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Interviste da non perdere

Redazione InPiù 22/07/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Zan: la mia legge passa se Renzi vota con il centrosinistra
Alessandro Zan, la «sua» legge contro l’omotransfobia è finita su un binario morto? «Assolutamente no», risponde il deputato Pd, intervistato da Alessandra Arachi sul Corriere della Sera. Ma adesso è in Senato, coperta da un migliaio di emendamenti, a rischio di esistenza. L’ultima volta il ddl Zan si è salvato per un solo voto, a votazione palese... «Non mi spavento, anche alla Camera è stato un Vietnam. Anche lì ci hanno provato a presentare migliaia di emendamenti». Ma in Senato il margine di voti della maggioranza è più risicato. «Sì al Senato le maggioranze sono sempre molto più strette ma il pallottoliere dei voti ci dà ragione se Italia viva continua a votare con il centrosinistra. Così dopo l’estate la possiamo approvare». Ma Renzi, leader di Italia viva, non sembrerebbe intenzionato a votare con il Pd questo ddl. Proprio ieri ha fatto un attacco frontale... «Renzi dovrebbe ragionare». Su cosa? «Su un punto nodale come l’identità di genere ad esempio». E in che modo dovrebbe ragionare? «Capendo che l’identità di genere è una definizione giuridicamente consolidata. Serve un esempio?». Prego. «Prendiamo la legge numero 354 del 1975, ovvero il regolamento penitenziario. All’articolo 1 c’è scritto che il trattamento penitenziario vieta ogni forma di discriminazione per sesso, identità di genere, razza nazionalità. E non è l’unica legge». Quale altra? «La legge 251 del 2007 sui rifugiati: anche lì c’è la definizione dell’identità di genere. Ma posso andare avanti con le due sentenze della Corte costituzionale». Quali? «La 221 del 2015 e la 180 del 2017. Basta leggerle. Insomma è paradossale che con questi precedenti giuridici si voglia togliere la definizione di identità di genere proprio a una legge sulle discriminazioni. Se Faraone vuole togliere l’identità di genere al ddl Zan, dovrebbe toglierlo anche alle altre leggi».
 
Ostellari: intesa sul testo o faremo saltare tutto
Sul Corriere della Sera, Alessandra Arachi intervista anche Andrea Ostellari, senatore leghista e relatore del ddl Zan in commissione Giustizia del Senato. Che fine farà la legge secondo lei? «Dipende dalle disponibilità che verranno dimostrate per trovare un accordo su un testo condiviso». Accordo dice? Ma se la Lega ha presentato quasi 700 emendamenti. Non sembra un modo per invitare alla trattativa... «Non mi preoccupa il numero degli emendamenti». Che vuol dire? «Lo ha detto il segretario della Lega, Salvini, e anche il capogruppo in Senato, Romeo: se c’è disponibilità a trattare ritireremo la maggior parte degli emendamenti». Ma il capogruppo, Massimiliano Romeo, ha detto anche che alla fine della discussione generale vuole proporre il non passaggio al voto degli articoli, ovvero un intento di far morire il provvedimento». «Quella è un’attività parlamentare». Cosa intende? «Che se non si riesce a trovare un’intesa con una maggioranza per migliorare il testo Zan, la Lega mette in atto tutti gli strumenti per non far passare un testo che così come è non ci piace». Come lo vorrebbe il testo? «Lo abbiamo già detto molte volte: con la modifica degli articoli 1,4,7». Le stesse modifiche volute da Iv. Li ha letti gli emendamenti Faraone capogruppo di Iv al Senato? La convincono? «La mia proposta di intesa, che ho depositato e non solo annunciato, è una sintesi tra la proposta di Faraone e altre osservazioni di altre forze politiche. La Lega ha fatto un grande passo avanti, ora si aspettano quelli degli altri». Ovvero? «Togliere dall’articolo 1 le definizioni e lasciare le finalità e in queste specificare che si rivolge alle discriminazioni di sesso, genere, orientamento sessuale e disabilità. Togliere l’ultima parte dell’articolo 4 sulla libertà di espressione, e togliere ogni riferimento alle scuole».
 
Pisapia: non si può bocciare la riforma Cartabia della giustizia, è l’ultimo treno
Intervistato da Niccolò Zancan sulla Stampa, Giuliano Pisapia, avvocato ed eurodeputato del Pd, è favorevole alla riforma della giustizia della ministra Cartabia e si dice «allibito» per il dibattito in corso sulle misure proposte: «Immaginavo delle reazioni, ma non fino a questo punto. È un argomento su cui purtroppo non si riesce a ragionare con serenità. E siccome ho già visto in passato prese di posizione da alcune parti della magistratura che hanno bloccato vere riforme complessive, come quella del ministro Flick, mi sembra di tornare indietro negli anni. Proprio adesso che abbiamo un bisogno assoluto di andare avanti». Perché questa resistenza al cambiamento? «In passato c’è stata paura nei confronti di chi, in nome di una maggioranza e di un uso distorto del potere, faceva di tutto per bloccare le riforme. Non solo ma troppo spesso si è visto e si vede il garantismo a senso unico per se stessi, per gli amici e non per gli avversari. Ma questo è un governo che ha un ampio consenso e con personalità di altissimo livello che si impegnano per il bene comune. Forse è proprio questo che a alcuni non piace. Mi riferisco a quei pochi che anche adesso sono contro riforme urgenti e indispensabili. Ci troviamo davanti a un’occasione unica. Il testo non può essere bocciato. Siamo all’adesso o mai più». Qual è la posta in gioco? «Una giustizia celere, efficiente e garantista. Così come deve essere. Se perdiamo questa occasione, fatta con proposte serie e realizzabili, non ne avremo un’altra. Il faro è la Costituzione che parla espressamente della «ragionevole» durata dei processi». Cosa pensa della cosiddetta «improcedibilità», quando il processo d’appello non si dovesse chiudere in due anni? «È una riforma che ristabilisce equilibrio. Quella precedente, approvata con la maggioranza dei Cinque stelle, lo aveva devastato. Ora si torna a qualcosa di sano. Che tiene conto della realtà».
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