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Interviste da non perdere

Redazione InPiù 21/07/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Kyriakides: «Allarghiamo l’uso del pass vaccinale Ma ai cittadini serve più chiarezza»
«Allarghiamo l’uso del pass vaccinale. Ma ai cittadini serve più chiarezza». Lo afferma la commissaria Ue per la Salute e la sicurezza, Stella Kyriakides, intervistata da Francesca Basso per il Corriere della Sera. I contagi sono tornati a crescere. La Ue rischia una quarta ondata? «Abbiamo avuto tre mesi in cui il numero dei casi di Covid è diminuitoeora vediamo che sta tornando a crescere. Una delle ragioni è la diffusione rapida della variante Delta: gli ultimi dati diffusi lunedì dall’Ecdc (il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, ndr) mostrano che oltre il 40% dei casi identificati nell’Ue sono dovuti alla variante Delta e la previsione è che entro fine agosto sarà la variante dominante. Siamo in una situazione molto fragile e seria, per questo ho fatto appello a tutti gli Stati membri affinché aumentino le vaccinazioni, perché è il modo migliore per combattere questa variante». La Francia ha imposto il Covid pass Ue obbligatorio per accedere a ristoranti, treni, voli e altre attività. In Italia è in corso una discussione. È questa la soluzione giusta? «Ogni Paese ha una situazione epidemiologica diversa. Il certificato Covid è uno strumento europeo importante che assicura ai cittadini di riprendere il libero movimento in sicurezza nell’Ue. Se uno Stato membro decide di usare il certificato Covid in modo diverso a livello nazionale può farlo, ma la cosa fondamentale è che non sia discriminatorio. La situazione cambia molto velocemente e non ci possono essere regole provenienti da Bruxelles perché ogni Paese ha caratteristiche differenti. Ci sono reazioni contrarie non solo in Francia o in Italia ma anche in altri Stati membri. Non dobbiamo dimenticare che la popolazione è esausta da questa pandemia e incertezza. Servono prevedibilità e coordinamento». C’è molta confusione sul Covid pass. La percezione dei cittadini è che non sia così utile come sperato. «Il certificato Covid Ue è uno strumento comune molto importante. Permette ai cittadini vaccinati completamente o con un test o guariti negli ultimi sei di muoversi nell’Ue: questo è un messaggio chiaro. Poi i Paesi possono decidere a livello nazionale di avere altri strumenti o pass. Ho sempre detto però che la cosa migliore è usare il certificato Covid dell’Ue il più ampiamente possibile, ma sono necessarie informazioni chiare sulle restrizioni imposte dagli Stati membri. I cittadini devono sapere in modo prevedibile quello che possono fare con il Covid pass».
 
Benaglia (Fim Cisl): “Abbiamo reso le fabbriche sicure Ora è un errore discriminare”
“Abbiamo reso le fabbriche sicure Ora è un errore discriminare”. Lo afferma il segretario nazionale della Fim Cisl, Roberto Benaglia, intervistato da Marco Patucchi per la Repubblica. «Non è con i colpi d’imperio, calati dall’alto, che si risolvono certe cose. Lo abbiamo dimostrato in questi quasi due anni di pandemia. Molti di quei protocolli hanno fatto da guida ai decreti dell’esecutivo contro il Covid». Perché, allora, Confindustria sembra aver abbandonato la strada del dialogo con la lettera sul green pass obbligatorio per i lavoratori? «È l’iniziativa di una direttrice, dunque non mi sembra una scelta politica a tutto tondo. Comunque, la pandemia non si risolve disponendo della libertà delle persone e dividendo i lavoratori tra chi è vaccinato e chi no». Ma non è comunque necessario uno stimolo alla vaccinazione nel Paese? «Certo, però sta al governo continuare sulla strada della campagna vaccinale massiccia, su una accelerazione per raggiungere il prima possibile l’immunità di gregge. Le parti sociali, dal canto loro, devono continuare con la cultura del dialogo, con le scelte condivise. Le stesse che hanno reso le fabbriche luoghi sicuri». Non coglie un parallelo tra la questione green pass e quella dei licenziamenti? Sotto pressione la Confindustria ha condiviso scelte con governo e sindacati, poi appena l’emergenza si è allentata, è tornata a mostrare i muscoli. «In effetti non si può un giorno parlare di responsabilità d’impresa e il giorno dopo licenziare con un messaggio su Whatsapp. Anche qui torno a chiedere il dialogo, lo stesso che ci ha consentito di firmare con Confindustria l’accordo del 29 giugno sulle tutele per la fine della moratoria sui licenziamenti. In altri Paesi europei le aziende che chiudono sono obbligate a presentare piani sociali per il dopo. Ecco, la Confindustria aiuti noi e il governo a fare una riforma degli ammortizzatori sociali davvero inclusiva, dimostrando di credere davvero alla responsabilità d’impresa».
 
