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Minoranze e consensi della Lega

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 27/07/2021

In edicola In edicola Dario Di Vico, Corriere della Sera
“Osservando gli avvenimenti degli ultimi giorni legati alle mobilitazioni no vax colpisce l’ostinazione della Lega, e soprattutto del suo leader Matteo Salvini, nel coltivare il consenso di minoranze sicuramente agguerrite ma residuali ai fini dell’esito della transizione politica italiana”. Lo scrive Dario Di Vico sul Corriere della Sera in un’analisi politica sulla leadership salviniana: “Era avvenuto già con i no euro, sta accadendo grosso modo la stessa cosa con gli attivisti refrattari alla vaccinazione. È come se in contraddizione con la dichiarata volontà di conquistare un giorno Palazzo Chigi, il leader leghista coltivasse nel suo foro interiore una vocazione minoritaria. Del resto anche quando è stato ministro (degli Interni) Salvini ha interpretato il ruolo nella chiave del No: agli sbarchi, alle Ong e alla solidarietà internazionale. Ma paradossalmente – osserva - la politica delle bandierine, come viene definita oggi la vocazione minoritaria, si attaglia alla Lega meno che agli altri partiti. La Lega, che pure è riuscita in questi anni in un capolavoro politico diventando il primo partito tra gli operai e abbina queste simpatie con quelle che riscuote tradizionalmente tra i piccoli imprenditori e le partite Iva, non pare essere interessata ad esercitare una rappresentanza pro-attiva di questi interessi. Preferisce ospitare il rancore dei no vax. Così come non è interessata a riunire i suoi governatori del Nord per elaborare linee di orientamento comuni sui temi (infrastrutture e logistica) che riguardano la grande Regione della A4 e i suoi collegamenti con l’economia renana. Ma in queste ricognizioni più che guardare alle formazioni-cespuglio da mettere assieme o alle mosse di Luigi Brugnaro e Giovanni Toti converrà far conto sulla grande solidità mostrata nella difficile stagione della pandemia da quelli che si sono confermati i due «pavimenti» della società italiana, la comunità dell’impresa/lavoro e le famiglie. Dalle scelte elettorali di questi due grandi aggregati dipende la possibilità di stabilizzare la scena politica italiana, almeno per il tempo necessario per indirizzare a buon fine le politiche europee di sostegno”.
 
Chiara Saraceno, la Repubblica
“Sul modo in cui aprirà e funzionerà la scuola da settembre in poi non è più tempo di auspici e di buone intenzioni, tanto meno da parte del ministro dell’Istruzione e del governo nel suo insieme”. Chiara Saraceno su Repubblica punta il dito su ritardi e buone intenzioni nel settore più delicato: quello della scuola: “Occorre assumere la prospettiva per cui, qualunque sia il livello di diffusione del contagio, non c’è alternativa a una scuola in presenza, in sicurezza e attrezzata per colmare i deficit — cognitivi, di motivazione, relazionali, emotivi — che hanno un’origine più lontana della pandemia e della Dad, ma che questa ha fatto esplodere, allargando disuguaglianze che già prima avrebbero richiesto di essere affrontate. La richiesta che sia assicurata la scuola in presenza, dal nido alle scuole secondarie di secondo grado - sottolinea Saraceno - non equivale ad una richiesta di ritorno alla normalità pre-pandemica, se questa voleva dire classi troppo numerose, classi ghetto, scarsa attenzione per i meccanismi di cristallizzazione delle disuguaglianze e di scoraggiamento delle e degli alunni più vulnerabili. Vanno sì innanzitutto messe in atto tutte le iniziative necessarie per mettere la scuola in sicurezza dal punto di vista del contagio, cercando gli spazi e assumendo il personale necessari per avere classi più piccole non solo per i primi tre mesi, ma in un’ottica di medio periodo. Va affrontata la questione dei trasporti e degli orari, Comune per Comune e scuola per scuola, sentendo tutti i soggetti coinvolti e responsabili. Da questo punto di vista è sconcertante che, a due anni dall’inizio della pandemia e dai problemi che ha creato per la scuola, ci si avvii al terzo anno scolastico ancora più impreparati dello scorso anno. Non si sente parlare né di accordi per i trasporti né di spazi da recuperare per alleggerire e distanziare le classi. Si punta tutto sulle vaccinazioni di docenti e studenti. Ma non basta tornare a scuola in sicurezza. Occorre cogliere l’occasione della necessaria riorganizzazione, e delle alleanze e collaborazioni che richiede, per mettere a punto soluzioni non puramente emergenziali e temporanee ai problemi strutturali della scuola. Solo in questo modo sarà credibile l’affermazione del ministro e del presidente del Consiglio secondo cui la scuola è al centro delle loro preoccupazioni perché è in essa che si gioca in buona parte il destino del Paese”.
 
Carlo Petrini, La Stampa
“La trasformazione di tutto il sistema alimentare è un’esigenza indilazionabile”. Ne parla Carlo Petrini sulla Stampa a proposito di alimentazione e diritti umani: “Questa è la premessa – scrive - con cui è iniziato ieri a Roma il pre vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari. Un cambiamento che esige riflessioni e mutamenti profondi adeguati a contrastare le sfide che abbiamo dinanzi. Sfide che riguardano il sistema ambientale, la vita delle nostre comunità e la salvaguardia degli ecosistemi, che allo stato attuale sono severamente compromessi. Da questo punto di vista, i sistemi alimentari giocano senz’altro un ruolo determinante. Vorrei quindi soffermarmi su tre aspetti che a mio modo di vedere non possono più essere rimandati e che hanno bisogno di trovare spazio all’interno dell’agenda del vertice. Il primo è l’esigenza non di uscire dagli imperativi che ci impone un’economia, a mio modo di vedere, profondamente lesiva nei confronti della qualità dell’ambiente e dei rapporti sociali. Un’economia basata sull’egemonia della crescita, del profitto e del capitale finanziario. Affermare che debba esistere come punto di riferimento l’interesse pubblico, e con esso la priorità dei beni comuni e dei beni relazionali, è una condizione preliminare per affrontare queste sfide. Il secondo punto è la riaffermazione non solo di principio, ma di sostanza, della centralità dei titolari dei diritti umani. Nel settore alimentare si manifestano tutt’ora gravi forme di sfruttamento, addirittura paragonabili a schiavitù, che non possono essere tollerate nel Ventunesimo secolo. Una centralità che diventa fondamentale per avviare qualsiasi discussione, al punto tale che deve essere sottoscritta da tutti come impegno decisivo per la trasformazione dell’intero sistema. Per concludere, questa grande sfida si può vincere esclusivamente lasciando spazi di autonomia governativa a livello locale. Perché è proprio nelle realtà di prossimità che si gioca la capacità di incidere sul cambiamento, di rafforzare i legami che noi tutti dobbiamo stabilire con le organizzazioni di base, le realtà di volontariato e le persone che dedicano la loro vita a promuovere un sistema alimentare in armonia con la natura. A livello locale le politiche possono diventare realtà”.
 
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