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La giustizia (malata) da curare

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 15/07/2021

La giustizia (malata) da curare La giustizia (malata) da curare Antonio Polito, Corriere della Sera
In democrazia – osserva Antonio Polito sul Corriere della Sera – si deve sempre scegliere il male minore. Ogni decisione politica dovrebbe essere la ricerca di un punto di equilibrio tra un vantaggio e uno svantaggio, purché nell’interesse superiore della collettività. È sicuramente questo il caso della riforma della giustizia penale e della prescrizione in particolare. Da un lato c’è la vergogna nazionale di una durata eccessiva del processo, che «imprigiona» per anni l’imputato, perfino se innocente in primo grado, e viola impunemente la Costituzione. Dall’altro lato c’è il rischio che «ghigliottinando» dopo un tempo dato i processi in Appello e in Cassazione si finisca con il negare l’esigenza di giustizia delle parti lese e dell’intera comunità. Spetterà dunque al Parlamento cercare e trovare questo equilibrio, ascoltando il parere di chi se ne intende e dibattendo con serietà il problema. È sicuramente possibile una soluzione migliore della situazione attuale, e del resto è a questo che servono i Parlamenti. Mi ha colpito però sentir usare da parte di alcuni, anche magistrati, un argomento contro la riforma che non si dovrebbe accettare. Si sostiene che poiché troppi processi durano nella realtà più di quanto consentito dalla proposta della ministra Cartabia, bisognerebbe lasciare tutto com’è. Mentre questa sembra piuttosto un’ottima ragione per intervenire, una circostanza aggravante e non esimente. Se lo Stato non riesce a organizzare questo servizio che gestisce in esclusiva nel rispetto del dettato costituzionale, è lui il colpevole, sia verso gli imputati sia verso le parti lese. Non può scaricare il danno sulle persone. Al punto che verrebbe da fare una proposta paradossale: togliamola per i politici, questa prescrizione, se proprio volete; ma ripristiniamo una ragionevole durata del processo per i semplici cittadini.
 
Michele Ainis, la Repubblica
Anche Michele Ainis, su Repubblica, si occupa della riforma della giustizia ricordando come l’emblema di quest’ultima sia una bilancia, con due piatti in reciproco equilibrio. Invece – osserva Ainis – la giustizia italiana è squilibrata, non riesce quasi mai a contemperare le opposte istanze della difesa e dell’accusa. Colpa della politica italiana, dei suoi umori volubili e incoerenti, perennemente in bilico fra giustizialismo e garantismo, fra Tangentopoli e Salva-corrotti. E la politica è ostaggio di partiti per lo più sordi l’uno all’altro, giacché ciascuno si preoccupa di piantare sul terreno la propria bandierina, calpestando le bandiere altrui. In queste condizioni ogni compromesso è impervio, se non anche impossibile. E dunque l’ultima riforma – quella battezzata giovedì scorso dal Consiglio dei ministri – parrebbe destinata al martirio in Parlamento. Eppure la democrazia stessa è compromesso, diceva Kelsen. Ed è a sua volta un compromesso l’idea di giustizia che affiora tra le righe della Costituzione. Dove indubbiamente ha spazio l’esigenza di reprimere i reati, per esempio rendendo obbligatoria l’azione penale. Ma dove prende forma, altresì, un ampio ventaglio di garanzie per l’imputato. Ecco, è questo lo sfondo su cui va misurata la proposta del governo. È la Carta costituzionale il metro di giudizio, non le suscettibilità dei capipartito. Della riforma Cartabia è dunque apprezzabile il tentativo di correggere due abusi: l’eccesso di prescrizioni (circa 130 mila l’anno); i tempi eccessivi dei processi. Ciascun abuso è però figlio dell’altro, o meglio dell’eterna disputa fra giustizialisti e garantisti. Che ha trasformato ogni giudizio penale in uno slalom, attraverso le troppe norme, le troppe regole puntute come spilli, che vi sono state iniettate. Rallentandone così il decorso, o causandone la morte prematura.
 
Carlo Cottarelli, La Stampa
Sulla Stampa Carlo Cottarelli, benché appassionato di calcio, invita a moderare gli entusiasmi riguardo gli effetti taumaturgici sull’economia italiana della nostra vittoria agli europei. Gli allori calcistici rilanciano l’immagine dell’Italia nel mondo e danno morale. Ma non è certo un fattore decisivo nella nostra ripresa economica. Io resto ottimista su quest’ultima. Continuo a credere che la crescita supererà il 5 per cento quest’anno, nonostante il dato, deludente, della produzione industriale a maggio. Detto questo, dobbiamo continuare ad avere un ottimismo del fare. E ci sono tante cose ancora da fare. Tre sono particolarmente importanti. La prima è la continuazione della campagna vaccinale. Nulla sarebbe più devastante per la nostra economia di una forte ripresa dei contagi e delle chiusure nei prossimi mesi. La seconda priorità riguarda la riforma della giustizia. Il buon senso dovrebbe essere sufficiente a dirci che un paese dove i processi sono drammaticamente lenti è un paese dove la certezza del diritto viene a mancare: e la certezza del diritto è fondamentale in economia. La terza priorità riguarda la riforma degli ammortizzatori sociali. Sappiamo che gli strumenti esistenti sono troppi e troppo complessi. Ne abbiamo avuto prova durante la crisi Covid, come evidenziato non solo dall’iniziale lentezza nell’erogazione della cassa integrazione, ma anche dalla necessità di introdurre un nuovo strumento (il reddito di emergenza) per supplire alle carenze del reddito di cittadinanza. Il sistema va riformate e forse potenziato in termini di risorse. Spero che non si faccia anche questa riforma in deficit: visto quanto è cresciuta la spesa pubblica negli ultimi anni, varrebbe la pena rispendere presto una seria revisione della spesa (il Pnrr contiene solo vaghi impegni in proposito).
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