, quando le dimostrazioni di piazza poi sfociate in un tragico tiro al bersaglio da parte dell’Esercito aprirono la strada all’ascesa di al-Sisi. Per ora quello di Tunisi è – come detto – un quasi-golpe. Ma il passo dalla tensione al caos in questi casi, si sa, è assai breve”.
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