Bonetti: “L’ostinazione del Pd porterà al fallimento, in Senato più voci chiedono il dialogo”
“L’ostinazione del Pd porterà al fallimento: in Senato più voci chiedono il dialogo”. Lo afferma la ministra per le Pari opportunità, Elena Bonetti, intervistata da Maria Berlinguer per La Stampa. Nell’articolo in cui si parla delle condotte discriminatorie, volete sostituire le parole «fondate su sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità» con «fondati su misoginia, abilismo (la discriminazione verso i disabili), omofobia e transfobia»: questo non rischia di svuotare e di rendere meno efficace il ddl Zan? «No, anzi. I quattro emendamenti presentati dal gruppo di Italia Viva-Psi e dalle Autonomie sono volti a chiarire meglio l’obiettivo della legge e togliere dal testo gli elementi sui quali c’è stato dibattito molto ampio in Parlamento e fuori. Un dibattito che ha reso il testo così come è senza numeri per essere approvato al Senato. Italia viva vuole che il Paese si doti una legge contro l’omotransfobia. In particolare penso all’articolo 1, nel quale si condannano in modo nitido tutte quelle forme di violenza che vengono agite sulla base diomofobia, transfobia, misoginia e abilismo. In questo modo si condanna senza se e senza ma una violenza che non può avere ragione e che lede la libertà e la dignità delle persone. Il nostro obiettivo è approvare la legge ma non si può prescindere dalla realtà dei numeri». È colpa del Pd? «Noi leggiamo la realtà: finora il Partito democratico ha continuato a negare ogni forma di dialogo. La nostra posizione è sempre stata chiara, abbiamo avvertito da sempre che i nostri voti non sarebbero mancati ma che non ci sarebbero stati voti sufficienti per approvare una legge. In democrazia servono i voti e i numeri in Senato non ci sono, lo hanno dimostrato i voti della scorsa settimana. Italia viva già il 19maggio con il capogruppo Faraone aveva chiesto un tavolo per trovare convergenze, non si è voluto procedere. Siamo ancora in tempo, oggi, per trovarle. Non un compromesso al ribasso ma per portare a casa la legge. Un patto politico blindato, in modo che tutti si assumano le loro responsabilità per arrivare a un testo che torni alla Camera in temi brevi. Se c’è la volontà politica si può fare». Un patto anche con la Lega? «Certamente, con tutte le forze che vogliono sostenere una legge che protegga le persone più deboli e fragili e che oggi invece sono lasciate da sole. Si è raggiunta una trasversalità sulla necessità della tutela di diritti fondamentali e credo debba essere visto come un passo avanti importante. Certo, dopo le dichiarazioni devono seguire i fatti, la politica deve dare risposte. Una politica che si ferma su posizioni ideologiche che non risponde ai bisogni dei cittadini. Non è una politica riformista». Letta è ideologico? «Il Pd sta facendo una battaglia di posizionamento che se non viene superata porterà al fallimento della legge. A me sembra però che in Senato ci siano più voci nel Pd che hanno sollecitato un dialogo. L’arroccamento fa del male innanzitutto alle persone che oggi hanno bisogno di una legge. Faccio un appello convinto a tutte le forze politiche: approviamo la legge insieme, i nostri emendamenti lo permettono. Non capisco perché debba fare paura che una legge abbia una maggioranza ampia».
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