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Così ostili in nome del popolo

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 26/07/2021

Così ostili in nome del popolo Così ostili in nome del popolo Angelo Panebianco, Corriere della Sera
“Apparentemente non hanno nulla in comune la volontà dei 5 Stelle di difendere l’imprescrittibilità dei procedimenti giudiziari e la campagna della destra contro l’obbligatorietà dei vaccini. Eppure, al fondo, si scopre un’identica ostilità per le condizioni che consentono a una società di essere libera”. Lo scrive sul Corriere della Sera Angelo Panebianco. “Partiamo dai campioni della «libertà dal vaccino». Persino loro dovrebbero essere in grado di capire che le persone che non si vaccinano mettono a rischio altre persone. Dunque perché tanto accanimento? Perché hanno individuato un interessante bacino elettorale in quella parte di cittadini che si è bevuta l’una o l’altra delle teorie del complotto circolanti. Chi li corteggia contribuisce a indebolire le condizioni su cui si regge una società libera, che vive anche di fiducia nella competenza di chi ne sa più di noi. Anche i campioni della presunzione di colpevolezza per chiunque risulti indagato o imputato hanno in uggia la libertà e gli equilibri su cui si regge. In una società libera la giustizia deve contemperare l’esigenza di tutelare le vittime e di salvaguardare i diritti degli accusati. I suddetti campioni, se volessero davvero tutelare le vittime, non dovrebbero calpestare i diritti di indagati e accusati. Dovrebbero chiedere processi rapidi perché è proprio la lunghezza dei procedimenti giudiziari ciò che impedisce di rispettare i diritti delle vittime. L’incomprensione di cosa sia una società libera sembra derivare da ciò che questi due gruppi hanno in comune: essi adorano la stessa divinità che chiamano «Popolo». Per assumere certe posizioni è necessaria una buona dose di disprezzo per le persone in carne ed ossa, per i singoli individui che possono essere contagiati dal no vax di passaggio o perseguitati a vita dalla macchina giudiziaria. E il disprezzo deriva probabilmente dal fatto che i suddetti gruppi pensano al popolo come se fosse un’entità reale, la quale «pensa», «desidera», «vuole»”.
 
Gabriele Canè, Quotidiano Nazionale
Sul Quotidiano Nazionale Gabriele Canè torna sulle parole pronunciate giovedì scorso dal premier Draghi (“L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire”) per parlare “dell’incoscienza che si è diffusa in materia”, quella “che sabato ha riempito le piazze, ma che soprattutto non riempie i centri vaccinali”. Secondo Canè sono “troppi per essere tutti granitici no-vax. Allora bisogna ragionare, distinguere. Partendo da un presupposto: il rifiuto ideologico c’è, ma è minoritario. Il riconoscimento è molto facile: i no vax dicono che questo non è un vaccino; che il virus è roba che potrebbe essere curata anche a casa senza problemi; che sono falsi i dati che circolano; che è tutto un imbroglio di Big Pharma. Intendiamoci. Siamo in un campo in cui il dubbio e il timore sono legittimi fino al punto in cui la realtà ci racconta una cosa molto semplice: di Covid si muore in massa, di vaccino può succedere in rarissimi casi. Bene, con il no-vax che ha un convincimento ideologico radicato, non c’è niente da fare. Pazienza. Ma con gli altri sì. Perché è vero che chiedono in piazza quella libertà parziale a cui però hanno rinunciato in modo totale (e senza fiatare) durante il lockdown. Ma in realtà, come tutti noi, hanno dubbi, paure, indecisioni. A questi si può e si deve parlare per tutelare la loro salute e la nostra. Finora lo Stato lo ha fatto in modo parziale. Ora occorre un grande sforzo comunicativo delle autorità sanitarie, dei medici di famiglia, del governo, per vaccinare, ovvio, e ancora di più per rassicurare. Occorrono spot, testimonial più credibili di un post. Occorrono politici coscienti che siano con la libertà, e con la vita. Perché vaccinarsi forse è un rischio. Non farlo è molto peggio. Come insegna Draghi”.
 
Michele Ainis, Repubblica
Su Repubblica Miche Ainis parla del Green pass dal punto di vista costituzionale, tra doveri e libertà. “Qualcuno osserva che il Green Pass costituisce un requisito, non un obbligo. Altri parlano d’un obbligo indiretto. Mettiamola così: è un requisito obbligatorio. Se ne sei privo, rinunci a buona parte della tua vita sociale. Ma a sua volta l’obbligo, per essere legittimo, soggiace ad alcune condizioni, dettate dalla Carta costituzionale e dal buon senso. Primo: occorre una legge. La pretende l’articolo 32 della Costituzione, affinché una scelta così drastica venga discussa in Parlamento. E la legge dovrebbe poi riflettere un criterio di gradualità, d’applicazione progressiva e temperata, giacché ogni misura sanitaria obbligatoria si situa sul crinale fra libertà e doveri. Secondo: l’obbligo dev’essere esigibile. Può sembrare ovvio, invece non lo è. Quasi la metà degli italiani non ha ancora completato il ciclo vaccinale; e in 20 milioni non hanno ricevuto alcuna dose. Se corressero tutti insieme a vaccinarsi, la loro richiesta non potrebbe venire soddisfatta. Terzo: l’estensione del Green Pass. Dipende dalla situazione di fatto, e dipende dai diritti in gioco. Oggi c’è un allarme, non un’emergenza assoluta come un anno fa, con gli ospedali saturi e centinaia di morti al giorno. Dunque è lecito comprimere un ventaglio di diritti secondari. Non però i diritti che la Costituzione stessa dichiara «fondamentali»: è il caso del lavoro, così come della libertà di circolare su ogni mezzo di trasporto. Qui e oggi, - conclude - è stato perciò giusto lasciare fuori dal decreto la scuola, i trasporti e il lavoro”.
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